La manovra è stata di fatto annunciata con la formula magica “salvo intese”, il che è un preannuncio di furibondi negoziati tra le varie anime del governo, ed un rischio di sostanziale annacquamento, che ai mercati piacerà molto, come si può immaginare. Nei fatti, rischia di essere la ripetizione della famosa “manovra da nove minuti” dello scorso anno, che poi impiegò mesi per giungere in porto. Sul piano quantitativo, la correzione è tutto fuorché epocale: meno dell’1 per cento di Pil per ognuno dei due anni di applicazione. Se qualcuno pensa che possa anche essere risolutiva, auguri. Sul piano qualitativo si tratta di misure di blocco o rinvio di spesa pubblica (come le retribuzioni dei pubblici dipendenti), e scarico sugli enti locali di oneri finanziari. [...] Un governo che si basi esclusivamente su tagli lineari e e non sia in grado di fare politica, con riforme strutturali e profonde, in grado di cambiare il volto del paese, è un governo fallito. Comprendiamo la “ragioni di stato” dei ministri, che spingono a dire che “è stata tagliata la spesa pubblica improduttiva”, ma i mercati sono meno stupidi di come vengono comunemente dipinti dai politici di ogni latitudine. Resta che la manovra eserciterà un effetto ovviamente depressivo sulla domanda aggregata, non ci vuole un Ph.D. per capirlo. Se il denominatore, cioè il Pil, non viene fatto crescere, alla fine tutti i quozienti di finanza pubblica ti arrivano sui denti. Ma il premier mostra beata svagatezza di tutto ciò. A lui basta presentarsi in pubblico e dire che ha il tasso di consenso più alto del mondo occidentale, in questo ormai stucchevolmente infantile (o meglio, senile) tormentone.
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