Un commento di un prof di lettere

A seguito del mio articolo su Europa sulle 24 ore di docenza per i prof ho ricevuto alcune mail di commento. Una mi ha colpito in particolare e – con l’autorizzazione dell’autore – ne pubblico qui la parte generale, quella che prescinde dall’attualità (anche lui, come me, è ovviamente contrario all’iniziativa di Profumo).

Penso che la sinistra debba rompere gli indugi, prima che lo facciano altri con meno titolo morale e culturale. Il merito e la qualità del lavoro vanno premiati, e non deve più essere possibile ritenere la scuola una sorta di enorme calderone dove “cuociono a fuoco lento” – sotto gli occhi di una pubblica opinione sempre più ostile – eccellenze e “deficienze”. Non è possibile che nelle graduatorie conti solo l’anzianità, che un Dottorato valga meno di un anno di servizio, che non contino nulla le pubblicazioni scientifiche, le partecipazioni ad attività di ricerca, l’avere svolto attività delicate di formazione o di partecipazione a commissioni concorsuali. Così come non è possibile fare finta di nulla: alcune cattedre hanno alle spalle un carico di lavoro maggiore, e il nostro lavoro non è oggettivamente tutto uguale… E i risultati Invalsi? Sono solo tempo perso o possono contare qualcosa nella valutazione dei processi formativi e delle persone che li attuano?  Ai tempi del ministro Berlinguer la valutazione del lavoro docente naufragò per l’opposizione del sindacato: siamo tutti uguali, dicevano, come nella Cina di Mao pensavo io… Oggi questo non deve più accadere, e  quando scadrà il nostro contratto (non prima e unilateralmente) il PD (partito che voto da quando è nato) deve battersi per un riconoscimento economico adeguato al nostro lavoro (lo so, il periodo è gramo…) ma anche per il riconoscimento della professionalità e della qualità del lavoro dei singoli. Reclutamento severo, formazione permanente, valorizzazione del merito individuale e della struttura di riferimento: solo così avremo insegnanti adeguati ad affrontare la sfida che ci attende, in grado di soddisfare le altissime aspettative che (nonostante la cattiva fama di cui spesso godiamo) le famiglie hanno nei nostri confronti.

Mauro Reali, docente di Lettere Liceo Banfi di Vimercate (MB)

Ho già ringraziato il Prof. Reali personalmente ma lo voglio fare anche pubblicamente. Faccio ancora politica nonostante tutto soprattutto grazie a persone come lui.

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3 comments

  1. Sono d’accordo nell’impianto, non sono d’accordo su alcuni punti che pure noi tendiamo a dare per scontati.
    Parlo delle cose che mi vedono in disaccordo, precisando che ciò con cui concordo rimane comunque la parte fondamentale: non siamo tutti uguali, il merito va premiato, i risultati registrati e analizzati.
    .
    Il dottorato di ricerca non ha niente a che vedere con il lavoro di un insegnante. Il dottorato è il primo gradino nella carriera accademica, non altro. E’ un’attività individuale a spettro strettissimo, quello dell’insegnante è un lavoro di relazione a spettro amplissimo (soprattutto in una scuola moderna).
    Non solo: la valorizzazione del dottorato aveva un senso al tempo dei concorsi aperti a tutti i laureati. Ora che tra SSIS, TfA e lauree abilitanti, si arriva al paradosso, se si ipervalorizza il dottorato, che per lavorare nella scuola è meglio lasciar perdere il lavoro in classe e tornare all’università.
    Ammetto comunque di essere influenzato dalla mia storia personale: al momento di scegliere tra dottorato e SSIS io ho scelto la ssis e ho cominciato ad insegnare, entrando nel supplizio dei punteggi: in virtù di quei punteggi, perdere tre anni di servizio sarebbe stato un suicidio. Ora sentirmi dire (ipoteticamente) che avrei dovuto fare il dottorato, piuttosto che insegnare, mi fa prudere la pianta dei piedi.
    .
    Aggiungo una cosa: mi sembra tipico di una maniera tradizionalmente nozionistica di concepire sia la cultura che l’insegnamento quella di dire: “Ma un dottorato ne sa di più”. No, sono lavori diversi, ed infatti non mi risulta che in Europa valga questo principio.
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    I titoli vanno valutati, e bisogna tenere in considerazione seria chi fa del lifelong learning un impegno concreto, perché è fondamentale. Però attenzione a non far diventare la cosa un automatismo: pubblicare articoli scientifici va bene, ma neanche questo è il proprium di un insegnante. Posso scrivere degli splendidi articoli sulla prosa degli autori dialettali dell’800, ed essere una frana quando spiego Gadda.
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    Qua secondo me bisogna muoversi su due gambe: una è quella del merito, messa bene in luce dal collega. L’altra è la specificità del lavoro di insegnante, che deve farci uscire dall’idea che ci sia una classifica: prof. universitario, poi di liceo, poi di altra scuola superiore, poi delle medie e infine, sfigatissime, le maestre elementari (e qualche sparuto maestro). Ogni posizione è specifica e deve essere valutata in relazione a quel che le è richiesto.

    Chiudo con un parallelo: a giurisprudenza ci sono i dottorati, ma non è dal dottorato che vedi il bravo avvocato. Per i docenti è uguale.

  2. Premetto che ho lasciato la CGIL scuola proprio in occasione del voltafaccia nei confronti del ministro Berlinguer sulla valutazione degli insegnanti.
    Dopo tutto questo ritardo italiano sulla questione è possibile fare ulteriori riflessioni sull’argomento anche in riferimento alle esperienze di altri paesi, o anche in riferimento alla efficacia della differenziazione economica tra docenti sugli apprendimenti degli studenti, (segnalò questo studio http://ospitiweb.indire.it/adi/Pisa2009Focus14-16/p96_frame.htm ). Sulle ultime sperimentazioni italiane stenderei un velo pietoso. Per me le prioritá sono:
    – definire uno stato giuridico dell’insegnante con un atto legislativo togliendolo dalla contrattazione sindacale;
    – prevedere una carriera per gli insegnanti che permetta di individuare reali figure di sistema (no ai premi spot)
    -per quanto riguarda l’attività strettamente didattica in classe bisogna superare il concetto del bravo insegnante isolato, nell’ottica di una didattica per competenze, un “bravo insegnante” isolato non è molto efficace dobbiamo puntare ad ottenere e quindi sottoporre a valutazione, un bravo team di insegnanti di classe.Un bravo insegnante deve saper quindi lavorare in team per raggiungere l’obiettivo di far acquisire competenze agli studenti.

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