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Matteo Renzi: il possibile erede di Romano Prodi e Mario Monti

Una delle cose che mi sento ripetere più spesso a proposito di queste primarie è una frase che più o meno suona così:

Se si votasse per scegliere il segretario del partito non avrei nessuno dubbio a votare Renzi, ma in questo caso si sceglie il Presidente del Consiglio e quindi preferisco Bersani.

Io la penso diversamente. Una conferma l’ho avuta ieri. Pier Luigi Bersani è stato ospite di Che tempo che fa (qui il video) e vederlo mi ha convinto della bontà di due scelte che ho fatto: la scelta di sostenerlo tre anni fa per la segreteria e quella di oggi di preferirgli Matteo Renzi per la premiership.

Sono contento che il Segretario del PD sia lui, senza nulla togliere a Marino o Franceschini. Anche se questo non c’entra con le mie scelte, sono anche sollevato dal fatto che sia lui e non Rosy Bindi, che sabato in Assemblea ha una volta di più dimostrato di essere totalmente inadatta a qualsivoglia incarico di garanzia: spero solo non presieda la Camera come presiede il PD.

È un bene che sia lui perché solo una persona con la sua formazione e il suo approccio alla politica avrebbe potuto mettere il PD davanti a se stesso, comprendendo l’importanza di aprire il più possibile le primarie. Solo lui infine mi garantisce che i mille paletti che i suoi sgherri vogliono mettere alla partecipazione siano solo mille e non un milione.

La parte più bella di quell’intervista è quella dedicata al perché facciamo le primarie, al significato di questa consultazione. In cinque minuti ha smontato tutti gli argomenti preventivi che i suoi hanno portato avanti nei mesi scorsi per non farle o farle il più in là possibile ed eventualmente nel modo più ristretto. Se questo stesso coraggio lo avesse avuto a gennaio avrebbe dato il suo ok al congresso (e sarebbe stato meglio per la tenuta del PD); se lo avesse avuto a giugno ora avremmo già le regole da un bel pezzo. Ora evidentemente si è finalmente convinto di avere la forza per stressare il patto di sindacato che lo ha eletto e dunque può affermare che le primarie avrebbero senso anche con una legge elettorale di tipo proporzionale, dopo aver rinviato in estate la scelta sulle regole proprio perché prima si doveva capire con quale legge avremmo votato.

Ma alle primarie non si vota per un segretario, si vota per il candidato premier. E ciò che mi porta ad apprezzare il Bersani segretario è anche ciò che mi fa pensare non sarebbe il miglior Presidente del Consiglio possibile. Ad esempio un premier che fa con tre mesi di ritardo ciò è giusto mi preoccupa. Ma non è tanto questo, quanto la parte della proposta bersaniana a farmi scegliere Matteo Renzi. Sia in termini di coalizione che di programmi. E dall’intervista ho visto confermate le mie preoccupazioni su entrambi i fronti.

Sulla coalizione permane la confusione:

  • l’API non ne fa parte, ma Tabacci si candida ugualmente (come “esponente autorevole del centrosinistra): evidentemente gli altri esponenti del PD che vogliono candidarsi – Civati, Gozi, Puppato, Boeri, lo stesso Renzi – per Bersani non sono abbastanza autorevoli;
  • i socialisti ne fanno parte, ma non candidano nessuno alle primarie;
  • Di Pietro non ne fa parte ma “al momento”, dice Bersani lasciando intendere che le porte non sono chiuse;
  • Casini non ne fa parte, ma Bersani sul dopo voto si tiene le mani libere.

Per quel che riguarda il programma, anzi il progetto, Bersani parla esplicitamente di “eguaglianza dei punti di partenza”, che viene prima dell’”eguaglianza delle opportunità”. Come se mettere tutti sulla stessa linea di partenza senza aver rimosso gli ostacoli all’affermarsi della meritorietà (cosa diversa dalla meritocrazia) possa bastare. Derubricando i termini “merito” e “opportunità” a “belle parole”. Non basta: ci si deve sforzare di tenere insieme solidarietà ed efficienza, come ci insegna il Prof. Zamagni (perdonatemi la lunga citazione).

Siamo ora in grado di comprendere cosa c’è alla radice del “fallimento” (nel senso di failure) del Welfare State. [...] Aver legittimato politicamente la separazione (e non già la distinzione, il che è ovvio) tra sfera economica e sfera sociale, attribuendo alla prima il compito di produrre ricchezza e alla seconda quello di ridistribuirla è stata la grande “colpa” del Welfare State. Perché ha fatto credere che una società democratica potesse progredire tenendo tra loro disgiunti il codice dell’efficienza – che basterebbe a regolare i rapporti entro la sfera dell’economico – e il codice della solidarietà – che presiederebbe invece ai rapporti intersoggettivi entro la sfera del sociale. [...] Ma un’efficienza separata dalla solidarietà diventa efficientismo; e una solidarietà separata dall’efficienza degenera in assistenzialismo, più o meno paternalistico. C’è allora da meravigliarsi se oggi le disuguaglianze di vario genere continuano ad aumentare in modo scandaloso e se gli indicatori medi di felicità pubblica registrano diminuzioni costanti? C’è da meravigliarsi se il principio di meritorietà viene confuso (maldestramente) con la meritocrazia, come se si trattasse di sinonimi? C’è da meravigliarsi se la reciprocità viene confusa con l’altruismo e se i beni comuni vengono confusi con i beni pubblici?

Non so quanto Renzi sia consapevole della lezione del Prof. Zamagni, ma so per certo che la scelta politica del gruppo dirigente del PD di riposizionare il partito su una posizione tipica del socialismo europeo più tradizionale va in una direzione diversa da quella disegnata da uno che può essere certamente considerato un “ideologo” dell’epoca dell’Ulivo. Diversa, quindi, dalle scelte dei governi del 1996-2000 (da quelli di Romano Prodi al primo di Massimo D’Alema); scelte che non a caso alcuni autorevoli esponenti della maggioranza che governa il partito si sono affrettati a rinnegare proprio per dare la cifra del “pentimento” per gli ultimi vent’anni.

Tra i candidati con qualche possibilità di vittoria, Renzi a mio parere – come per l’Agenda Monti – è l’unico che può far vivere oggi quegli insegnamenti declinandoli con un occhio alla contemporaneità e alla speranza per un futuro migliore. Ecco dunque un altro motivo per votare Matteo Renzi: l’unico capace di raccogliere le eredità di Mario Monti e Romano Prodi, i due migliori Presidenti del Consiglio che questo paese abbia avuto nella cosiddetta seconda Repubblica.

2 comments

  1. io sono uno di quelli che sostiene il tuo assunto iniziale: fossero primarie di partito avrei senza dubbio votato renzi, ma sono altro e non ho ancora deciso. e temo che sarò indeciso ancora per un bel po’.
    le tue considerazioni sono interessanti. però…
    1. se è verissima la confusione di bersani sulle alleanze – e in particolare non mi sta bene quel “io penso al mio campo, casini al suo e poi vedremo”, che è l’antitesi del pd, ma è anche un punto di cui chiaramente si discuteva tre anni fa quando venne eletto e quindi mi sorpendo di chi oggi si sorprende – è altrettanto vero che io (credo di essere uno dei tanti) non ho ancora capito quale sia la posizione di renzi sulle alleanze: vuole andare da solo? vuole allearsi con sel? con di pietro? con l’udc? dire “mi alleo con gli elettori” è giusto e intelligente, ma è – perdonami – anche una bella paraculata che non aggiunge niente. un po’ più di chiarezza, anche da parte sua, non guasterebbe (e non mi rispondere che ancora non conosciamo la legge elettorale, perché allora l’obiezione vale anche per bersani).
    2. condivido l’impostazione di zamagni sulla fallacia della separazione tra sfera economica e welfare. ho i miei dubbi, però, che soltanto in renzi esse siano separate. io attendo ancora di conoscere le proposte di bersani in merito.

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