[Il merito, nel merito] - Gli studenti
Lunedì 12 Maggio 2008
Si discute molto di “merito” ed è giusto. Ultimamente lo si fa affrontando la questione da quello che secondo me è uno degli osservatori privilegiati per farlo: la scuola. Lo ha fatto il nuovo libro di Rizzo e Stella, “La Deriva”; lo ha fatto oggi Giavazzi sul Corriere della Sera, riprendendo anche un progetto di legge presentato nella precedente legislatura (a governo caduto) dall’attuale Ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini.
Provo a dire la mia, entrando un po’ nel merito del “merito”. La scuola è un osservatorio privilegiato per due motivi almeno: perchè raramente gli studenti vengono valorizzati per i loro meriti; perchè -come tradizionalmente accade per i dipendenti pubblici- la carriera (e non solo) degli insegnanti non è nè vincolata ai risultati, nè dipendente da questi.
Le cosa da dire sono molte e quindi le divido in tre parti, cominciando dall’approfondire quel “raramente gli studenti vengono valorizzati per i loro meriti”.
La mia notazione non riguarda tanto la presunta incapacità della scuola di organizzarsi per valorizzare le eccellenze, privilegiando l’attenzione agli “ultimi” a scapito dei “primi”. Questo è vero solo in parte, se non falso.
E’ vero in parte se parliamo della scuola dell’obbligo. Infatti è sostanzialmente così, ma è giusto che sia così. Diciamola meglio: se, in presenza di una limitazione delle risorse, devo decidere se dedicare più tempo a una “categoria” è meglio se mi concentro su chi ha più difficoltà. Certo, non è giusto sacrificare le “eccellenze”, ma credo che sarebbe già un enorme risultato quello di individuarle, salvaguardarle e indirizzarle sul percorso migliore per ciascuna di loro: in una parola orientarle. Ma, pensateci bene, non dovrebbe essere questo il compito della scuola dell’obbligo per ciascuno dei suoi studenti? Perchè limitarsi alle eccellenze?
L’affermazione “la scuola non valorizza il merito” è invece falsa se la pensiamo come sinonimo di “la scuola non seleziona”. Basta citare un dato: nel primo biennio delle superiori viene respinto (mai parola fu più corretta) il 30% degli studenti!
Sgombrato il campo dal luogo comune della scuola “lassista”, preciso meglio cosa intendo dire quando affermo che la scuola non valorizza il merito, partendo proprio da quest’ultimo dato. Abbiamo detto che fatto 100 il numero degli iscritti al primo anno delle superiori, in terza ne arrivano 70; aggiungo che di quei 100, solo la metà si diplomano in cinque anni e circa 20 (alcuni studi azzardano ventotto!) non arrivano nemmeno alla qualifica triennale. Se poi andiamo a vedere a quali classi sociali appartiene chi raggiunge il successo formativo, scopriamo che la scuola italiana è la più classista d’Europa: vanno meglio a scuola i figli dei professionisti e della cosiddetta élite, fanno il classico i figli dei diplomati al classico, si laureano i figli dei laureati e così via.
Se il tema è il merito allora la mia domanda è: possibile che in Italia i figli dei poveri siano tutti ciucci e i figli del ceto medio tutti bravi? Certo, se penso al mio caso, mia nonna è stata una delle prime laureate del nostro paese, io avevo in casa librerie colme di volumi e respiravo cultura, grossi problemi economici non ne ho mai avuti; sono quasi certo che se io non avessi avuto alle spalle mia madre con il suo sostegno anche economico (per le lezioni private), ma non solo, con ogni probabilità in prima liceo sarei stato bocciato e con me molti altri miei compagni. Ma possibile che basti questo a spiegare quei numeri? Non è che forse la scuola non è organizzata non tanto per valorizzare i migliori, ma soprattutto per non perdere gli “ultimi”?
Una risposta, la mia -che vale quanto vale- nel penultimo capitolo di queste riflessioni, nel secondo invece inizierò a parlare degli insegnanti.


Lunedì 12 Maggio 2008 at 5:22 pm
però possiamo vantare la più alta quantità di elogiatori (postumi) di Don Milani…
Lunedì 12 Maggio 2008 at 6:06 pm
a questo punto mi costringi a non citarlo nel terzo capitolo…