La noia e la sofferenza

Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.

Antonio Gramsci in "Quaderni dal carcere" (cit. qui)

Questa è la citazione, ripresa da molti quotidiani, che il Ministro Gelmini ha fatto ieri parlando in Commissione Cultura e Istruzione della Camera dei Deputati per illustrare il proprio programma di lavoro per la legislatura.

Giustamente Maria Grazia osserva nei commenti a questo post che

Le parole riportate fanno riferimento ad un sistema formativo in cui ha studiato qualcuno nato nel 1891, in cui la noia poteva anche essere accettata come parte organica del modello di insegnamento/apprendimento. Riproporla oggi, tal quale, mi sembra quanto meno anacronistico.

Io però non la farei così semplice e distinguerei tra “noia” e “sofferenza”.

La parte sulla “noia” non è più attuale, concordo. Mi sembra tra l’altro che i ragazzi oggi si annoino già abbastanza e che ha ragione chi afferma che compito della scuola dovrebbe essere quello di annoiarli un po’ di meno. Servirebbe una cultura dell’innovazione (non solo tecnologica, ma anche didattico-pedagogica), dell’aggiornamento, della valutazione, ovvero un ripensamento di tutta la scuola. Servirebbe che gli insegnanti faticassero e soffrissero un po’ di più. Non sembri questo un modo per far mia la teoria dei fannulloni, ma piuttosto proprio per far mia la teoria di Gramsci: studio è fatica, sofferenza. Anche perchè -da adulti in particolare- vuol dire mettersi in discussione. Molti insegnanti non hanno più voglia di studiare e mettersi in discussione.

Inviterei invece ad un supplemento di riflessione proprio sulla fatica e la sofferenza dello studio. Credo che una battaglia ideologica e culturale su questo sarebbe benedetta: i ragazzi oggi pensano che tutto sia di facile fruizione; purtroppo con l’apprendimento non sempre è così. La scuola deve (lo sottolineo, DEVE) rendere lo studio e l’apprendimento meno faticosi (e noiosi) ma deve anche contribuire ad insegnare loro che la fatica non è una cosa brutta. Contribuire, certo, perchè senza l’aiuto delle famiglie tutto questo è impossibile.

11 pensieri riguardo “La noia e la sofferenza

  1. Non a caso, io nel mio post ce l’avevo con la noia e non con la fatica (la sofferenza, al momento, mettiamola da parte che è argomento scivoloso).
    Il De Mauro – Paravia definisce la noia come “sentimento di insoddisfazione, inquietudine o fastidio determinato dal ripetersi monotono delle stesse azioni, dalla mancanza di distrazioni o di stimoli, da uno stato di ozio o di tristezza”. Insomma niente che possa auspicarsi come desiderabile in un processo formativo.
    Pur convinta del valore demagogico che si nasconde dietro la citazione da parte della Gelmini (o di chi le ha preparato l’intervento), ritengo sempre importante contestualizzare storicamente i brani che si citano. Ciò su cui rifletteva Gramsci, nel momento in cui lo faceva, era ben altro da ciò di cui si parla oggi. Non si può parlare genericamente di uguaglianza ed integrazione nel momento in cui la prima cosa che si è andata a fare è stata quella di tagliare risorse umane e finanziarie proprio in questa direzione, invece di potenziarle e riqualificarle.
    La scuola si regge ancora sulla fatica e la sofferenza di molti insegnanti. Ma non so quanto durerà. Ce ne sono tanti altri che tirano a campare: colpa del sistema che lo ha permesso e che ha usato la scuola come valvola di sfogo di chi non è riuscito a fare altro. Ma noi ragioniamo solo sui numeri e non sulla loro qualità.
    L’altro giorno una mia amica/collega si chiedeva come mantenere la qualità con le future classi prime (elementari) con 30 bambini. Ritornando, forse, al leggere, scrivere e fare di conto? E questo alla faccia di tutti i corsi di aggiornamento…

  2. Stimolato dalle tue considerazioni sulle risorse, butto lì una provocazione: se ho 50000 Euro per classe che mi avanzano, come li uso? Assumo due docenti in più per ogni classe o li dò agli insegnanti che già ci sono?

    PS: credo sia il primo caso di commento Off Topic da parte del proprietario di un blog :-)

  3. La fatica è una cosa brutta, e la scuola lo deve insegnare, e poi anche insegnare che è brutta ma necessaria. Insegnare che la fatica sia una cosa bella mi pare eccessivo

  4. Beh, anche qui magari sono cose che hai già scrittto, però secondo me il vero problema è capire da parte della società e poi far capire ad un bimbetto di 6 anni PERCHE’ DEVE STUDIARE . Intendo dire: dovremmo fare un discorso pubblico su QUAL E’ L’IDEA dell’Italia, su quali valori il Paese vuole puntare, su quale ruolo vuole avere nel mondo… E’ chiaro che non si può studiare tutta la vita come unica occupazione principale (come accadeva secoli fa in Cina dove c’erano centinaia se non migliaia di persone che durante la loro esistenza cercavano di superare i difficilissimi esami pubblici… se ricordo bene la Storia dell’Asia che studiai all’Uni)…
    Bisogna capire se vogliamo diventare un Paese che fa solo da transito per altri popoli magari più sfigati o se, consci del nostro passato, vogliamo diventare un Paese dove chiunque (danese, statunitense, congoniano, pachistano..) se ha determinate caratteristiche e se vuole rispettare le regole della convivenza civile può vivere qui con la famiglia, mandare a sua volta i figli a scuola, godere delle bellezze del paesaggio, della cucina italiane…
    Non li sento fare questi discorsi.. E invece dovremmo martellare.. Nella mia testa tutto questo si riassume con l’immagine leonardesca dell’Uomo Vitruviano – che saggiamente è stato scelto anche sulla moneta da 1 € – e con le idee del LIBERALISMO (John Locke), la responsabilità del singolo INDIPENDENTEMENTE dalla sua provenienza geografica e/o etnica…
    Se un bimbo capisce che avere delle sue idee in tesa, sapere le lingue PUO’ AIUTARLO a vivere con MENO PAURA, CON PIU’ OPPORTUNITA’ la sua esistenza, saranno di più coloro che si impegneranno… Ricordo gli slogan della campagna di tesseramento DS 2003 DIRITTI, LIBERTA’, OPPORTUNITA’. 3 parole che per me la Sinistra DEVE avere sempre presenti…

  5. Provengo da una famiglia laica da generazioni, l’unica eccezione è stata mia nonna paterna (cattolica praticante con moderazione e, per questo, un po’ bistrattata).
    Un giorno, per convincermi della necessità dello studio, disse: “N’la vita n’tuca soffre” (nella vita bisogna soffrire).
    Io le feci il gesto dell’ombrello.
    Avevo 8/10 anni (1968/1970) e fu chiaro che la strada della noia e della sofferenza non faceva per me.
    ;)

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