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Le regole per le primarie e la pretesa di mettere le braghe al mondo

Leggo sull’Unità on line che i candidati del PD alle primarie di coalizione dovranno

accettare programma del Pd e coalizione del Pd. [...] I candidati degli altri partiti dovrebbero sottoscrivere una ‘carta di intentì della coalizione.

Curioso. Due volte curioso.

Per quel che riguarda la coalizione c’è il piccolo dettaglio che nessuno sa quale sia. Mi spiego con un esempio. Oggi, oltre al PD, ne fanno parte – stando a chi ha annunciato la propria candidatura alle primarie – SEL (Vendola) e API (Tabacci) e forse i socialisti di Nencini. Ma domani? Io che sono del PD decido di candidarmi e metto in conto di dover accettare la coalizione così com’è oggi. Raccolgo le mie firme e mi candido. Il giorno dopo Di Pietro annuncia che si candida anche lui. Può? Non può? E se a me la nuova coalizione non sta più bene? Devo rinunciare io (che sono del PD) per far posto a lui? Senza che nessun organismo del partito “accetti” che la coalizione si allarghi? Ho fatto l’esempio di Di Pietro, ma potrebbe valere anche per Italia Futura o – perché no – l’UDC di Casini. A proposito dell’UDC. Quale coalizione io (che sono del PD) devo accettare per potermi candidare? Quella di oggi o quella che tutti sanno che Bersani vuole costruire dopo il voto?

Due volte curioso, quel vincolo, perché anche quello del programma non è chiarissimo. Sembrerebbe – stando all’house organ bersaniano – che la Carta d’intenti la debbano sottoscrivere i candidati non del PD, mentre quelli del PD devono sottoscrivere anche il programma, che immagino sia quello approvato in questi anni nelle Assemblee Nazionali. Paradossalmente il partito che organizza la competizione, quello che “cede sovranità” (per stare ad una formula che ha usato Fassina in una recente intervista) chiede meno “garanzie” ai candidati esterni che a quelli interni. Ma come se non bastasse questa differenza di trattamento, la pretesa è curiosa per un motivo molto più profondo.

Prendiamo un programma che conosco bene, quello sulla scuola. Abbiamo passato tre anni a scriverlo. Mediando tra posizioni diverse. Grazie al lavoro del Forum Nazionale guidato da Bachelet ho già detto in altre occasioni che siamo per lo più riusciti a mediare al rialzo, cosa assai inusuale in politica. Peccato che oggi quel programma venga spesso disatteso dalla stessa segreteria di Bersani. Un esempio? L’assunzione dei docenti: il programma approvato a Varese dice esplicitamente che si deve garantire un equilibrio per le immissioni in ruolo tra precari storici e giovani aspiranti docenti, ma appena si è profilato all’orizzonte la possibilità di un concorso che consentisse di mettere in pratica questo proposito, il PD – con la sua responsabile scuola nazionale e l’ex ministro Fioroni – ha invece affermato che prima di assumere gente nuova bisognava esaurire le graduatorie. Posizione legittima, sia chiaro. Non voglio qui fare una discussione nel merito (i motivi per cui io la penso diversamente li trovate navigando su questo blog). Posizione legittima, ma diversa da quella del programma del PD. E di questo stiamo discutendo ora.

Qualora ci fosse quella clausola e Bersani la sottoscrivesse, dovrebbe al contempo contraddire la sua responsabile scuola. Un bel paradosso, non c’è che dire. E soprattutto verrebbe da chiedersi perché non l’abbia fatto a tempo debito, quando forse una posizione diversa del PD avrebbe consentito di aprire fin da subito ai più giovani anche questo concorso appena bandito.

Questo esempio come mille possibili altri è lì a dimostrare che in un partito non identitario non è possibile mettere le braghe a tutto. La pretesa di scrivere prima lo spartito che tutti i suonatori si devono impegnare a suonare e poi scegliere il direttore d’orchestra, come fosse un mero esecutore, è semplicemente una stupidaggine figlia di un’epoca che non esiste più.Bersani direbbe che è come pretendere di rimettere il dentifricio nel tubetto: fai la figura del matto. Se non peggio.

Una pretesa assurda. Che per di più squalifica il senso delle primarie e delegittima il vincitore, a quel punto ridotto ad essere solo una faccia. E non colui che rappresenta un programma, un’idea di paese. Questo sì che sarebbe un inqualificabile cedimento alla supremazia delle forme sui contenuti, dei nomi sulle cose da fare.

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