Max Bruschi, Linneo e lo zaino di Giulia

Siccome tutto è successo a cavallo delle elezioni, non sono ancora intervenuto sull’attentato alla Resistenza di cui si sarebbe macchiato il MIUR nella definizione delle indicazioni per i Licei. La vicenda è probabilmente nota: nelle indicazioni nazionali per i Licei redatti dal MIUR non compare la Resistenza e questo ha causato una sollevazione che ha costretto il Ministro a modificare la voce dedicata a quel periodo storico. In origine era “Formazione e tappe dell’Italia repubblicana”, ora è diventata “L’Italia dal Fascismo alla Resistenza e le tappe di costruzione della democrazia repubblicana”.

Se da qualche parte deve stare scritto un rigo che “definisce” quel periodo storico, personalmente preferisco la seconda formulazione, ma la sollevazione che avrei voluto vedere sarebbe stata un’altra. Infatti, come descritto magistralmente qui, nessuno può in teoria cancellare la Resistenza dai programmi per il semplice motivo che i programmi non esistono più da dieci-quindici anni e anche quando esistevano ci si affidava comunque alla professionalità dei docenti per la loro effettiva applicazione (e ci mancherebbe altro!).

Però Max Bruschi, il consigliere del Ministro che ha coordinato il lavoro di redazione di quei testi, quando li ha annunciati sul suo blog lo ha fatto con un post dal titolo “Nuovi Licei: ecco i programmi” e molti giornali hanno scritto (chi per gioirne, chi per dolersene, chi per chiamare alla rivolta popolare o – meglio – alla Resistenza) “Via la Resistenza dei programmi”. Mi sarebbe piaciuto veder ricordare a lorsignori che per fortuna, ripeto per fortuna, i programmi li ha già aboliti il centrosinistra con il Ministro Berlinguer.

E invece no. Perché sia il Ministro che i suoi assistenti, ma anche i suoi oppositori evidentemente, hanno nostalgia dei Programmi (rigorosamente con la maiuscola), perché si fanno guidare – più o meno inconsciamente – dal solito criterio caro ai tanti Citati d’Italia: i Programmi c’erano nella scuola che facevo io? si; allora sono una bella cosa. Ecco quindi la correzione per “evitare che il dibattito si areni in una polemica non voluta”. Interviene dunque la toppa, che – come spesso accade – è peggiore del buco, dato che dà importanza e peso politico a questa ossessione definitoria, manco si stesse scrivendo un trattato di Tassonomia.

E badate, non è mia intenzione porre un problema terminologico o di principio: se mi infervoro è perché penso che aver abolito i programmi corrisponde ad una duplice esigenza della scuola italiana: da un lato maggior rispetto dell’autonomia scolastica e maggiore coerenza con quell’impianto organizzativo, nonché – come ho detto – maggiore rispetto della professionalità dei docenti,  dall’altro una maggiore corrispondenza alla missione formativa ed educativa che la scuola stessa deve (o meglio dovrebbe) avere nella società contemporanea.

I miei venticinque lettori me lo hanno visto scrivere spesso: mia figlia Giulia, come ogni bambina che nasce oggi, vivrà mediamente cento anni; come si può pensare di mettere nel suo “zaino” nei primi tredici anni di scolarizzazione tutto ciò che le serve, in termini di abilità, competenze e conoscenze? Farlo significherebbe appesantire troppo quello zaino e  per di più di “strumenti” che potranno risultarle inutili. L’errore di chi chiede a gran voce il ritorno ai Programmi  o comunque agisce “come se…” è proprio in questa pretesa di mettere “tutto” il sapere in quello zaino. Perché va da sè che se si pensa che “tutto” dovrà essere messo lì dentro in quei tredici anni, diventa fondamentale definire, precisare, chiarire cosa sia questo “tutto” e comprensibilmente diventa angosciante pensare di non mettere questo o quell’argomento.

Fiducia, responsabilizzazione e valutazione dei professionisti che operano nella scuola. Una volta di più non ci sono scorciatoie per ridare all’Italia la scuola di cui ha bisogno.

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4 comments

  1. Caro Marco, come ben sai, non si tratta, in senso stretto, di programmi, e perdonerai la semplificazione giornalistica sul mio blog. Sai quanto sia fermo difensore della conquista del dpr 275 e quanto perdoni, per questo, a Berlinguer parecchie cose… Per me (e per la normativa) si tratta di Indicazioni che debbono contenere, però, gli “essenziali”, i nuclei tematici, i “fondamentali” (chiamali come vuoi). C’è una parte prescrittiva, limitata appunto ai fondamentali. E un ampio spazio per i docenti finalizzato agli arricchimenti, alle piegature necessarie tra i vari percorsi e nel rapporto con la classe (cose queste di cui abbiamo discusso tante volte). Rivendico un certo ritorno ai contenuti. Perché l’autonomia non si può trasformare in anarchia (parleremo, un giorno, del primo ciclo, squarciando il velo di ipocrisia che lo circonda e ridando magari l’onore agli insegnanti delle medie, accusati troppo spesso di colpe non loro). E proprio perché ritengo che il sapere enciclopedico sia una chimera, ritengo, riteniamo, indispensabile che a scuola si acquisisca il “Grund”. Almeno, sino a quando sarà vigente il valore legale del titolo di studio!

    1. Max, come sai la mia critica non riguarda il tuo lavoro, ma l’approccio gelminiano nel suo complesso.

      Sulla questione dei “contenuti” rimando (non tanto te, quanto i miei lettori) a questo intervento della Prof. Ribolzi

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