Paolo Ferratini, una delle persone più lucide tra quelle che provano a disegnare un sistema nazionale di istruzione che sia “contemporaneo”, ha risposto all’articolo del Campione più anziano, articolo che vi avevo segnalato qui. A parte alcune affermazioni di Ferratini che proprio non condivido e sulle quali si potrà tornare, voglio riprendere un passaggio del suo intervento perché mi sembra proponga un cambio di prospettiva interessante.
Sembra strizzare l’occhio a quel difetto di fondo delle élites intellettuali di confondere la scuola con il Liceo (possibilmente Classico), ma va ricordato che tutto il dibattito nasce dalle indicazioni per i Licei e dunque concedo a Ferratini il “beneficio del dubbio” e che si tratti solo di una semplificazione. Con questo caveat, la riformulazione di Ferratini è – lo ripeto – stimolante e dunque la ripropongo qui integralmente.
[...] Così come sono assolutamente in disaccordo su un’altra alternativa che tu proponi (questa volta plausibile logicamente, ma “terribile”, se davvero fosse fondata nei fatti come tu ritieni): quella secondo la quale «la scuola è sempre meno il luogo dove si apprende e sempre più il luogo capace di dare significato a quanto si è appreso altrove». Non mi è chiaro se descrivi, in questo caso, o prevedi («la scuola è destinata a diventare…»). In tutti i casi, non è ciò di cui faccio esperienza ogni giorno entrando in classe. Detta così, mi sembra un’affermazione azzardata. Provo a riformularla, in una versione che non vuole essere banalmente conciliatoria, ma che mi sembra più aderente sia all’essere (almeno nelle situazioni migliori, e ce ne sono), sia al dover essere, come io l’intendo: «la scuola è (deve essere) il luogo dove si apprende ciò che non si apprende altrove e dove si dà significato a ciò che si apprende altrove». Questo sì che mi sembra «complesso, difficile e impegnativo»: tenere insieme le due cose. [...].
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