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Scuola Futura

Giovedì 9 Luglio 2009 Lascia un commento Passa ai commenti

Andrea Romano, una delle teste più fini che ho il piacere di conoscere, è il Direttore di Italia Futura, una neonata associazione che ha tutta l’aria di poter dare un contributo importante al dibattito pubblico nel nostro paese. Al momento l’Associazione produce una newsletter (vi potete iscrivere qui), promuove campagne e ha lanciato un bel concorso di idee.

Tra le campagne, una riguarda la scuola. Devo confessarvi che alcuni passaggi del suo manifesto mi lasciano un po’ perlesso.

In particolare temo, ma spero di essere smentito, che dietro quel richiamo al maestro (anzi al Maestro) ci sia la voglia di rifiutare in modo quasi ideologico la possibilità che la scuola italiana sia riformabile. Si tratta di una tesi antica, maggioritaria nelle elite del paese, che ha perfino qualche fondamento (ed è certamente confermata dalla evidenza empirica).

Da cosa faccio derivare questo timore? Scotto di Luzio afferma:

Che cosa è stato dei maestri in Italia in questi anni? Sono rimasti imprigionati nella morsa di un riformismo inconcludente, che ha messo in agitazione la scuola senza darle, tuttavia, una direzione chiara e precisa. Senza una prospettiva. I maestri sono, oggi, sommersi dalle carte di incombenze burocratiche il più delle volte inutili. La stessa autonomia si è rivelata fasulla e i margini dell’ iniziativa scolastica illusori. Abolito il concorso, i maestri sono stati reclutati attraverso percorsi mortificanti, lunghi, costosi e incerti negli sbocchi. In questi anni gli sono stati tolti strumenti efficaci per valutare i loro studenti, mentre si faceva balenare l’idea che quello che sapevano e facevano era privo di valore.

Ecco: affermazioni così apodittiche mi fanno un po’ paura. Ed è un peccato perchè molte delle proposte sono condivisibili: il richiamo critico al “rivendicazionismo sindacale intransigente eppure povero di contenuti culturali”; la proposta di “un meccanismo credibile di reclutamento, che selezioni i migliori”; la proposta – se ho ben capito – di un sistema nazionale di valutazione efficace.

Tralasciamo quindi le inesattezze (il concorso non è mai stato abolito, ad esempio), ma non si può tralasciare l’errore di impostazione “culturale” dell’intervento: affermare “spostare il terreno dell’autonomia dell’organizzazione degli orari a quello della definizione dei contenuti” è un’assurdità. Non può esistere infatti una seria (e reale) autonomia didattica senza l’autonomia organizzativa: gli orari, perchè no, ma anche l’organico funzionale, la possibilità di coinvolgere soggetti esterni alla scuola, la possibilità per i Dirigenti di reclutare i docenti e decidere della loro progressione di carriera (non da soli, ovviamente, ma con l’ausilio di altri docenti senior)…

Se invece l’autore intendeva dire che fino ad oggi la poca autonomia attuata si è concentrata sugli aspetti amministrativi e burocratici, lo dica così. Perchè se si attarda a demolire il poco che c’è, con il clima di ritorno al centralismo che regna a viale Trastevere rischia di fare molti danni…

Infine un punto di radicale dissenso, quello dove si afferma:

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E’ appena il caso di ricordare che elitario non significa “per ricchi”, ma “per pochi”, quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso.

Lungi da me rifiutare l’idea del rigore e della fatica (ne ho parlato anche qui alcuni mesi fa, a partire da una citazione di Gramsci), ma Scotto di Luzio dimentica che la scuola italiana è già sufficientemente elitaria. Purtroppo sia nel senso di “per pochi”, che in quello di “per ricchi”, visto che quei pochi che accedono ai livelli superiori di istruzione sono anche i più ricchi.

E se non crede a me l’autore potrebbe chiedere a Irene Tinagli, che – presentando un’altra campagna di Italia Futura – afferma:

In Italia ci sono due milioni e mezzo di bambini e ragazzi che vivono in condizioni di povertà o semi-povertà. Bambini che hanno famiglie in difficoltà, che non possono permettersi di mandarli all’asilo, o di comprare i materiali necessari per studiare, giocare, crescere in condizioni paritarie rispetto agli altri. Questi bambini sanno fin da piccoli che la loro vita sarà diversa. Molti tra loro smetteranno di andare a scuola dopo la terza media, pochissimi andranno al liceo e ancora meno all’Università. Questi bambini crescono disincantanti, con pochi sogni e ancor meno aspettative.

La loro rinuncia è un fallimento per tutto il Paese. L’Italia oggi è il paese con il più basso tasso di istruzione non solo tra gli adulti ma anche tra i giovani. La nostra forza lavoro fatica a rinnovarsi e riqualificarsi e non potrà farlo se non interveniamo subito restituendo opportunità alle nuove generazioni. Bisogna restituire ottimismo ed entusiasmo ai bambini e ai ragazzi di oggi, dar loro l’opportunità di poter pensare al futuro senza sentirsi sopraffatti, impotenti, penalizzati dalle loro condizioni sociali o economiche.

Come fare? Mettendo questi bambini al centro delle politiche del nostro paese.

  1. Giovedì 9 Luglio 2009 alle 5:22 pm | #1

    Il discorso è molto complicato e meriterà senz’altro discussioni future, ampie e argomentate. Però, a una prima lettura, io non sarei drastico come mi è sembrato che tu sia stato, nella tua pur brillante disamina.
    Ci sono molte cose, tra quelle scritte su ItaliaFutura, che a me sono sembrate condivisibili. E’ vero, per esempio, che l’autonomia è stata una risorsa sprecata; o anche peggio: si è risolta in un semplice scaricare sulle scuola compiti gravosi (e anche burocratici) che ne hanno rallentato la flessibilità e il cambiamento (e il discorso sui contenuti mi pare che Scotto di Luzio lo faccia in modo molto chiaro). E’ vero che il reclutamento è un problema e che non può essere più rimandato: ma devono essere fatte delle scelte chiare, altrimenti qui si finisce davvero in un tunnel senza via di uscita, in omaggio a ragioni soltanto economiche.
    E’ vero, invece (e qui sono del tutto d’accordo con te) che l’argomentazione dell’articolo di ItaliaFutura è un po’ generica e spesso anche un po’ approssimativa (sul reclutamento lo è visibilmente).
    Resta la questione dell’elitarismo: la parola è brutta e cela molte ambiguità. Ma è innegabile che sull’antileitarismo si sia in questi ultimi vent’anni costruita una scuola che non funziona, che produce danni non solo per il presente ma anche e soprattutto per il futuro. Se elitarismo significa potenziamento delle eccellenze, io sono d’accordo. Anche perché, al contraio, l’egualitarismo finisce per favorire ancora di più tutti coloro che partono da posizioni di esplicito vantaggio: che è quello che succede oggi, a ben vedere.
    Certo, sono d’accordo solo se prima si fa una sana politica di pari opportunità tra famiglie e tra bambini. Ma questo lo hai già detto benissimo tu, infatti.

    • Giovedì 9 Luglio 2009 alle 6:10 pm | #2

      L’ho scritto: sono molte le parti su cui concordo. Ma in questo momento non si possono aprire spiragli allo smantellamento dell’autonomia (vero obiettivo gelminiano assieme ai risparmi).

      Sulle eccellenze concordo con te, ma li’ largomentazione era troppo superficiale. La scuola deve essere per tutti e per ciascuno e la sinistra tende a trascurare il ciascuno. Pero’ lasciamo da parte le elite (e le pari oppotunita’ non sono solo un problema di borse di studio, come qualcuno potrebbe pensare, ma di ridefinizione dell’impianto complessivo)

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