Matteo Bordone, aka Freddy Nietsche (sul mio personalissimo cartellino uno dei migliori blogger in circolazione) scrive un lungo post sulla vignetta di Biani che tante polemiche ha suscitato.
La cosa che giustamente manda in bestia Bordone è la corsa di Biani ad autodefinirsi “censurato” (probabilmente aspira ad un comizio in Piazza Navona o a una presenza sul palco del Primo Maggio). Premetto a scanso di equivoci che ha mandato in bestia anche me. Però c’è sempre un però e il mio lo volevo inserire in un commento sul blog di Matteo Bordone, ma -visto che del tema censura mi sono occupato in passato- ho deciso di trasformarlo in un post per Champ’s Version.
Concordo su tutto quanto scritto in quel post, tranne che su un dettaglio. Scrive Bordone:
Quando si fa leva su uno stereotipo culturale per suscitare l’indignazione e prendere degli applausi si fa un’operazione semplice: populismo reazionario. [...] Si può essersi convinti che sia il caso di rinunciare alla satira in favore di un più efficace populismo reazionario militante. Ma quello è. Bisogna saperlo. E se il direttore di un giornale o di una rete decide di non volere nel proprio palinsesto dei populisti reazionari (cha abbiano torto o ragione, che ci sia o meno il regime) può legittimante decidere che non è il caso. La censura è tutta un’altra cosa. Non scherziamo.
Tutto giusto, ma si dà il caso che il direttore del giornale dove pubblica Biani ha deciso che invece lo vuole in “palinsesto”. Questo ci autorizza a non comprare M, visto che pubblica vignette che non fanno ridere, populiste e reazionarie. Infatti io non lo compro, anzi a pensarci bene non compro nemmeno l’Unità. Autorizza noi a non compralo, ma non autorizza Gasparri o chi per lui ad indignarsi e a gridare alla istigazione a delinquere.
Quella sì che ha il vago sapore della censura. Non tanto per Biani, che anzi potrà continuare a disegnare vignette populiste e reazionarie con le stigmate del Martire e avverare il suo sogno di presentare il Concertone, ma preventiva per i Biani che devono venire.
E che magari, al contrario del capostipite, farebbero anche ridere.



