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Come cambia la scuola: l’istruzione degli adulti
Mercoledì 17 Giugno 2009, 12:22
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Il Consiglio dei Ministri di venerdì scorso ha approvato in prima lettura due regolamenti: il regolamento sull’istruzione degli adulti e quello sui Licei. Visto che il riordino della Primaria e della Secondaria inferiore è già implementato, quando saranno approvati in via definitiva questi regolamenti, insieme a quello sull’istruzione tecnica e professionale, si avrà il completamento del disegno Gemini-Tremonti, almeno per quello che riguarda l’impalcatura del sistema formativo del nostro Paese. Possiamo quindi darne un primo giudizio complessivo.

Primo e non definitivo perché sono profondamente convinto che tutte le innovazioni in un settore così delicato hanno bisogno di essere testate sul campo per essere giudicate pienamente. Penso di procedere così: scriverò tre interventi che affrontano ciascuno dei settori interessati da riordino (tralasciando quindi Primaria e Secondaria inferiore, già ampiamente trattata), seguiti da un commento generale sul sistema nel suo complesso.

Comincio dal provvedimento di cui nessuno si occupa: l’istruzione degli adulti. Così poco trattato, che nemmeno l’Ufficio Stampa dal MIUR ha pensato di diramare un comunicato specifico. Qui potete leggere la relazione illustrativa e qui il regolamento.

Dunque nessuno se ne occupa: non l’opposizione, che dedica le sue critiche esclusivamente ai Licei, con le consuete accuse di classismo e corredo di richiamo a Gentile; non la maggioranza che evidentemente non ha trovato correlazione tra l’Eda e le aberrazioni figlie della cultura sessantottina” e dunque non degna l’argomento di una riga di riflessione. A proposito, avete notato come la giovane ministra Meloni sia sempre pronta a giustificare con questa formuletta (magica?) qualunque provvedimento che rischia di risultare indigesto alla propria base di riferimento, che si richiama alla destra sociale e dunque è attenta a che non si ecceda nella distruzione a colpi di tagli orizzontali del sistema pubblico di istruzione e formazione?

Sul provvedimento ho molte perplessità. Le premesse sono condivisibili: era un settore da rifondare perchè da troppo tempo aveva perso identità e scopo. Purtroppo però la strada intrapresa rischia di ridurre la platea dei fruitori di questo servizio essenziale.

Semplificando, si può affermare che oggi ai serali e ai CTP accedono tre tipologie di utenza:

  1. lo straniero che necessità di alfabetizzazione nella nostra lingua;
  2. chi – italiano o straniero – vuole acquisire competenze di vario tipo, in particolare informatiche o relative a una lingua straniera;
  3. chi – quasi esclusivamente italiani, quasi tutti concentrati nei serali - vuole conseguire un titolo di studio (principalmente assolvimento dell’obbligo, ma non solo).

In una regione come la Lombardia, per dare alcune cifre, circa il 50% dell’utenza dei CTP appartiene alla prima categoria, il 30% alla seconda e il 20% alla terza.

Ed è proprio quel primo 50% ad essere a rischio. Per due ordini di motivi:

  • di ordine “qualitativo”: tutte le tipologie sopra menzionate vengono ricondotte a percorsi finalizzati al conseguimento di un Titolo (licenza media, assolvimento dell’obbligo o diploma);
  • di ordine “quantitativo”: si va verso una consistente riduzione dell’offerta.

Fino ad oggi per l’alfabetizzazione linguistica si frequentava un corso di 50-60 ore; d’ora in poi sarà necessario un corso finalizzato al conseguimento del Titolo e quindi una frequenza di 600 ore (articolo 4, comma 4). Quanti sono gli utenti (in particolare i lavoratori stranieri, che hanno carichi familiari e lavorativi significativi ) che sono disposti a sostenere un simile sforzo? Le scelte del Governo (come al solito “ispirate” dal Ministero dell’Economia) ci consegnano di fatto una assimilazione di tutto il comparto ai corsi serali. Sembra che il Governo sia interessato a far entrare in formazione solo il maschio, lavoratore, adulto, italiano che desideri ottenere certificazioni che gli mancano (la licenza media, un diploma…): la vecchia impostazione dei serali, appunto. Ignora il Governo che i serali sono ad altissimo tasso di dispersione? Comprensibilmente, peraltro, visto che si chiede a chi frequenta di andare in classe cinque giorni a settimana dopo aver lavorato per il resto della giornata. Perchè costringere tutti a frequentare per 600 ore? Perché escludere che un individuo possa desiderare di frequentare solo alcuni moduli e certificarne il raggiungimento di obiettivi specifici?

Proprio tutto da buttare dunque? No, alcuni passi avanti sono stati fatti per la seconda e terza tipologia di utenza. Si è tenuto conto – infatti – di alcune delle migliori pratiche di sperimentazione realizzate in questi anni. Mi riferisco in particolare al fatto che si dovranno frequentare – per il Titolo di istruzione tecnica e professionale – tre (e non più cinque) anni, che peraltro sono pensati come autonomi tra loro (articolo 4, comma 3). Resta una preoccupazione su quanto previsto dal comma 7 del medesimo articolo, che rimanda ad un futuro decreto la definizione dei “criteri generali e le modalità per rendere sostenibili, per lo studente, i carichi orari”, perchè è lì che si dovrà dire con quali modalità i crediti già acquisiti e certificati possono contribuire a ridurre quelle 600 ore di cui parlavo prima.

Attenzione però. Anche qualora – e ne dubito – fosse risolto positivamente questo aspetto qualitativo, con un mantenimento sostanziale della struttura modulare, resta la spada di Damocle Tremonti, ovvero gli aspetti quantitativi a cui accennavo prima. I criteri per l’assegnazione dell’organico, infatti, prevedono che esso verrà determinato “con riferimento alla serie storica degli alunni scrutinati, di quelli ammessi agli esami finali, nonché di quelli che hanno conseguito una certificazione” (articolo 9, comma 1). Ovvero sulla base di chi fino ad oggi si è iscritto a corsi finalizzati al conseguimento di un Titolo, che sono la stragrande minoranza dell’utenza attuale. Sarà dunque ridotta un’offerta che già oggi fa fatica a soddisfare la domanda: alla faccia della scuola per tutti e per ciascuno sbandierata dal centrodestra.

Il Governo con questo provvedimento ha una volta di più mancato di coraggio, rinunciando a (ri)costruire uno specifico ed autonomo settore di scuola per gli adulti, rivolto anche alle fasce deboli che chiedono alfabetizzazione di base e competenze linguistiche. Ci sarebbe stato bisogno di una legge quadro per l’apprendimento permanente, che preveda specifiche condizioni di reclutamento, di normativa e di condizioni di lavoro che consentano alla formazione degli adulti di essere profondamente diversa dalla scuola del mattino, a partire dalla possibilità di riconoscere e formalizzare i crediti maturati sul lavoro. Questo è tanto più urgente in una regione come la Lombardia in cui sono ormai centinaia di miglia i lavoratori immigrati e in cui i livelli di competenza di lettura e di calcolo della popolazione adulta locale si collocano ai livelli più bassi dei paesi OCSE.

Quanto ha inciso un preconcetto ideologico su questa scelta miope del Governo e quanto la solita esigenza tremontiana di risparmiare non è dato sapere. Fatto sta che vedo un forte rischio di ridimensionamento di uno dei cardini di un efficace sistema di istruzione.


1 Commento finora
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[...] Insomma, un vero e proprio gioco d’azzardo con le parole questo, onestamente. Anche perché le riduzioni vere, quelle che faranno saltare le cattedre e le assunzioni ci saranno eccome, in realtà; ma non nei licei: saranno praticamente tutte negli istituti tecnici e professionali, il cui riordino è stato passato quasi sotto silenzio, finora (solo qui un primo tentativo di analisi). [...]

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