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Cara Avallone, la rinuncia dei più giovani è un lusso che la scuola non si può permettere

Fino a mercoledì mattina non avevo letto nulla di Silvia Avallone. Colpa mia. L’ho sentita parlare solo una notte di un paio d’anni fa in TV, mentre aspettava i risultati del Premio Strega di cui era finalista col suo romanzo d’esordio, Acciaio. Evidentemente le poche cose che ha detto in quell’intervista notturna non devono avermi particolarmente impressionato.

Mercoledì ho finalmente letto il mio primo Avallone. Non un romanzo, non un racconto, non una poesia. Ma un suo articolo per il Corriere della Sera. Parlava di scuola, non potevo non leggerlo. I quotidiani chiedono spesso agli scrittori più o meno affermati di parlare di scuola. Deve sembrare una cosa figa chiedere ad uno scrittore più o meno affermato di parlare di scuola. In redazione evidentemente li considerano argomenti affini. Avete notato? Mai che lo chiedano ad uno scienziato. Tutta colpa di Giovanni Gentile, ma questo è un altro discorso.

Nell’articolo c’è quasi tutto il campionario di luoghi comuni: l’insegnamento come passione, gli ex allievi che telefonano al vecchio prof che non hanno mai dimenticato, l’amarcord per la bambina che voleva fare la maestra, lo Stato cattivo che uccide tutto questo nel nome di non si sa cosa. Il massimo dell’originalità lo si raggiunge quando l’autrice definisce l’apparato burocratico del sistema scolastico “kafkiano”. Non manca neppure la perduta autorevolezza (quella che invece i maestri di un tempo avevano) o le difficoltà ad arrivare a fine mese. Però manca – va riconosciuto – un riferimento alle mezze stagioni.

Fine del bonario sfottò. Se parlo dell’articolo in fondo è perché un merito ce l’ha. E grande: la seconda parte descrive perfettamente i limiti del sistema attuale. Lo fa con uno stile che non riesco a farmi piacere per la massiccia dose di retorica, ma coglie il punto: oggi in Italia un giovane non può fare l’insegnante. E se il consenso che sta ricevendo questo scritto servisse almeno a divulgare questa sacrosanta verità sarebbe retorica ben spesa. Al giovane la professione è preclusa. Nemmeno se ha la passione per quel mestieraccio potrà insegnare; e neppure – cosa ancor più grave – se ne ha la capacità. Se non può – ecco la Verità in tutto il suo candore devastante – è perché esistono quelle cose chiamate “graduatorie a esaurimento”.

Se per insegnare “non basta la Laurea e non bastavano neppure le famigerate Ssis” è perché si è continuato a chiamare “vincitore di concorso” anche chi si era abilitato e non – come sarebbe logico – solo chi quel concorso lo ha effettivamente vinto, raggiungendo l’agognato “ruolo”. Negli anni si è lasciato che si accumulasse una lunga coda di aspirtanti docenti (abilitati e non), si è permesso a graduatorie chiuse di riaprirsi per far posto a questa o quella categoria di eccezioni. L’ultima è quella dei “trecentosessantisti”, altre l’hanno preceduta, altre la seguiranno.

Scrive Avallone:

E dire che mia madre, a soli vent’anni, dopo aver vinto il concorso di Stato era già di ruolo. Cos’è successo nel giro di un paio di generazioni alla scuola pubblica?

Fa la domanda giusta, “cosa è successo?”, ma non dà la risposta. Forse perché non è compito dei romanzieri dare risposte, proporre soluzioni. Non si capisce allora perché si continui a chiedere loro di scrivere di scuola. Quello che è successo è responsabilità di governi incapaci di programmare, di sindacati sempre molto attenti a chi era già “dentro” e insensibile alle esigenze di chi stava “fuori”, di un apparato ministeriale più propenso a perpetuare se stesso che a risolvere i problemi.

Tutto questo l’autrice non lo dice. Denuncia il peccato, ma non il peccatore. In questo modo però ciò che resta, arrivati alla fine dell’articolo, è l’amaro in bocca. Per quel pessimismo assoluto che non lascia spazio a niente, quella rassegnazione che paralizza, toglie ogni speranza. Salvemini ha detto: “A questo mondo si rassegna solo chi non ha bisogno di fare altrimenti”. Articoli come questo rischiano di assecondare un sentimento fin troppo diffuso.

Io – nel mio piccolo – se faccio politica e mi occupo di scuola è perché non mi rassegno. E non mi rassegno anche per dare il mio modestissimo contributo affinché non si rassegnino migliaia di giovani che vogliono insegnare.

In conclusione all’articolo si legge:

Continuo a credere che la scuola sia la sola opportunità uguale per tutti di diventare cittadini liberi e intraprendenti. Ma lo è solo a patto che lo siano anche gli insegnanti: liberi di diventarlo.

Ed è verissimo. Ma per fare questo è necessario avere il coraggio di abbandonare progressivamente il sistema delle graduatorie, garantire periodicità nei concorsi, dare pari opportunità a chi oggi è dentro le graduatorie e a chi si è laureato negli ultimi anni. Come? Ad esempio così.

Perché l’Italia torni ad essere un paese dove un giovane può insegnare se lo vuole è necessario abbandonare una certa retorica intrisa di pessimismo e rassegnazione, utile al massimo a raccogliere qualche applauso, vendere qualche copia del giornale della sera, essere sommersi dai like e dai retweet.

Invece bisogna avere il coraggio di scontentare qualcuno. Non lo può fare chi deve vendere i suoi libri, ma dovrebbe provarci almeno la politica. Perché la rinuncia dei più giovani è un lusso che la scuola non può permettersi.

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3 comments

  1. Non so se sono del tutto d’accordo sull’analisi retorica della prosa di Silvia Avallone (che mi pare faccia parte del genere scuola, inevitabilmente, dai tempi di Tom Brown), né sulle possibili motivazioni dell’articolo (che si propone, e noi come lettori dobbiamo accettarlo, sia l’espediente finzione o meno, come lettera aperta – di autore [neolaureato] Rcs a quotidiano Rcs), ma in fondo poco importa. Quello che condivido pienamente infatti è quella parte – che mi ostino da anni a scrivere in ogni dibattito sulla scuola, da me e altrove: “perché si è continuato a chiamare “vincitore di concorso” anche chi si era abilitato e non – come sarebbe logico – solo chi quel concorso lo ha effettivamente vinto, raggiungendo l’agognato “ruolo”. Già. Le graduatorie della scuola non scadono. Chi arriva 1500 si sente “vincitore” esattamente come chi l’ha vinto. E ha ottenuto, nel tempo (doppio canale, e altro) di non potersi mai più sottoporre a concorso in nome di quella graduatoria.
    Già se soltanto introducessimo la scadenza, come in ogni altro settore del pubblico, avremmo fatto un pezzo avanti. Ma non succederà. Per i motivi che hai detto (difesa di categoria, disinteresse, non conoscenza, ecco perché kafkiana, da parte della società). Ciò non toglie – e anche in questo ti seguo – che si debba provarci sempre.

  2. Avallone non può affrontare tutto in un articolo, ma deve rendere un sentimento, in questo caso un’impossibilità. Deve ammonire.
    Considerando l’attitudine- che credo debba mantenersi, per contratto, politicamente corretta- il pezzo non è malvagio, solo parziale.

    Io ho scritto questo. Dacci un occhio.
    Ciao, Ila

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