Sofri e Calabresi: alcune riflessioni in punta di piedi

Ho scritto tempo fa cosa rappresenta per me la vicenda dell’omicidio del Commissario Calabresi.

Chi mi conosce sa che considero Adriano Sofri uno dei pochi intellettuali del nostro paese. In altre parole, lo stimo.

Della vicenda giudiziaria ho sempre pensato tre cose.

  1. A differenza dei miei familiari che hanno conosciuto Sofri e (soprattutto) che hanno conosciuto quel clima, non mi sembra inconcepibile che Lotta Continua abbia in linea teorica potuto organizzare l’omicidio.
  2. Se devo esprimere un’opinione (assolutamente priva di supporti concreti: andando a naso) tenderei ad escludere che Sofri, Pietrostefani e Bompressi siano colpevoli.
  3. Trovo ignobile, indegno, ma soprattutto preoccupante che in un paese cosiddetto civile si possa condannare qualcuno per omicidio sulla base delle prove per le quali sono stati condannati Sofri, Pietrostefani e Bompressi.

Ho fatto questa premessa per contestualizzare quanto sto per dire e per chiarire qual è a mio avviso il valore generale della vicenda di cui mi occupo in questo post.

Ieri Mario Calabresi ha scritto un articolo per rendere conto di un importante incontro organizzato dalle Nazioni Unite e per ribadire la ragione di fondo per la quale ha scritto il suo Spingendo la notte più in là: l’importanza del dare voce alle vittime.

Scrive Calabresi:

Il terrorismo, ad ogni latitudine e in ogni tempo, ha bisogno di trasformare le persone che colpisce in dei simboli, spersonalizzandole. Ma le vittime non sono oggetti, palazzi, monumenti, automobili o aeroplani, ma sono persone che stavano andando a lavorare, correvano da un medico, facevano la spesa in un mercato, aspettavano un autobus, portavano i figli a scuola. Sono donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno. Per aiutare le società a capire quanto sia mostruoso togliere la vita ad un essere umano in nome di un’ idea, di qualunque tipo, bisogna restituire alle vittime la loro identità. Devono tornare ad essere persone.

Oggi gli replica Sofri su Il Foglio spiegando che l’omicidio Calabresi non fu un atto di terrorismo e dunque ha sbagliato il figlio ad andare all’incontro con le vittime del terrorismo (o ha sbagliato il Segretario Generale ad invitarlo, questo non è chiaro). Sembra affermare -Sofri- che caduta la premessa (Calabresi non è una vittima del terrorismo) debba necessariamente cadere tutto il ragionamento conseguente.

Tralascio di commentare alcune delle affermazioni che suggeriscono una simmetria tra le vicende di Pinelli e di Calabresi; considerazioni a mio avviso figlie dell’ansia di contestualizzare e di dimostrare che non si tratta di terrorismo.

Le tralascio perchè rispetto il bisogno di respingere da sé anche solo il sospetto di essere un assassino, ma anche perchè qui mi preme piuttosto sottolineare come Sofri non abbia in realtà colto il senso e il valore non tanto dell’articolo di Calabresi, ma soprattutto dell’incontro organizzato alla Nazioni Unite.

Cambia infatti poco se l’omicidio Calabresi sia stato o meno un atto di terrorismo. Dirò di più, se stiamo alla verità giudiziaria (verità che -come ho detto- io non condivido), non lo è stato. Ma questo non conta.

La cosa che più conta è sforzarsi sempre di fare proprio il punto di vista della vittima e di chi resta.

E discettare di cosa sia terrorismo e cosa non lo sia, oppure “giustificare” quell’atto, o -peggio- contrapporre vedova a vedova non mi sembrano i modi migliori per farlo.

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8 comments

  1. Voglio rileggermi tutto con calma, sinceramente sono disorientato… All’epoca c’ero, ero un ragazzino che aveva smesso da poco di portare i calzoni corti. Ero sconvolto per la strage di Piazza Fontana, la montatura contro gli anarchici, il “suicidio-omicidio” di Pinelli. La strage era di Stato! Dopo 30 anni mi sono fatto un’idea: Pinelli e Calabresi sono caduti vittime inconsapevoli della guerra fredda. Non credo che conosceremo mai i nomi dei veri responsabili, almeno fino a quando non si chiuderanno definitivamente i giochi. Alcuni degli attori principali hanno ancora un ruolo attivo…

  2. Dire la propria in punta di piedi non è semplice e non ci si riesce fino in fondo perchè si mescolano in maniera inestricabile contesto storico, valutazione della responsabilità penale e politica.
    Tutto questo per un evento svoltosi quando sia tu che io portavamo i calzoncini corti ma di cui abbiamo letto e sentito nel corso degli ultimi decenni.
    A complicare il quadro c’è poi anche il fatto che parliamo di Adriano Sofri e Mario Calabresi: due uomini, seppur molto distanti, stimabili.

    Trovo sensate le valutazioni sul contesto storico che offre Sofri ma comunque è inevitabile la necessità di rintracciare una responsabilità penale per quanto accaduto. Una responsabilità che non può trovare nessuna forma di giustificazione, nemmeno a posteriori. Un’ esigenza vitale per rispettare tutte le persone perse nel vortice di quegli anni.

  3. Si rimane piacevolmente stupiti, leggendo il libro-memoria di Calabresi, di come il giornalista riesca a trattare con personalita’ e spessore il racconto di alcuni eventi, senza neanche affiacciarsi sul bordo del baratro polemico. Un grande merito del libro e’ proprio questo grande peso che l’autore riesce a dare al ruolo delle vittime senza alimentarlo con la condanna morale dei presunti autori. Calabresi nel suo libro riesce a rispettare sia il verdetto che il grido di colui che del verdetto si dichiara vittima.
    La stessa civile ed umana “statura” purtroppo non sembra averla Sofri, che non sembra preoccuparsi minimamente di restituire a Calabresi la premura ricevuta.
    Nessuno nega a Sofri il diritto di proclamare con forza e continuita’ le sue ragioni e le sue analisi, esistono pero’ un dove, un come e un quando che possono essere rispettosi di tutte le parti coinvolte. Calabresi lo ha dimostrato, Sofri … non ancora.

  4. Pinelli, e anche piazza Fontana, sono stati cancellati dalla memoria di questo Paese.
    Erri De Luca

    [n.d.ch.: segue trascrizione integrale dell’intervista a Licia Pinelli, che sostituisco con il link]

  5. Certo che commentare un post dove si stigmatizza il fatto che si possa contrapporre vedova a vedova con una intevista di sei anni fa a una delle due vedove dà l’idea di quanto io sia poco chiaro quando scrivo

  6. A pochi giorni dal 39° anniversario della morte di “ Giuseppe Pinellì, precipitato nella notte fra il 15 ed il 16 dicembre 1969 dalla finestra balcone dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, sito al quarto piano della Questura di Milano, e deceduto a seguito di gravissime lesioni poco dopo la precipitazione “.
    A trentanove anni è possibile aggiungere qualche tassello alla ricostruzione dei fatti ? E’ possibile sperare che:
    “ chi, quella notte, era nella stanza al quarto piano della questura di Milano, parli, racconti la verità. La verità è giustizia e soltanto la verità potrà rimarginare le nostre ferite e liberarci del passato “. Come ha chiesto e chiede la Sig.ra Licia.
    Quantomeno si deve dire in modo chiaro che al momento in cui Pinelli “precipitò” era trattenuto illegalmente e che il Dott. Allegra è stato condannato ancorché prescritto, infatti:
    “ Che egli fosse consapevole di agire con abuso dei poteri inerenti alla propria funzione è provato dal fatto che il giorno 15 successivo dette precise disposizioni al dott. Calabresi sull’oggetto dell’interrogatorio e ne seguì lo svolgimento.
    Egli quindi non poteva in quel momento ignorare che Pinelli era ormai fermato da più di 48 ore, termine massimo entro il quale la Magistratura doveva essere messa in grado, a norma dell’art. 238 c.p.p. di verificare la legittimità del fermo.
    Ciò posto osserva che l’azione penale per tale reato non può più essere esercitata. Esso infatti è rimasto estinto per effetto dell’amnistia concessa con D.P.R. 22-5-70 n. 283 (G. D’Ambrosio).
    La polizia di Manganelli ha la forza di assumersi la responsabilità di dire ora per allora di aver trattenuto illegalmente Giuseppe Pinelli ?
    Se farà questo le sue parole non saranno state un’offesa a tutte le vittime innocenti, come ha sostenuto Marco De Luca sull’Unità del 21 novembre 2007.
    Solo così si può pretendere che chi era in quella stanza sia invogliato a dire la verità perché la verità è giustizia.

  7. ) che il Pinellì era stato sottoposto a stringenti interrogatori, con modalità assolutamente non consentite e tali da configurare forme di abuso penalisticamente rilevanti. In particolare era stata usata violenza morale nei suoi confronti da parte del dott. Calabresi che, contrariamente al vero, gli aveva contestato che «Valpreda aveva parlato» e da parte del dott. Allegra che, contrariamente al vero, gli aveva contestato di avere le prove che egli era l’autore dell’attentato commesso all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale di Milano il 25 aprile 1969;

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