Nella mia vita precedente sono anche stato uno del club più esclusivo del mondo del lavoro italiano. Avevo un contratto a tempo indeterminato: mi sembra un secolo fa e invece son passati solo otto anni. Quando sono entrato nel club mi sono fatto una domanda: non sono iscritto a nessun sindacato, l’azienda per la quale lavoro non è iscritta a nessuna organizzazione rappresentativa delle imprese, perché si applica il Contratto Collettivo al mio trattamento? E se me la sono fatta io questa domanda (che pure facevo parte del club), immagino cosa possa pensare chi non vi è mai entrato.
Questa domanda se ne è portate dietro altre sul “funzionamento” (in senso tecnico) dei contratti e non tutte mi riguardavano personalmente. Ad una in particolare non ho mai trovato nessuno che mi desse una risposta convincente. Ad un certo punto – ad essere onesti – ho anche smesso di cercarle queste risposte, convinto che se nessuno se lo chiedeva, forse non erano domande così importanti. La discussione che si trascina da tempo attorno al “caso Fiat” dimostra invece che il tema non era di lana caprina. La domanda rimasta inevasa è la seguente: possibile che non ci siano conseguenze per quelle parti che non firmano un contratto? Dal dibattito scopro che lo Statuto dei Lavoratori modificato dal referendum del 1995 una conseguenza, almeno per le aziende con più di quindici dipendenti, la prevede: chi non firma perde il diritto alla rappresentanza. Recita infatti così l’art. 19:
Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito delle associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva. Nell’ambito di aziende con più unità produttive le rappresentanze sindacali possono istituire organi di coordinamento.
Ed è una questione non di poco conto. Per dirla con le parole di Angeletti in una intervista (peraltro assai discutibile nei toni e da me non condivisa in molti dei contenuti) pubblicata oggi su La Stampa
Certo è che se si conviene sui meccanismi con cui si prendono le decisioni, queste poi sono vincolanti anche per chi soccombe. Chi perde non può fare uno sciopero per protestare contro un accordo che la maggioranza ha sottoscritto. [...] Sarebbe curioso che ci fosse chi, come la Fiom, chiede di influire sulle decisioni degli altri, ma sulle sue decisioni vuole mani libere. [...] La legge è chiarissima: per avere rappresentanza si devono firmare i contratti. Perché non firmano i contratti?
Parafrasando lo slogan rivoluzionario del Reverendo Jonathan Mayhew, “no representation without taxation”, dove la “tassa” da pagare è la firma di un contratto. A me sembra una risposta equilibrata (e assai poco “fascista“) alla domanda che ponevo all’inizio: quali conseguenze per una mancata firma?
Curiosamente però questo della rappresentanza è l’unico punto sul quale l’opposizione del Pd alle tesi di Marchionne è pressoché unanime. Lo stesso Fassino, nell’invitare i lavoratori della Fiat a votare sì all’accordo, aggiunge che “la maggior perplessità sull’accordo per Mirafiori è la clausola sulla rappresentanza sindacale”, visto che “nessuna fabbrica si governa solo con il comando, serve anche il consenso dei lavoratori, cosa che è più difficile nel caso una parte di essi e la loro organizzazione sindacale siano discriminati e umiliati”. Tutto giusto, tutto condivisibile, ma la proposta avanzata da Fassino per uscire dal cul-de-sac non la capisco. Afferma il candidato Sindaco di Torino alle primarie del centrosinistra:
Una strada per garantire all’azienda che gli accordi vengano applicati da tutti c’è: sarebbe sufficiente un accordo, interconfederale o anche solo tra azienda e sindacati, che stabilisca che ogni accordo va sottoposto a referendum ed il suo esito è vincolante per tutti i lavoratori e le organizzazioni sindacali.
Ma questa norma è già inserita nell’accordo di Mirafiori ed è quella, contestatissima, che impedisce di scioperare contro l’accordo stesso. Mi sembra si faccia finta di non vedere che la Fiom non ha nessuna intenzione di cedere sul punto vero, che è proprio quello della esigibilità dei contratti sottoscritti da chi rappresenta da una parte la proprietà e dall’altra la maggioranza dei lavoratori. Gli unici contratti che Fiom riconosce sono quelli sottoscritti da lei, a prescindere dall’esito delle consultazioni tra i lavoratori. Fossi Cremaschi azzarderei paragoni storici con i regimi totalitari, ma non sono Cremaschi.
Da questo punto di vista – e chiudo – è veramente molto più sensata la proposta Ichino, che propone quello che dice Fassino (e Marchionne, anche se pare brutto ricordarlo) sulla esigibilità degli accordi, ma aggiunge una proposta sulla rappresentanza migliorativa di quanto prevede l’accordo per Mirafiori (e l’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, anche se pare brutto ricordarlo), ovvero che le minoranza possano eleggere i propri rappresentanti a prescindere dalla firma o meno del contratto, ma seguendo – appunto – principi di rappresentatività.
posizione interessante… Facciamo l’ipotesi di un’Azienda in cui un Sindacato abbia iscritto il 40% dei dipendenti. Gli altri Sindacati firmano un accordo e questo viene sottoposto a Referndum. Supponiamo che il sì all’accordo passi con il 55% dei voti dei dipendenti. Ebbene, da quel momento il Sindacato che ha il 40% di iscritti non può più: convocare un Assemblea in orario di lavoro;affiggere comunicazioni sindacali in bacheca; costituire Rappresentanza sindacali aziendali; e tante altre piccole chicche, tra cui la ciliegina sulla torta che se qualche mese dopo quello stesso Sindacato “non rappresentativo” decidesse di cambiare idea e di firmare l’accordo, dovrebbe prima chiedere il permesso agli altri Sindacati che, volendo, possono decidere che non vogliono la sua firma tardiva. Consiglio una lettura integrale dell’accordo (lo troverete sul sito della FIOM ma non su quello della FIM e della UILM, strano vero?), perché la posta in gioco è alta, e forse sarebbe bene che la politica, invece di dare le pagelle ai Sindacati o giocare al “se fossi un operaio”, proponesse delle vie d’uscita a questo Cul de Sac per le Relazioni industriali e per il futuro dei lavoratori.
Nel merito: la legge 300 parla di Contratti Collettivi, la FIAT è “de facto” uscita da Confindustria, disconoscendo il Contratto collettivo. Dire che a Mirafiori e a Pomigliano si sta applicando pedissequamente lo Statuto dei lavoratori è quantomeno discutibile…
insisto: la proposta Ichino affronta questo problema e propone una soluzione. perché la si avversa senza proporre nulla di alternativo?
sempre che non si consideri una soluzione otttimale lo status quo (firmo un accordo e poi mi voglio tenere le mani libere per scioperarare contro i termini di quell’accordo, oppure non firmo un contratto ma voglio comunque andare a discutere con la controparte i termini di quel contratto)
Pingback: Il Nucleare, lo Statuto dei Lavoratori e la volontà popolare « Champ's Version
Pingback: Landini e i referendum « Champ's Version
Caro Marco, si vede che negli 8 anni che citi non ti sei accorto che la “proposta Ichino” ovvero il diritto delle minoranze di eleggere i propri rappresentanti “secondo la rappresentativita’”.. c’era gia’!!! Si chiamano Rsu, Rappresentanze Sindacali Unitarie, sono elette dai lavoratori su base proporzionale.. In fiat pero’ non ci sono più.. Perche’ nel mitico accordo Marchionne, sono state sostituite dalle Rsa, nominate solo dai sindacati che lo hanno firmato.. E pensa che la Fiom chiede esattamente il ripristino delle Rsu, anche in Fiat.. Robe da matti eh?
Pchamp
Un sindacato col 40% che va sotto in maniera così plateale è una contraddizione in termini. Vuol dire che non è più rappresentativo.