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Delio Rossi e l’extraterritorialità

Ciò che ho da dire su Delio Rossi parte da due considerazioni: 1. i “fatti di sport” che esulano dallo sport dovremmo piantarla di considerarli “fatti di sport”; 2. è più interessante commentare non il fatto in sè quanto la reazione di chi lo ha considerato il gesto di una specie di Eroe. Le seconda cosa è strettamente connessa alla prima: sono possibili certe reazioni solo se si assegna allo sport (e, in Italia, in particolare al calcio) una sorta di extraterritorialità.

Non a caso, chi condanna Rossi porta esempi non sportivi per chiedere ai suoi difensori: lo avresti tollerato se…? E poi aggiunge: se parlassimo di un genitore che picchia il figlio, di uno Stato totalitario, di un insegnante che picchia un suo studente…

Questa cultura dell’extraterritorialità sportiva è a mio avviso causa di atteggiamenti moralmente deprecabili. E non parlo di Delio Rossi, ma degli italiani che, forse anche per il gusto di andare controcorrente, stanno con Delio Rossi. Peraltro anche la conferenza stampa di oggi ci consegna un signore superiore alla media, quanto a umanità. Aggiungo poi che se sono vere le cose che si dicono sulla causa del gesto, umanamente è più che comprensibile. Però – sarà banale, ma evidentemente giova ribadirlo – comprendere non vuol dire giustificare.

Questa cosa dell’extraterritorialità – per quel che mi riguarda – è un po’ diversa dal modo come viene affrontata di solito in quel dibattito sempre uguale a se stesso che torna ogni volta che si discute ad esempio di illecito sportivo; l’ultima volta su Calciopoli e i suoi processi penali e civili, seguiti alle sentenze sportive. Quel tipo di extraterritorialità è normata e il mondo dello sport fa bene a difenderla il più possibile, sgombrando il campo – se ci riesce – dai sospetti che serva solo a tutelare privilegi, caste, rendite o addirittura illeciti ancor più grossi.

La cosa che non mi va giù è invece il concetto più esteso: lo sport come mondo a parte. E i giornali che oggi fanno la reprimenda a Delio Rossi nel nome del concetto – che condivido, come si sarà capito, ma non è questo il punto – sono i primi ad alimentare quell’approccio culturale al tema. Un approccio sbagliato. L’ho notato per la prima volta quando morì Pantani. I coccodrilli e il ricordo dei colleghi (e fin qui ci sta anche), ma anche la cronaca del fatto e quella successiva (indagini, processi…): andò tutto nelle pagine sportive. Perché?

Ci ho fatto attenzione in altre occasioni: non fu un caso isolato. Sono per primi loro – i giornalisti – a considerarsi altro-da-noi. Non avviene per tutto: è come se la cronaca sull’omicidio di Marta Russo fosse finita nelle pagine che si occupano di Università e Ricerca. Sarebbe stato stridente, non trovate? Eppure nessuno trova stridente che la cronaca di una morte per overdose finisca nello Sport (e non tiratemi fuori il doping: Pantani non è morto per il Nandrolone o come diavolo si chiama).

Lo trovo sbagliato e – come si vede in questo caso – diseducativo. Hanno contribuito a far credere a un sacco di gente che quello che non sarebbe giustificabile mai e in nessun luogo, su un campo di calcio o in uno stadio invece lo è. E non trovo esagerato affermare che è lo stesso brodo di coltura dentro il quale prospera la violenza organizzata. Per l’onore della squadra si può. E quei ragazzetti viziati della curva di fronte si meritavano proprio una lezione.

P.S.: su un punto Delio Rossi ha ragione da vendere: quanta ipocrisia! A cominciare da una Società che prima lo esonera e poi gli concede di fare la conferenza stampa di oggi allo Stadio, per giunta con la giacchetta col giglio (che i tifosi gli hanno chiesto di non togliersi mai, loro – sarà un caso – sono con Delio).

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