Venerdì a Roma il Pd ha organizzato un seminario sull’Autonomia scolastica e la riforma del Titolo V. Nel mio intervento ho detto quanto segue.
Porto il punto di vista di chi svolge la propria attività politica in una realtà particolare, Milano, e – non potrebbe essere diversamente – le cose che dirò “risentono” probabilmente di questo punto di vista, ma credo sia un punto di vista che in parte manca a questo dibattito.
Innanzi tutto ringrazio gli organizzatori per questa giornata di lavoro, della quale se ne sentiva veramente il bisogno. Lo dico senza retorica.
L’On. De Torre nel suo intervento ha citato il “fardello” – così lo ha chiamato – che ancora ci portiamo appresso per l’allontanamento dell’allora Ministro Luigi Berlinguer. A mio avviso c’è una conseguenza di quella scelta che non è stata sufficientemente analizzata: l’aver interrotto il dialogo con un certo mondo della scuola. Spesso lamentiamo poco dialogo del Pd con il mondo della scuola, ma a mio avviso il nostro problema principale è il dialogo con certo mondo della scuola. Con altri dialoghiamo benissimo.
Abbiamo invece difficoltà a fare da sponda agli insegnanti più motivati e che vorrebbero essere valutati e valorizzati; al mondo imprenditoriale più attento, che vorrebbe non una scuola adatta alle proprie esigenze di oggi, ma capace di preparare al mondo di domani; agli studenti e alle famiglie preoccupate sì per le scelte di un Governo che invece che progettare con l’associazionismo professionale e studentesco le necessarie riforme si limita a fare cassa e tagliare indiscriminatamente, ma anche (soprattutto, in alcuni casi) per una scuola ancora classista, che sta in parte mancando alla sua missione (non vi ricordo qui dati che conoscete benissimo e che ci ha ricordato Barbieri nella sua relazione).
Ho questa preoccupazione perché questi discorsi li facciamo tutti nei periodi di “calma”, ma basta un piccolo o grande stormir di foglie che subito abbiamo come un riflesso condizionato che ci ricaccia indietro di anni: “no alla privatizzazione della scuola”, “niente tagli”… tutte cose anche giuste, ma che recitiamo solo per e che ci impediranno domani quando torneremo al governo di riformare la scuola italiana. Per questa ragione a mio avviso il referendum è un errore. Un tempo avrei detto cose molto più pesanti, ma qui ho sentito proporre il referendum a persone che stimo profondamente e dunque mi limito a dire che è un errore.
Dimostriamo, infatti, di non aver imparato dagli errori del passato in tema referendario, ma soprattutto ci caratterizziamo esclusivamente in negativo, peraltro dando ragione – e con estremo ritardo – a coloro i quali (Rete Scuole, un pezzo importante del sindacato, la cosiddetta sinistra radicale) hanno criticato da posizioni conservatrici qualunque tentativo di riforma, anche i nostri. Accodandoci a chi vuole dare un’impronta tutta in negativo alla mobilitazione.
Se il fine è far pronunciare la Corte sugli aspetti di illegittimità (che anche secondo me ci sono), si proceda con ricorsi, come hanno cominciato a fare Cidi, Cgd e altri; se il fine è mobilitare, meglio sarebbe farlo con una proposta di legge di iniziativa popolare o con altre azioni che ci caratterizzino come coloro che propongono una scuola diversa.
Il Ddl Aprea è stato messo in discussione come testo base e presto si entrerà nel merito di una discussione complessa. Questo Ddl – una volta approvato – modificherebbe radicalmente il sistema scolastico del Paese. Noi che atteggiamento vogliamo tenere? Io sono per entrare pesantemente in quella discussione e riassumo qui alcune preoccupazioni di merito su quel testo.
Dell’art. 11 e della sua probabile incostituzionalità ha già detto Roman, ma ce ne sono altri. Poiché sono favorevole all’introduzione di elementi di discrezionalità dei dirigenti nella selezione e nel reclutamento degli insegnanti, non è per una preclusione ideologica se dico che trovo di difficile realizzazione (uso un eufemismo) pensare a concorsi fatti in ogni singola scuola, come proposto dal Ddl: come può una singola scuola gestire la mole di domande che la investirebbero?
Poi mi spaventa l’idea che possa nascere una sorta di Ordine degli Insegnanti (il Ddl lo chiama Organismo Tecnico Rappresentativo) o che il meccanismo degli Albi regionali ipotizzato dall’On. Aprea possa nei fatti riaprire le graduatorie permanenti, zeppe di precari abilitati in cerca di cattedra, che Fioroni e Bastico avevano meritoriamente chiuso.
E infine il punto che mi convince meno di tutti, ovvero il metodo scelto per introdurre la sacrosanta progressione di carriera: si introdurrebbero tre livelli compartimentati, peraltro senza sovraordinazione gerarchica, mantenendo gli scatti per anzianità all’interno di ogni livello, con un passaggio al livello “superiore” subordinato alla disponibilità di posti, decisa dall’Amministrazione e con meccanismi che rischiano di essere del tutto indipendenti dal merito. In definitiva un’organizzazione del tutto simile a quella in vigore per i docenti universitari, che non mi sembra stia dando ottimi risultati (per usare un altro eufemismo).
Se il terreno dello scontro dei prossimi mesi con la maggioranza sarà su temi di questa portata e rilevanza la proposta di referendum è – lo ripeto – inadeguata. Si pensi piuttosto a cercare di migliorare in Commissione il testo Aprea a partire dalle proposte del Pd sui temi del reclutamento, della valutazione e della valorizzazione del merito; comunichiamo al Paese una proposta organica di riforma e su quella base definiamo il profilo della mobilitazione.
Infine il tema dell’Autonomia. Vorrei un partito che faccia della difesa dell’Autonomia scolastica una bandiera. La si difenda da un governo accentratore che pretende di stabilire in Viale Trastevere non quante risorse assegnare alle scuole (cosa sacrosanta), ma come quelle risorse devono essere impiegate. Se con le risorse date un dirigente è in grado di garantire le compresenze, nessuno può impedirgli di utilizzare le compresenze. È l’Autonomia è ciò che ha tenuto in piedi la scuola in questi anni ed è sull’Autonomia che si potrà costruire la scuola di domani
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