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Niente Inglese al Politecnico: si perdono le sfumature

Com’era prevedibile la decisione del Politecnico di Milano di far svolgere – dal 2014 – esclusivamente in Inglese i corsi delle lauree magistrali e dei dottorati ha causato reazioni molto diverse. Per quel che riguarda il merito della questione, vi sono certamente pro e contro, con una prevalenza (dal mio punto di vista, almeno) dei pro.

Attenzione però: con “merito” io intendo tutto ciò che ha a che vedere con le lezioni universitarie di una scuola politecnica (o per estensione di una facoltà scientifica). Invece abbiamo visto di tutto. Anche discussioni interminabili sulla morte della lingua italiana e sul provincialismo del nostro paese. Qualcuno addirittura ne ha approfittato per ritirare fuori l’annosa questione dell’insegnamento del Latino. Cose che sinceramente non mi appassionano, eccetto che per quel pallino – che i miei venticinque lettori ben conoscono – dei danni che Gentile ha fatto all’Italia e alla cultura scientifica. Ma oggi non è questo il tema.

Se scrivo infatti è perché sono venuto a conoscenza, leggendo Repubblica, di una lettera, firmata da 234 strutturati (ricercatori, associati e ordinari). La cosa che mi ha colpito sono gli argomenti usati per opporsi alla decisione del Rettore Azzone.

“Discriminazione su base linguistica con effetti sicuri, anche se non del tutto prevedibili e governabili, sulle carriere del personale docente e su quelle degli studenti”. Avete capito bene: sarebbero penalizzati non solo gli studenti che non sanno l’Inglese (parliamo – lo rammento – dei corsi per la Laurea specialistica in Ingegneria o il dottorato), ma anche i docenti. Che vedrebbero svanire la possibilità di fare carriera in quel prestigioso Ateneo. E poi parliamo di meritocrazia?

Contraddizione con l’articolo 271 del regio decreto del 1933 (ancora in vigore) che dispone “che la lingua italiana è lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari”. Siamo in Italia: figuriamoci se qualcuno non tirava fuori un cavillo giuridico, possibilmente sotto forma di Regio Decreto.

“Il pensiero dipende dalla lingua e le sfumature si perdono”. Le sfumature… All’estero studiano Dante nella loro lingua. Riusciremo noi a studiare la Meccanica quantistica in Inglese?

“Se l’obbligo dell’inglese passa qui al Politecnico senza colpo ferire, sarà esteso a tutto il Paese, almeno alle facoltà tecnicoscientifiche”. Questo è veramente un classico di qualsiasi protesta: provare a far scattare la solidarietà delle persone non coinvolte direttamente. Attenzione: oggi colpiscono noi, ma domani tocca a voi. Come se Azzone fosse un Marchionne dell’Accademia.

Già Marchionne. Perché in effetti – sfumature a parte – quelle avanzate sono tutte obiezioni di natura prettamente “sindacale”: la carriera discriminata, la norma, il precedente… Non ho capito perché in Italia ogni volta che qualcuno prova ad innovare chi si oppone a tale innovazione non lo fa quasi mai in nome di una proposta alternativa, ma nel nome della difesa formale di un meccanismo consolidato. Non capisco perché la discussione passa quasi subito sul piano sindacale, appunto. Anche quando a condurla non sono dei sindacalisti. Abbiamo sindacalizzato tutto. Lo chiedo veramente senza retorica e candidamente: perché? Ma soprattutto: è davvero inevitabile?

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24 comments

    1. Possiamo continuare a giocare tra di noi a fare i piccoli scienziati e dirci che siamo belli e bravi. Peccato che tutte le “innovazioni” vengono pubblicate in inglese nel resto del mondo, e questa ritrosia a usare la lingua franca della ricerca ci esclude ancora di più dai circuiti del sapere che contano qualcosa.

  1. la nostra lingua è un gioiello a confronto dell’inglese, riusciamo ad esprimere concetti complessi con meno parole e soprattutto in modo più semplice. Se i docenti non sono in grado di esprimersi ad alto livello in inglese si rischia veramente di spiegare di meno e in modo più confuso

  2. forse la totalità dei corsi delle magistrali è un po’ esagerato, ma non farei drammi sulla sconfitta della nostra cultura. E’ già sconfitta, per le materie tecniche ma anche buona parte delle scienze sociali l’inglese è la lingua dominante, essenziale per lavorare e anche “fare accademia”. Qui chiedo a Paolo perché mai il passaggio all’inglese dovrebbe avere effetti negativi sulla ricerca, quello proprio non lo vedo come rischio.
    Nessuno ha detto che forse ci sarebbero notevoli vantaggi per i figli delle famiglie “bene” che già sanno l’inglese. Ma certo sarebbe un grosso incentivo per coloro che vengono da famiglie meno abbienti (in tutti i sensi) e alla fine l’inglese lo imparerebbero e ne potrebbero trarre solo vantaggi. Inoltre immagino che l’inglese “accettato” ad un esame tecnico sarebbe abbastanza base, e non roba da premio pulitzer. Io sono già costretta a farlo con l’italiano, sarei meno scocciata se i compiti sgrammaticati che devo correggere fossero in inglese.

  3. Condivido pienamente il giudizio sulla nefasta influenza di Gentile sulla scuola italiana, non vedo però che c’entri con la sciocca proposta del Politecnico. L’idea dell’inglese come lingua unica sembra veramente un frutto del nostro peggior provincialismo. La ricerca avanzata in Italia parla già inglese da mezzo secolo e l’internazionalizzazione del settore scientifico di un Paese dipende dalla qualità della ricerca e delle pubblicazioni e (in ultima analisi) dal volume delle risorse impiegate, non dal fatto che un ingegnere faccia gli ultimi esami prima della laurea in inglese! Senza contare il fatto che, in un paese in cui il conflitto tra le ‘due culture’ permane molto forte, allontanare i tecnici e gli scienziati dall’uso dell’italiano – possibilmente di un buon italiano – sarebbe una mezza catastrofe. Non tutti finiranno al CERN, sapete, molti di loro andranno ad insegnare nelle nostre scuole (magari negli “ITIS Galileo” di cui parlava Paolini ieri sera). @Michela Cella: trovo un po’ avvilente che un insegnante la pensi come Lei. Un “inglese base”, parlicchiato da chi non si esprime bene nemmeno in italiano, quello sarebbe un bel risultato? Il Pulitzer (o il Premo Strega) non c’entrano nulla, forse che l’uso della lingua è dominio esclusivo degli scrittori? La lingua è la voce di tutti gli esseri umani ed è strumento di cittadinanza degli operai, dei fisici teorici, degli spazzini e dei professori di storia. Purtroppo, in questo nostro paesucolo, l’idea provincialissima e classista che si è ormai consolidata è quella per cui i “tecnici” lavorano coi numeri e con l’inglese, mentre i “politici” (cioè, tradizionalmente, l’esercito dei legulei) con la retorica barocca della lingua italiana. Tutti gli altri a belare. beeeh.

    1. una precisazione: il riferimento a Gentile era a commento di alcune discussioni sul latino, nate da questa notizia di cronaca (sentite con le mie orecchie a radio3, prima pagina)

    2. Caro Federico, io insegno economia politica all’Università Bicocca di Milano. Ritengo di esprimermi correttamente in italiano e quindi di fare lezione in italiano usando le giuste concordanze e coniugazioni dei verbi. Purtroppo però i miei studenti non sanno scrivere in italiano in maniera corretta, ma non è colpa mia e non posso pensare di insegnare loro anche l’italiano oltre all’economia politica. Il risultato è che quando correggo i compiti cerco di capire dalle risposte “sgrammaticate” degli studenti se hanno capito i concetti che io ho spiegato a lezione. Non tolgo punti per una concordanza sbagliata, per un congiuntivo sbagliato o per una costruzione della frase sconclusionata. Non nego che mi dia fastidio e che sono piacevolmente impressionata da coloro che scrivono bene anche in un esame di economia, ma non ci posso fare niente. Ho 64 ore di corso e la grammatica e la sintassi non sono nel programma. In compenso ritengo che saper leggere, scrivere e parlare inglese della propria materia sia un merito che possa fare la differenza durante la ricerca di lavoro.
      Trovo invece desolante che dei ragazzi che ambiscono ad “amministrare imprese” non sappiano nell’anno 2012 leggere e parlare inglese, è molto limitante. E quindi “parlicchiare” in inglese sarebbe un passo avanti.

      1. Cara Michela, nessuno pretende da lei di valutare e correggere l’italiano dei Suoi studenti. Non sarebbe tenuta nemmeno a correggerne l’inglese, evidentemente. Se in Italia l’inglese non si parla è principalmente per il modo in cui è insegnato nella scuola dell’obbligo, e finché non risolveremo questo problema, imporre l’inglese come lingua unica nelle università non servirà a nulla – se non a riprodurre e conservare un’élite sempre meno interessata alle sorti del Paese.

        1. L’inglese nella specialistica non serve a farlo imparare agli italiani, ma nel permettere agli stranieri di studiare al Politecnico.
          Se fosse per far imparare l’inglese agli studenti italiani lo farebbero già al triennio.

        2. Veramente ho colleghi che si laureano e commettono Orrori da prima elementare! Neanche la differenza da verbi e congiunzioni..io pretenderei che l’università bisogna arrivare già selezionati..in Italia la scuola non seleziona manda tutti avanti…tant’è che un ragazzo che ha frequentato l’istituto alberghiero può accedere all’uni, senza una cultura classica e scientifica.

      2. la capisco, credo che sia dovuto al calo di qualità delle scuole e sopratutto università è accessibile a tutti..non come 20 anni fa limitante solo per chi avesse una formazione liceale

  4. Pingback: il Ripostiglio
  5. Ma se per accedere alla laurea triennale e poi alla specializzazione è richiesta una certificazione della lingua inglese (che ancora non capisco perché invece non facciano un corso interno) vuol dire che l’inglese, almeno per quanto riguarda gli studenti, è necessario che lo si sappia! E che i professori lo imparino, anche se a vedere la maggioranza dei professori che ho deduco che lo sappiano, in modo anche da dare il buon esempio agli studenti. Ormai siamo in un’epoca del lavoro dove è necessario conoscere la lingua inglese meglio che si può, che poi rimane una cosa interna al Politecnico di Milano o la si estende pure a tutta Italia non mi pare sia un problema inerente alla discussione attuale.
    Come avete capito sono uno studente del Politecnico di Milano e parlo anche in base a quello che ho sentito dai miei colleghi.

  6. Io credo che sia un’altra, grande stronzata che come sempre peserà sulle classi sociali più basse, è chiaro che i figli della cosiddetta elite globale sappiano l’inglese fin dall’asilo e vadano a londra più spesso di quanto io, semplice ragazza di paese, riesca ad andare in una qualsiasi città italiana; ecco l’ennesima ingiustizia, l’ennesimo tentativo (dopo le schifose lauree a due livelli che altro non servono che per fermare i poveracci che si illudono di potere studiare) di sbarrare gli studi. Significa escludere a priori la possibilità di vedere cosa avrebbero da dire, cosa potrebbero fare questi giovani svantaggiati come se essere poveri (e non avere avuto la possibilità di studiare in scuole che fin dall’infanzia offrono una formazione internazionale, oltre quella di viaggiare) equivale ad essere degli stupidi senza alcun diritto di studiare, di dare il proprio contributo scientifico e di sognare di cambiare in meglio la propria vita. E comunque, lasciatemelo dire, l’inglese è solo la stupida lingua franca dell’economia globale. Si è passati dallo studiare una lingua veramente nobile come il latino a una neolingua semplicistica come l’inglese, una desolazione. Inoltre, non mentiamoci, la scelta degli atenei risponde al tentativo (maldestro) di attirare studenti stranieri (soprattutto inglesi dopo le ultime ben note riforme) e non certo a una preoccupazione per l’istruzione e l’internazionalizzazione degli italiani. Io appartengo al gruppi degli stupidi, che non hanno avuto la possibilità di studiare inglese, (ebbene sì, nel mio onorevole! liceo di provincia mi hanno insegnato il francese e devo ammetterlo si tratta di una scuola che sembra indietro di un secolo ma proprio per questo decisamente migliore di molte altre, certo ormai sono passati un pò di anni e forse avrei dovuto preoccuparmi e studiarlo, ho imparato da sola a leggere in inglese ma non ho mai potuto pagarmi un corso privato). E ora sono fuori dai giochi, esclusa dal corso che sognavo di frequentare. Eppure davanti ai miei (quasi) colleghi di studio, con il loro perfetto inglese e con le teste vuote, con la loro spavalda ignoranza dei primi della classe (sociale) non mi sento io quella ignorante.

    1. Concordo pienamente; non è giusto che chi prende sotto il 24 in esami importantissimi possa iscriversi alla laurea magistrale perchè sà l’inglese e chi prende 27-30 in tutti gli esami solo perchè non ha avuto la fortuna di fare i viaggi studi a londra non possa iscriversi!!!!!!!!!!

  7. e sull’italiano dei docenti universitari lasciamo perdere! ne ho sentite troppe di stronzate e credo che, come me, ogni studente ne avrebbe da raccontare.

  8. Salve a tutti.
    Io sono uno studente del Politecnico di Milano iscritto al corso di laurea triennale in Scienze dell’architettura sede Piazzale Leonardo. Premetto che non voglio criticare niente e nessuno con questo commento, anche se essendo una cosa che mi riguarda direttamente mi sono già schierato.
    Io vorrei chiedere a tutti coloro che hanno scritto questi articoli (sia schierati da una parte che dall’altra) il perché Parlano di questo tema senza interpellare o dar spazio in maniera massici ai diretti interessati; ovvero noi studenti.
    Sia il Rettore che molti altri giornalisti ripetono spesso che tutto ciò lo si fa soprattutto per noi, per renderci competitivi nel futuro mondo del lavoro. Viene ripetuto spesso che è stata una grande scelta, che gioverà molto al nostro futuro. Ma io mi chiedo, visto che riguarda appunto il nostro futuro perché nessuno ci ha interpellati, nessuno ci ha chiesto il nostro parere, i nostri timori, le nostre gioie. Non siamo forse noi quelli che potrebbero esprimere un giudizio più preciso su cosa può o non può farci bene??????Cosa vogliamo o non vogliamo essere una volta laureati??? Noi non siamo una mandria che aspetta di essere guidata da una o l’altra strada, ma abbiamo delle idee che ci piacerebbe venissero ascoltate da chi si rifugia dietro la solita frase “Lo stiamo facendo per voi”.
    In fine in qualità di studente vorrei dire che per quanto vedo, per formare un capitale umano più qualificato sarebbe meglio migliorare la qualità e la quantità dello studio, in quanto un qualsiasi venticinquenne o trentenne da solo può imparare e migliorare la sua conoscenza dell’inglese lavorando sei mesi come lavapiatti; ma sicuramente non potrà migliorare le sue conoscenze matematiche o tecniche.
    In fine vorrei chiedere di esprimere liberamente le vostre opinioni su quel che ho scritto, in quanto non volevo criticare ma volevo solo esprimere le mie idee e se qualcuno più saggio o più capace di me avanzasse una critica l’accoglierei molto volentieri, in quanto ho scritto su questo forum pur sempre per imparare qualcosa non per insegnarlo.

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