Obbligo scolastico e apprendistato

Lo scorso 20 gennaio è stato approvato un emendamento alla Finanziaria per permettere ai ragazzi italiani di assolvere l’obbligo scolastico in percorsi di apprendistato. Prima di sintetizzare cosa non va in questa norma, credo sia opportuno fare un po’ di chiarezza, visto che – complici i commenti a caldo della Cgil – la stampa ha subito sintetizzato “ridotto di un anno l’obbligo scolastico” e la discussione si è trasformata, con poche eccezioni, in una “conferenza colta” sull’obbligo scolastico genericamente inteso.

L’obbligo scolastico è stato elevato a 16 anni dall’ultimo governo Prodi. Ma prima l’obbligo non era a 14, come molti pensano, bensì a 15 anni; si poteva smettere a 14 solo se in possesso del titolo di Terza Media. E siccome Sacconi e Gelmini giustificano l’intervento, dicendo che si rivolge a chi resta parcheggiato fino a 16 anni, ovvero a ragazzi a rischio pluribocciatura e quindi drop-out, parliamo per lo più di ragazzi che prima dell’elevamento dell’obbligo stavano a scuola fino a 15 anni, prendevano la licenza solo perché veniva data loro per non lasciarli uscire “senza nulla in tasca” e poi andavano a lavorare.

Nel discutere del provvedimento, dunque, non dobbiamo ragionare in generale, ma pensando a questi ragazzi “a rischio”. Affermazione meno ovvia di quanto possa sembrare, però, visto che siamo il Paese dove quando le classi dirigenti e l’opinione pubblica che si parla addosso dalle colonne dei giornali discutono di scuola, a parole si riferiscono alla scuola genericamente intesa, ma pensano sempre alla scuola che hanno fatto loro: il Liceo Classico; quando va bene -  e incontriamo qualcuno con un minimo di capacità di astrazione – si arriva a ragionare di Liceo in senso lato. Ricordo ai più distratti che, proprio per questo motivo, unito ad un pregiudizio ideologico e/o culturale, all’epoca del varo della norma del governo Prodi, il Ministro Fioroni ha avuto molta difficoltà a definire dove si potesse espletare l’obbligo a 16 anni. Molti a sinistra pretendevano che si dovesse stare comunque all’interno di un percorso di istruzione, precludendo alle regioni di attivare percorsi biennali all’interno della formazione professionale. Il biennio doveva essere “di scuola” e se – come abbiamo detto – la scuola per loro è il Liceo Classico, vi lascio immaginare cosa possano pensare dell’istruzione tecnica o, peggio mi sento, della formazione professionale, che preveda l’attivazione di percorsi di alternanza scuola-lavoro (cosa assai diversa dall’apprendistato, lo preciso per i non addetti).

E così abbiamo nei fatti mandato a farsi benedire il biennio unitario (qualcuno addirittura pretendeva fosse unico, allungando così nei fatti la secondaria inferiore ad un quinquiennio), facendo dell’elevamento dell’obbligo una riforma a metà. Ecco perché oggi Confindustria applaude al provvedimento: le abbiamo spiegato – noi di sinistra – che l’alternativa è mandare i ragazzi a scuola fino a 16 anni, anzi fino a 17, visto che il percorso che dà la qualifica è triennale.

Il limite di Sacconi è che ha opposto ad un approccio ideologico e sbagliato un approccio altrettanto ideologico e – se possibile – ancor più sbagliato: il problema è che quasi il 20% di chi si iscrive in prima superiore non termina il proprio percorso? e noi favoriamo la sua fuoriuscita dal percorso. Dipendesse da me, proverei la strada opposta: favorire con tutti i mezzi la sua permanenza del percorso, non la sua fuoriuscita da esso. Riassumo alcuni possibili provvedimenti solo per punti, visto che ne ho dibattuto spesso qui e non è mia intenzione ammorbarvi ulteriormente.

  • Smettere di pensare alla scuola come l’unico luogo dove si acquisiscono le competenze e le conoscenze necessarie: ammesso che sia mai stato così, certamente oggi si apprende molto di più (in senso quantitativo) fuori dalla scuola.
  • Smettere di pensare agli 11-13 anni di un ciclo di formazione, come l’unico periodo nel quale si acquisiscono le competenze e le conoscenze necessarie: una bambina che nasce oggi vivrà 100 anni e non si può pensare di mettere tutto ciò che le serve nel suo zaino, pena appesantirlo troppo e di strumenti che potranno risultarle inutili.
  • Cominciare a pensare che la dispersione scolastica sia un problema del Paese e non dei ragazzi dispersi.

Più nel concreto:

  1. rivedere i cicli scolastici, accorciando di un anno il percorso;
  2. abolire la bocciatura e passare ad un sistema di certificazione delle competenze e classi di livello;
  3. dare in capo alle regioni anche l’istruzione professionale;
  4. diffondere capillarmente l’apprendimento “Hands On – Minds On”;
  5. generalizzare percorsi di alternanza scuola-lavoro.

Come vedete niente di trascendentale o di impegnativo: basta volerlo.

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5 comments

  1. Condivido alcuni punti, non tutti:
    - sì, condivido, rivedere i cicli scolastici e accorciare di un anno il percorso (ma in modo che i ragazzi di 14 -15 anni frequentino un primo biennio di scuola secondaria unitario o almeno equipollente)
    - sì, generalizzare alternanza scuola – lavoro, ANCHE PER CHI VA AL LICEO
    - Sì, Hands on minds on.
    No gli altri due punti.

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