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Articoli taggati ‘Barack Obama’

Un boxino per Ipazia e gli altri

Lunedì 28 Settembre 2009 Lascia un commento

Mi sa che mi devo decidere a fare come lui e mettere qui a destra un bel boxino con i post degli altri che mi sono piaciuti in modo particolare. Una cosa sobria, che al contempo mandi in pensione “mi hai tolto le parole di bocca”, la mia rubrica più umile che potrebbe avere così la visibilità che merita. Una cosa dove mettere i post dei quali mi innamoro, i post “che avrei voluto scrivere io, ma non ne sono stato capace”.

Un posto dove mettere dei piccoli capolavori come questo.

Gelmini e il primo giorno di scuola

Lunedì 14 Settembre 2009 Lascia un commento

Premessa. Quando ho scritto questo post ironico sui nessi (inesistenti, se non nella propaganda ministeriale) tra l’approccio gelminiano e quello di Barack Obama ai problemi della scuola, non immaginavo di essere così profetico. Profetico, magari sì, ma così profetico…

Verrebbe voglia di confrontare tutti i passaggi per verificarne la distanza innanzi tutto di cultura politica, ma mi limiterò ad un unico punto: il rapporto tra il governo centrale e gli insegnanti. Continua a leggere…

Gelmini e Obama per me pari non sono

Martedì 8 Settembre 2009 2 commenti

Questo è quello che voglio sottolineare oggi: la responsabilità di ciascuno di voi nella vostra educazione. Parto da quella che avete nei confronti di voi stessi. Ognuno di voi sa far bene qualcosa, ha qualcosa da offrire. Avete la responsabilità di scoprirlo. Questa è l’opportunità offerta dall’istruzione. Continua a leggere…

Washington, Italia

Mercoledì 11 Marzo 2009 Lascia un commento

Troppi sostenitori del mio stesso partito hanno opposto resistenza all’idea di premiare l’eccellenza nell’insegnamento con compensi extra, ma noi sappiamo che questo può fare la differenza in una classe.

Bisogna anche cambiare l’attuale calendario scolastico perchè i nostri figli trascorrono un mese in classe in meno dei ragazzi della Corea del Sud ogni anno: non è la modalità con cui prepararli all’economia del ventunesimo secolo.

Capisco che non si tratta di idee popolari, ma dobbiamo far fronte alle sfide del nuovo secolo, e se possono farlo in Corea del Sud, lo possiamo fare anche noi.

Noi chi? Sembra che si parli dell’Italia, ma sono parole del Presidente Obama.

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Ciccio, mi hai tolto le parole di bocca

Giovedì 22 Gennaio 2009 1 commento

Nuovo appuntamento della rubrica “Mi hai tolto le parole di bocca“. Tocca a Ciccio per la seconda volta: congratulazioni!

Erano mesi che mi domandavo cosa fosse quella strana sensazione che avvertivo davanti a ogni nuova manifestazione dell’obamismo nostrano…

continua su Quadernino, il blog di Ciccio Cundari

Il senso della misura

Mercoledì 21 Gennaio 2009 Lascia un commento

Liberi di non crederci, ma per una volta non sono mosso da alcun intento polemico, ma solo dalla volontà di ridare un senso alle cose.

Cominciando dalle cose semplici: ad esempio la misura.

Si, il senso della misura. Questa volta nella sua accezione letterale.

Anche in virtù del fatto che  a me già centomila sembrano una enormità, faccio dunque serenamente (e pacatamente) notare che quelle della foto sono a detta di tutti “almeno due milioni di persone”.

Questura e organizzatori concordano.

Buon Lavoro, Mr. President!

Mercoledì 21 Gennaio 2009 Lascia un commento

Non ho detto nulla sul discorso del Quarantaquattresimo. E cosa si poteva dire di più?

Visto che la traduzione simultanea nel video non è un granchè, qui ne trovate una migliore.

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Chiedilo a Mike? Meglio di no.

Sabato 8 Novembre 2008 2 commenti

Michael Moore ha scritto un libro, Chiedilo a Mike, edito in Italia da Mondadori. Uno dei capitoli si intitola Come eleggere John McCain e spiega ai Democratici cosa non avrebbero dovuto fare, secondo lui, per non perdere le elezioni. In America non so, ma qui in Italia se ne parlò molto subito dopo la Convention democratica di Denver per sostenere alcune tesi molto care a certa sinistra. Visto come è andata, sono andato a curiosare per vedere quanto la vittoria è figlia dei consigli di Mike. I consigli sono sei: vediamoli uno per uno.

Primo. Continuare a parlare bene di McCain.

Il capitolo si conclude con questa affermazione: “Credetemi non siamo in Svezia da noi gli eroi di guerra vincono sempre”. Evidentemente in questo caso non e’ andata così.

Secondo. Fate scegliere a Obama un bianco conservatore come vice.

“Un bianco conservatore”: sembra il ritratto di Biden. E dire che la previsione del regista qui non lasciava scampo: “Se Obama sceglierà il vice sbagliato si sgonfierà tutto in un attimo”. Non mi sembra si sia sgonfiato tutto: forse un bianco conservatore non era un vice così sbagliato.

Terzo. Continuate a scrivere discorsi per Obama come quello pronunciato davanti alla lobby ebraica.

Le frasi particolarmente indigeste per Moore sono due: “L’Iran costituisce una grave e reale minaccia, il mio obiettivo sarà eliminare tale minaccia” e “Per difendere il nostro paese e Israele terrò sempre aperta la possibiità di un’opzione militare”. Rileggetevi le dichiarazioni di quello che sarebbe diventato il 44° Presidente: anche su questo Obama e il suo staff si sono ben guardati dal dare retta ai consigli di Moore.

Quarto. Dimenticate che questo è stato un anno storico per le donne.

Qui Moore stigmatizza il fatto che a un certo punto “gli esperti sono saltati fuori con il problema Michelle”. Secondo lui sarebbe stato un errore ridimensionare il ruolo pubblico della moglie di Obama perchè le donne -già deluse dalla sconfitta della Clinton- non avrebbero tollerato. “Fatela tacere e Obama perderà perchè perderà il voto delle donne”. Michelle invece è stata ridimensionata per non spaventare i moderati e Obama ha vinto ugualmente.

Quinto. Presentatevi alla guerra con una cerbottana.

Moore fa ad Obama la stessa critica che la Palin ha sempre fatto a McCain: quella di essere troppo morbido. Scrive il Premio Oscar per Bowling for Columbine: “E quando McCain e i suoi cominceranno ad usare l’arsenale atomico contro di voi siate gentili, comprensivi e razionali”. Non ricordo nella campagna elettorale nessun particolare colpo basso da parte di Obama eppure tutto è andato bene.

Sesto. Rinnegatemi.

Effettivamente questo lo staff di Obama non lo ha fatto. Non lo hanno rinnegato, ma si sono limitati ad ignorare i suoi consigli.

Resta solo una considerazione. Non è difficile immaginare quanto avrebbero campato di rendita Michael Moore e certa sinistra (non solo americana) se Obama, dopo aver fatto esattamente il contrario di quanto suggerito dal regista, avesse perso le elezioni. Troppo comodo fare previsioni apocalittiche se quando le toppi nessuno se ne ricorda.

Un po’ come se Di Pietro si mettesse a dare consigli al centrosinistra: c’è il rischio di perdere in eterno a dargli troppa retta.

Come dite? Il Pd è ossessionato dai suoi “consigli”? Concordo.

[Bidussa] – L’Europa cerca il suo sogno in quello americano

Giovedì 6 Novembre 2008 Lascia un commento

Non so come si sono risvegliati gli Stati Uniti stamani. So invece come ci siamo svegliati noi europei: abbiamo davanti all’interrogativo del nostro domani possibile, ma non deciso da noi e a cui ci siamo illusi di partecipare facendo il tifo. Infatti, in tutti questi mesi, descrivendo un’America alla riscossa capace di sognare  in realtà noi abbiamo parlato di noi e riflettuto sul nostro presente, senza avere né la forza né l’entusiasmo di provare a inventarlo e di fuoriuscire così dalla propria crisi.  Se è vero come ha scritto ieri Paolo Della Sala su questa stessa pagina che l’America con queste elezioni, comunque vada, prende congedo dalla sua dimensione imperiale, è anche vero che molti fuori dagli Stati Uniti si aspettano che il nuovo ciclo ricominci da lì e che da lì vengano le idee.

In questa non consapevolezza sull’entità della crisi sta anche una lettura distorta dello scenario futuro che sarà caricato sulle spalle del prossimo Presidente degli Stati Uniti. Comunque vada, il tema sarà la ripresa dell’America, dei suoi consumi interni, della ricerca di un nuovo patto di fiducia interno. L’Europa, in questi mesi di relativo stallo americano aveva la possibilità – volendolo – di provare a muoversi. Non lo ha fatto. E’ saggio capire come e perché un vuoto europeo molto più preoccupante di quello americano.

Ci sono molte cose che vere sulla crisi americana che si riverbera sulla nostra quotidianità: è vero il fatto che negli ultimi anni gran parte della divisione politica dell’Europa è stata conseguenza delle scelte di politica internazionale dell’amministrazione americana. E’ vero, inoltre, che nella stessa natura della crisi economica che ci coinvolge sta una lunga catena di comportamenti che hanno la loro origine nel sistema americano, in un’economia sempre più irreale fatta di finanza e non di sostanza.

L’Europa, dunque, avrebbe avuto la possibilità di riprendersi in mano una parte di presente e di candidarsi ad avere un futuro proprio perché tutte le sirene del progresso e della ricchezza che avevano cantato e suonato negli ultimi otto anni hanno mostrato la loro precarietà. Un discorso che non riguarda solo il tempo dell’amministrazione Bush, ma risale ai primi anni ’90 quando la lieta novella della fine della storia diffusa da Francis Fukuyama e che per alcuni anni infiammò d’entusiasmo tutti, convinti che il crollo dell’impero sovietico aprisse una nuova stagione in cui tutti indistintamente avrebbero trovato un posto nel treno pacificato della storia universale in marcia verso la felicità.

Come sappiamo non è andata così e venti anni di stanza dall’”indimenticabile ‘89” ci troviamo a fare i conti con l’incubo di sapere o meno (più spesso di non sapere) se abbiamo un futuro dignitoso oppure no (a breve nel frattempo la domanda è se arriviamo e come alla fine del mese).

L’Europa in questo scenario, anziché proporre politiche ha trasformato la politica in una condizione di tifoseria. Per vari motivi è accaduto: per aver rifiutato di avviare con coraggio una riforma concreta dei propri assetti; perché affascinata dalla riscoperta delle proprie radici di autenticità, pensando che questo costituisce di per sé una ricetta. E così si è raccontata le proprie paure ma senza intraprendere una via razionale per risolverle; non ha espresso una leadership politica rinnovata o ha affidato sulle spalle della presidenza di turno dell’UE, in questi mesi il Presidente Nicolas Sarkozy, un ruolo senza poi supportarlo veramente (sulla Cina; sulle politiche energetiche, su quelle migratorie, su quelle ambientali).

L’Europa è in crisi, per certi aspetti più profonda degli Stati Unti perché sembra senza risorse. Ma soprattutto, ed è qui la vera natura della crisi europea, per mancanza di un proprio progetto su cui misurare e confrontare il senso della proposta politica propria di entrambi i candidati che si confrontavano al di là dell’Atlantico. Un vuoto che continua a rinviare problemi che riguardano il nostro domani immediato: sul piano dello sviluppo della ricerca scientifica (e dunque sul futuro del suo sistema educativo e professionale); sulla politica internazionale, in particolare in  Medio oriente, nel Mediterraneo  e in Africa.

In questi giorni molti hanno sottolineato che dietro la scelta di prevalente simpatia per Barak Obama da parte degli europei ci sta un vecchio antamericanismo, comunque la critica all’amministrazione Gorge W. Bush interpretata come l’anima vera dell’America. Ne dubito. Dietro questa scelta sta una dimensione più drammatica e anche più triste: la delega a qualcuno che si presenta come il cambiamento nel proprio paese, di operarlo anche per conto terzi, vista l’incapacità di renderlo possibile qui. Detto diversamente: il riconoscimento implicito del proprio vuoto. Una pessima premessa per il futuro, quello sì che ci riguarda direttamente, e che ancora una volta abbiamo semplicemente messo da una parte, affascinati solo dalla dimensione mediatica del circo americano, non dal confronto sui contenuti e sulle loro possibili conseguenze o relazioni con noi. Non è l’effetto di un incantesimo. E’ la conseguenza di non aver deciso e scelto il proprio futuro e quindi di farselo raccontare dai sogni degli altri o di sperare di condividerli, senza passare per il processo che sta alla base di una scelta: sapere che cosa si vuole, e, soprattutto, avere consapevolezza di che cosa non si vuole più.

David Bidussa su Il Secolo XIX del 5 novembre 2008

Change can happen

Mercoledì 5 Novembre 2008 6 commenti

Sarà stato il sonno, sarà stato per la bella serata con persone adorabili, sarà stato il pensiero della pizza che mi deve offrire lui, sarà stato per quello che vi pare, ma vi devo confessare che questa mattina ascoltando il victory speech del Quarantaquattresimo mi sono commosso.

P.S.: per la cronaca, quelli che lo ascoltano sono “centinaia di migliaia”: quattro gatti.