Nella prima puntata di queste riflessioni a rate sul “merito”, ho ipotizzato che la scuola sia un osservatorio privilegiato per affrontare la questione per due motivi almeno: perchè raramente gli studenti vengono valorizzati per i loro meriti; perchè -come tradizionalmente accade per i dipendenti pubblici- la carriera (e non solo) degli insegnanti non è nè vincolata ai risultati, nè dipendente da questi. Degli studenti ho già detto, inizio qui qualche considerazione sugli insegnanti.
Quando si discute di questo tema, l’aspetto che più sta a cuore ai “liberisti della domenica” che albergano nel Popolo odella Libertà è proprio quello che accomuna gli insegnanti a qualunque altro dipendente pubblico (scatti di carriera automatica, impossibilità di licenziamento, lassismo…). Non a caso il Progetto di Legge Gelmini di cui tanto si parla in questi giorni non è un provvedimento sulla scuola, ma sui dipendenti pubblici tout-court con un focus su scuola e università.
Io credo che questi aspetti siano importanti, ma che non abbia senso affrontarli senza aver prima ripensato la figura dell’insegnante nel suo complesso. Partire dalla fine (da quando l’insegnante è già stato assunto) non solo è inutile, ma anche dannoso, visto che non stiamo parlando di dipendenti del Comune di Roccacannuccia, ma di chi dovrebbe istruire e contribuire ad educare i nostri figli.
Vediamola allora dall’inizio questa “carriera” e fissiamo alcune idee su formazione e reclutamento.
Fino a Berlinguer come venivano reclutati gli insegnanti? Come i dipendenti del Comune di Roccacannuccia, appunto: con il Concorso Pubblico (le maiuscole sono d’obbligo). Berlinguer stabilì che prima di andare in aula un laureato avrebbe dovuto seguire una scuola di specializzazione che gli insegnasse ad insegnare. La cosa sembrerà ovvia, ma ancora oggi capita di sentire insegnanti neo laureati che dicono “perchè per insegnare le tabelline ad un bambino devo sorbirmi due anni di corsi di psicologia, pedagogia e simili?”. Non so se le Siss (si chiamano così) siano la risposta giusta e non è di questo che si vuole discutere in questo post, ma sul fatto che ci sia bisogno di un percorso che “specializzi” e prepari ad una professione spero siate tutti d’accordo.
Perchè il primo punto che voglio fissare è proprio questo: quella dell’insegnamento è una professione e gli insegnanti sono professionisti. Spesso vengono descritti (o si autodescrivono) come missionari, ma è il più grosso torto che si può far loro. E se sei convinto di questo e ti occupi di scuola, è il più grosso danno che puoi fare alla scuola.
Ma torniamo a Berlinguer e alle Siss. Mi piace pensare (suffragato da qualche indizio, lo ammetto) che avesse in mente -coerentemente con l’assunto “insegnante=professionista”- di farle diventare l’unico canale attraverso il quale accedere all’insegnamento. In via provvisoria, per non aspettare una riforma delle norme che prevedono l’obbligatorietà di accedere ad un posto pubblico per concorso, stabilì che gli abilitati tramite esame-concorso alle Siss avessero un “punteggio sensibilmente superiore a quello delle altre abilitazioni” (ad esempio a quelle per concorso ordinario). Considerava il professionista dell’insegnamento, il miglior protagonista della scuola dell’autonomia che aveva ideato e implementato.
Di come è andata a finire parlerò nella prossima puntata.




Trovo molto valida l’idea delle scuole di specializzazione, però avrebbe dovuto estendere l’obbligo di frequenza (magari serale) anche a coloro che erano già di ruolo.
Considerato che da anni credo non si facciano più concorsi per entrare di ruolo (m aposso sbagliarmi) la maggior parte dei professori attualmente di ruolo non ha la professionalità prevista da Berlinguer.