Forse la scuola è finita. O forse no.

Giovanni Cominelli, responsabile del Dipartimento sistemi educativi della Fondazione per la Sussidiarietà, ha pubblicato recentemente per le Edizioni Guerini e Associati un volume intitolato “La scuola è finita… forse”. Il testo è indubbiamente stimolante per chiunque abbia interesse ad approfondire temi di politica scolastica. La tesi espressa dall’autore è a lui assai cara ed è qui ribadita con una particolare chiarezza espositiva: al centro di un qualsiasi possibile progetto di riforma deve essere messo il “cerchio educativo”, ovvero quello formato dalla persona (lo studente), la famiglia e l’insegnante. Ed è questo cerchio ad essere entrato in crisi, generando la solitudine dei nostri ragazzi.

Nel volume si parte da un punto fermo: tutti i dati concordano nel dire che la scuola italiana sta vivendo una profonda crisi. Come ci ha recentemente ricordato il rapporto sulla mobilità sociale della Fondazione Italia Futura, curato dalla Prof.ssa Irene Tinagli, il livello di mobilità sociale (cioè della possibilità di migliorare la posizione sociale rispetto a quello della famiglia di origine) nel nostro Paese è bassissimo. Ricordo solo tre dati di quel rapporto, a titolo esemplificativo.

  1. Il 40% degli ultra cinquantenni dichiarava nel 2008 di avere uno stato sociale migliore di quello della famiglia di origine, mentre solo il 6% dei ventenni aveva la stessa percezione e il 20% di questi si collocava in uno stato sociale inferiore a quello della famiglia di origine (dati SWG).
  2. In Italia la probabilità che una persona il cui padre non abbia completato gli studi superiori riesca a laurearsi è del 10%, contro il 40% in Gran Bretagna e il 35% in Francia. E non solo, mentre negli altri paesi si sono fatti notevoli progressi nel corso del tempo, in Italia tale probabilità è pressoché invariata (dati Eurostat).
  3. Alla fine degli anni Ottanta nel nostro Paese il differenziale retributivo tra vecchi e giovani era meno del 20%; nel 2004 questo gap è arrivato al 35%. Un divario che risulta più pronunciato per i giovani laureati, che hanno perso proporzionalmente più terreno rispetto ai colleghi più anziani con lo stesso livello di istruzione. Inoltre i giovani più istruiti entrati nel mondo del lavoro a metà degli anni Ottanta riuscivano ad aumentare il proprio salario di oltre l’85% nel giro di sette anni, quelli entrati sul mercato del lavoro agli inizi degli anni Novanta dopo sette anni avevano raggiunto un aumento molto inferiore, ossia del 54% (dati Banca d’Italia).

Sono solo alcuni esempi che testimoniano come la nostra società è insieme immobile ed iniqua e che il principale strumento di ascesa sociale, l’istruzione, non funziona più a tale scopo, mentre il condizionamento della condizione sociale e familiare ha sempre più importanza.

Gran parte del dibattito pubblico di chi non vuole nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere i mali della scuola italiana, si concentra su due possibili cause, che l’autore descrive come segue. “Si tratta di una naturale e fisiologica obsolescenza di un apparato ideologico e amministrativo giunto alla fine della sua parabola secolare o di un male più profondo e più sottile che scava dentro la società, la politica, le istituzioni, dentro la civiltà?”. La risposta che Cominelli ci dà è che le due chiavi interpretative sono entrambe valide, entrambe sono necessarie e “se viene usata una sola chiave, la porta non si apre”. Da questa consapevolezza nasce anche quella che appare come una critica molto forte ad una certa vulgata passatista tanto di moda in questa fase storica. Dice Cominelli: “offrire come alternativa alla brodaglia mediatica del sapere la fuga all’indietro verso le discipline di Gentile o di Hegel è una scorciatoia fondamentalistica inefficace”. Quello che deve saltare (e chi scrive concorda) è l’idea che si possa mettere oggi nello zaino dei nostri ragazzi tutto il sapere che servirà loro fino alle soglie del 2100, fino alle quali verosimilmente la loro vita si spingerà. Quello che deve saltare è l’idea di curriculum, o meglio – si dice – “la corrispondenza tra biografia e curriculum”.

Le proposte concrete che avanza Cominelli sono suddivise in capitoli: i genitori, gli insegnanti, il curriculum, gli assetti istituzionali. Del curriculum ho detto, per quel che riguarda gli assetti istituzionali, molto viene rimandato al Pdl Aprea, di cui ho già detto a più riprese cosa mi convince e cosa no. Mi voglio qui concentrare su genitori e insegnanti per introdurre alcune considerazioni conclusive.

Per quanto riguarda i genitori, si propone che la scelta educativa sia affidata esclusivamente alle famiglie: una scuola per ciascuna persona è l’obiettivo e questo, secondo l’autore, potrà essere realizzato innanzi tutto attraverso “robuste politiche di conciliazione” che consentano ai padri e alle madri di dedicare più tempo all’educazione dei figli nelle primissime fasi della crescita. Cominelli denuncia come le scelte di welfare portate avanti in questi anni dai governi siano caratterizzate da un eccesso di delega della funzione educativa agli asili nido; su questo personalmente dissento in modo deciso: sono in realtà ancora pochissime, soprattutto al sud, le famiglie che usufruiscono di questo servizio e non mi sembra corretto contrapporre la funzione genitoriale a quella di un efficiente ed efficace servizio pubblico materno infantile; ovviamente si dovrebbe discutere di più della qualità di questi servizi, ma questo ci porterebbe in considerazioni che esulano dal commento ad un testo come quello di Cominelli. Infine l’autore propone che le famiglie siano realmente messe nella condizione di scegliere e dunque da un lato possano accedere ad una sorta di sistema informativo sulla qualità, l’efficienza e l’efficacia dell’offerta delle scuole, ivi incluse tutte le informazioni che possano scaturire dall’implementazione di un sistema nazionale di valutazione (qui immaginata giustamente come gestita da una authority e dunque indipendente). Inoltre, perché il genitore possa essere realmente libero nella propria scelta, la famiglia di ogni ragazzo dovrà avere a disposizione una “dote” che potrà spendere dove crede, senza che – qualora opti per una scuola non statale – debba pagare di più. Mentre sulla prima proposta si deve concordare, sulla seconda ho forti perplessità: non tanto per il dettato costituzionale (se fossimo d’accordo nel merito basterebbe modificarlo), ma per la sua efficacia ed utilità, che per quanto mi sforzi di cercare non riesco ad individuare.

Per quanto riguarda gli insegnanti, si parte anche qui da una considerazione che avete trovato spesso anche da queste parti: gli insegnanti sono trattati alla stregua di qualsiasi altro impiegato pubblico, accentuandone gli aspetti impiegatizi e mortificandone l’autonomia e le responsabilità professionali. Sono bene accetti, dunque, tutti quei mutamenti che contribuiscano a valorizzare gli aspetti professionali degli insegnanti. Cominelli arriva ad ipotizzare un rapporto di natura privatistica tra la singola scuola e l’insegnante: la scuola potrebbe anche assumere, secondo lui, professionisti che “siano certificati in possesso di competenze pedagogico-didattiche acquisite in altre esperienze di studio e di lavoro”. Su questo non concordo, se non per alcuni insegnamenti molto specifici in scuole capaci di utilizzare le proprie quote di autonomia in modo virtuoso. Ma comunque la proposta di fondo di riconsegnare alle scuole autonome (o meglio alle reti di scuole) funzioni di reclutamento merita attenzione e considerazione. C’è nella scuola, non da oggi, una parte significativa di docenti che è ben cosciente di queste esigenze e che si concepisce non solo come puro esecutore indifferente al risultato del suo lavoro, ma come professionista, come progettista di percorsi formativi. Per questo vuole che gli sia riconosciuto il diritto di poter crescere (nelle mansioni e nella retribuzione) nel corso della propria carriera lavorativa, che vuole le nuove tecnologie nelle classi, che vuole stare a scuola in uffici idonei non solo per le 18 ore in cui sta in aula, che ritiene suo sacrosanto diritto che il suo lavoro venga valutato e valorizzato, premiando impegno e risultati conseguiti. Per questo non accetta più che il proprio percorso di assunzione avvenga un meccanismo anonimo ed ingiusto come l’attuale. Compito della politica è anche quello di “aiutare la scuola a cambiare” lavorando perché cresca, nella scuola e fuori dalla scuola, il consenso necessario affinché questa esigenza di cambiamento venga riconosciuta come interesse generale, strumento indispensabile di libertà e coesione sociale.

Come ho cercato di evidenziare, non ne condivido alcune delle proposte, ma il libro è indubbiamente uno stimolo importante per la discussione. In particolare è molto interessante quella sorta di ribaltamento che propone anche alla politica: smettere di pensare alla scuola a partire dalle esigenze di chi la scuola la fa e provare ad immaginare una politica scolastica per chi a scuola ci va. Molto di quanto affermato è peraltro condivisibile e non banale: tutta la parte che riguarda la ricerca delle cause della crisi attuale, la necessità di valorizzare molto di più l’autonomia scolastica, il tentativo di delineare una revisione del curriculum (a cominciare dal superamento della sua rigida scansione temporale) identificando inoltre un “core curriculum” e un “vocational curriculum”, la necessità di immissione massiccia di dosi di “negotium” nel curriculum con l’integrazione tra “artes liberales” e “artes mechanicae” e si potrebbe andare avanti. Condivisibile anche la parte che coraggiosamente va contro corrente e stigmatizza certi atteggiamenti oggi in gran voga. “Il massimo dell’innovazione che si propone – si scrive parlando di certe presunte riforme – è il ritorno ai tempi della scuola per pochi, della qualità per pochi. Sotto il velo della serietà, delle discipline, della severità sta un irriproducibile passato spacciato per futuro”.

A prescindere del dibattito su singole proposte, su ciò che personalmente ciascuno di noi condivide o meno, il grande merito del libro è quello di cogliere la fase che stiamo vivendo come fase di crisi di sistema: la fine della scuola di cui ci parla Cominelli, ha detto recentemente il Direttore dell’USR lombardo Colosio, è la fine della scuola moderna e credo abbia ragione. La classe dirigente di oggi, anche quella che – a parole – propugna il cambiamento, appare a volte rassegnata al fatto che nulla potrà mai cambiare, ma che lo vogliate o no - sembra dirci l’autore di questo testo - le cose cambieranno: “la contraddizione tra il vecchio sistema educativo e le necessità/domande educative dei ragazzi è destinata a gonfiarsi fino all’implosione del sistema”. E di fronte al futuro, conclude Cominelli, “abbiamo poche alternative: o lo costruiamo ora o ci precipiterà addosso”.

Anche per questo non si può che raccogliere la sfida del cambiamento senza temere il confronto con tutti coloro i quali hanno voglia di perseguirlo, uscendo dalla logica tutta quantitativa che caratterizza il dibattito pubblico di questi anni. Logica alla quale ci ha costretto l’approccio ragioneristico dell’accoppiata Gelmini-Tremonti, ma che è stata di buon grado fatta propria – purtroppo – anche da una sinistra, spesso incapace di cogliere la fase che stiamo vivendo.

About these ads

6 comments

  1. bel commento. concordo sui tuoi dissensi con l’autore. importante sottolineare la crisi attuale della scuola e la necessità di ripensarla perchè torni a essere uno strumento di promozione sociale.

  2. Vorrei intanto premettere una notazione importante: le cose che sostiene Giovanni Cominelli non sono l’esito di una “conversione” improvvisa, ma rappresentano il frutto di una riflessione che affonda le sue radici proprio negli anni in cui guidava la sezione “Risorsa” del Pds, gli anni in cui l’autonomia rappresentava ancora l’aspirazione delle scuole migliori che si trovavano quotidianamente a combattere contro il dirigismo centralistico.
    Ricordo una riunione in via Volturno in cui un imbarazzatissimo Folena, che doveva concludere un “attivo” della sezione in cui la relazione introduttiva era stata tenuta da Giovanni, si imbarcò in un’intricata ragnatela di inconcludenze da cui traspariva la difficoltà di uno statalista costretto a misurarsi con una prospettiva decentralizzatrice.
    Una prospettiva che passò poi in parte nella riforma Berlinguer ( secondo me l’art. 1 del DPR 275 sull’identità della scuola autonoma rappresenta tuttora la cosa più bella che il legislatore abbia finora scritto sulla scuola) , ma non nel cuore del popolo della sinistra, che non ne fece, come avrebbe dovuto, la linea di una stagione realmente innovatrice.
    Dico questo per affermare che molte delle cose del libro di Cominelli non possono esserci estranee, prima fra tutte quella della crisi del “cerchio educativo”. Ha scritto di recente Maurizio Tiriticco che la crisi più profonda in cui si dibatte l’intera nostra società “avanzata” sta nell’ incapacità di produrre valori e di trasmetterli. “L’eterno presente a cui costringiamo le nuove generazioni, rubando loro il passato e privandole del futuro, le fa letteralmente “uscir di testa”, come si suol dire! E’ un disagio profondo in cui esse vivono, a fronte del quale i riordini gelminiani sono meno dei palliativi!”
    Ora, è assolutamente vero che nessuna riforma che viene dall’alto può tornare a conferire senso al lavoro degli operatori e all’esperienza dei nostri ragazzi, mentre l’unica via di uscita sta nella capacità delle comunità scolastiche di riappropriarsi della propria identità e di un orizzonte di relazioni, di cui è sicuramente un aspetto la possibilità di selezionare insegnanti ( e dirigenti) professionisti, capaci di elaborare risposte originali a domande formative sempre più diversificate e non omologabili.
    Il mio consenso, per questo aspetto, è totale. Mi pare però che, se il discorso si ferma qui, non si va molto avanti e rischia di trasformarsi in una sorta di metafisica dell’educazione, destinata a diventare facile preda delle obbiezioni di chi oppone solide considerazioni di realtà.
    Intanto: scuola della comunità o delle comunità? In questo secondo caso, è difficile sottrarsi alla logica della libanesizzazione, che rappresenta un rischio inaccettabile, tanto più in una società con forti tensioni integraliste di matrice religiosa. Scegliere gli insegnanti in nome di una scelta ideologica o confessionale non mi sembra meno sbagliato che sceglierli sulla base di una cieca graduatoria. Così come scegliere i dirigenti sulla base della fedeltà al potentato politico vicino o lontano – come sta accadendo sempre più spesso nella pubblica amministrazione proprio sulla base di una pur nobile intenzione come quella bassaniniana dello spoyl sistem – mi sembra persino più grave dei vecchi riti concorsuali.
    E’ infatti evidente che se se pensa al sistema formativo non come apparato ideologico dello stato ma come “ente intermedio” in cui si esprime il protagonismo della società civile occorrerebbe prima di tutto proteggere accuratamente l’autonomia culturale degli studenti e degli insegnanti dall’invadenza del potere politico.
    Bisogna quindi, proprio se ci si pone in questa ottica, evitare come la peste il rischio di cui parlava un ricercatore certo non sospetto di statalismo come Norberto Bottani quando, nel suo “Insegnanti al timone”, segnalava come nei paesi in cui l’autonomia si è realizzata in assoluta libertà – l’autore faceva l’esempio della Nuova Zelanda – si sono osservati divari crescenti tra le scuole di “bianchi, ricchi, cristiani” e scuole di “neri o meticci, poveri, di altre religioni”. E siccome negli ultimi anni il divario tra ceti agiati e acculturati e ceti a rischio di povertà e a basso livello di istruzione non si è certo ridotto, mi pare che quel rischio della “frattura sociale” di cui parlavano i grandi libri bianchi dell’Unione Europea degli anni novanta sia ancora presentissimo e possa essere evitato solo con una precisa soggettività politica in senso contrario.

    Attenzione. Ciò non mi porta a dire che allora, tutto sommato, va bene tenersi la scuola che abbiamo, perché centralismo statalista non è affatto sinonimo di equità, né nella scuola, né altrove e so benissimo che l’antidoto agli egoismi e alle corruttele sta nella costruzione di livelli di responsabilità distribuita ma precisamente definita da un lato; e dall’altro nell’esistenza di un rigoroso sistemi di controlli sui risultati..
    E però, controllo e responsabilità debbono fare riferimento a indirizzi e standard definiti dallo Stato, non solo né principalmente agli obiettivi delle singole comunità scolastiche! E debbono basarsi sul principio che la qualità sta nella misurazione del differenziale tra livelli di entrata e livelli di uscita, non su valori assoluti.
    Ancora. Come non perde occasione di dire il presidente dell’INVALSI, non è il principio della libera scelta tra scuole quello che assicura il miglioramento del sistema, per una serie di ragioni anche tecniche che in altra sede possiamo discutere, ma precisamente la capacità di controllo e intervento dello stato in funzione di stimolo e di perequazione.
    Mi pare che su questo aspetto si debba accentrare la nostra attenzione, non sull’enfasi da dare al principio della “libera scelta” della famiglia o della concorrenza tra scuole. Un po’ perché non mi pare che i sistemi scolastici anglosassoni, da sempre fondati su questa impostazione, siano particolarmente migliori del nostro; e un po’ perché in realtà poi la scelta tanto “libera” non è, condizionata come è da fattori di origine sociale e da profondi gap culturali ( e non solo dalla mancanza di informazione, che pure esiste, sulla produttività delle singole scuole).
    Per questo non credo che la libera concorrenza tra le scuole possa costituire il fattore-chiave del miglioramento, mentre sicuramente un elemento decisivo è puntare sulla capacità da un lato della comunità scolastica di vivere consapevolmente e interpretare i bisogni formativi di un territorio; dall’altro, sulla professionalità degli operatori e sulla loro capacità di conseguire gli obiettivi – pochi e chiari – indicati da un lato dalla comunità locale ma anche da una comunità nazionale capace di riconoscere i risultati, di premiare e di sanzionare sulla base dei meriti effettivi.
    In definitiva, sono convinto che questo sia davvero decisivo, lasciando che, senza anatemi ideologici, ciascun paese faccia scelte consone alla sua storia, alle sue tradizioni, alle sue concrete condizioni, senza dimenticare che la cultura è un aspetto decisivo di quella identità nazionale che è una condizione anche per l’integrazione interculturale. Bisogna allora che il dibattito si sposti sul concreto terreno delle soluzioni possibili oggi, in questo nostro paese, sulle condizioni che possono realmente creare un circuito virtuoso di riconoscimento del merito e delle professionalità; sulla realizzazione di quel fondamentale aspetto del principio di sussidiarietà secondo cui nessun livello della società deve delegare a quello più alto ciò che può fare; ma che i livelli più alti devono assolutamente fare ciò che solo loro possono fare.
    E tra questo, certamente fondamentale ciò che le Costituzione chiama “rimuovere gli ostacoli che impediscono l’accesso ai gradi più alti della cultura”.
    Per questo, condivido assolutamente la battaglia contro la pretesa che “scuola di massa” consista nell’estensione a tutti della stessa cultura che apparteneva nei decenni scorsi alle élites e penso anch’io che occorra decisamente puntare sull’intreccio tra lavoro e riflessione critica in una formazione permanente che restituisca lo spessore storico ai cittadini, liberandoli da quella che il preside bolognese Dionigi chiama la “dittatura del presente”.
    Credo invece non sia giusto farsi illusioni sul dove venga investito nelle famiglie e dai giovani così come sono oggi il tempo “liberato” dalla scuola. Per questo continuo a pensare che occorra – soprattutto nell’età del primi ciclo – non “meno” scuola, ma una scuola diversa e migliore, non insidiata dal rischio – sempre più avvertito – che il disamore per un’autonomia priva di mezzi e strumenti acuisca il rimpianto per un centralismo certo deresponsabilizzante e –oggi – anche velleitario, ma rassicurante nel ricordo di una domestica routine. A cui forse non è estraneo neanche un certo clima passatista che attraversa in maniera bipartizan gli schieramenti politici
    ALDO TROPEA

    1. Aldo, mi sembra che sostanzialmente concordiamo. Riporto anche qui, a scanso di equivoci, quanto ho scritto sul blog di Corrado.

      Io non penso che la libera scelta sia la strada: lo pensa Cominelli. Io penso una cosa diversa: che le famiglie debbano essere messe in condizione di scegliere e che le scuole debbano utilizzare l’autonomia per differenziare l’offerta in modo che ciascuno possa trovare il più possibile ciò che “cerca”.

      Il mercato in senso stretto deve restare fuori (ecco perché dissento sulla dote), ma deve esserci un’offerta differenziata per arrivare (uso uno slogan per capirci) ad una scuola per tutti e per ciascuno.

      Diverso il discorso sui docenti, dove elementi di “mercato” potrebbero essere introdotti senza danno per l’utenza e consentirebbero l’introduzione di un trattamento economico differenziato, secondo me necessario.

  3. Leggo cose (analisi e considerazioni) decisamente interessanti e per lo più condivisibili. Però, per chi, da genitore (quindi non esperto) si è trovato (e si trova) in prima fila (nel senso di componente attivo di un comitato di genitori e insegnanti) nelle iniziative e nella mobilitazione contro i provvedimenti Tremonti-Gelmini, la maggiore difficoltà è venuta dalla sostanziale mancanza di un progetto condiviso di riforma del nostro sistema scolastico. Perché è fuori dubbio che non si può essere (e proporsi) solo “contro” quando si è pienamente consapevoli della indifendibilità di una parte sostanziale dell’attuale sistema. In una situazione sociale già cloroformizzata, dal lato dell’attenzione/capacità di lettura dei fatti e della partecipazione, e a fronte di una diffusa opinione, se non negativa, certamente non esaltante sulla categoria degli insegnanti, l’assenza della componente propositiva è sostanzialmente deleteria rispetto alla capacità di coinvolgimento e aggregazione. Il rischio di essere percepiti come difensori dello “statu quo” è elevato e, quindi, fortemente penalizzante. Se si assegna, giustamente, un ruolo fondamentale alle famiglie sia relativamente alle scelte da compiere sia, aggiungo, nel rapporto costruttivo scuola/famiglia che superi la sostanziale delega condita di generica critica quando non di supponenza, allora è necessaria una proposta progettuale tramite la quale sensibilizzare, coinvolgere e costruire anche un consenso.
    E qui sta la nota dolens: quale progetto? come? a partire da cosa e con quali obiettivi? Durante questo annno di mobilitazione contro la Gelmmini sui tanti e variegati temi, dal PD si è visto poco o nulla. Cambiato segretario, finita la lunga fase congressuale, avviata l’organizzazione si può sperare in una seria capacità propositiva (visto che gli esperti non mancano)? In caso contrario si è portati a pensare che la realpolitik(?) induca a tenersi lontani da un tema così spinoso; ma non è da partito riformista un atteggiamento di questo tipo.
    Abbiamo delle speranze?

  4. emiro :

    E qui sta la nota dolens: quale progetto? come? a partire da cosa e con quali obiettivi? Durante questo annno di mobilitazione contro la Gelmmini sui tanti e variegati temi, dal PD si è visto poco o nulla.

    A Milano abbiamo provato a dar eun taglio diverso: in sintesi, critica sì, ma sempre accompagnata dalla proposta (alcune sono state pubblicate anche qui e comunque se mi scrivi alla mail che trovi qui a destra te le mando). Purtroppo Rete Scuole che ha l’egemonia della protesta si guarda bene dal chiamarci e i media non sono interessati a chi propone senza andare in giro con i fischietti…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...