Il congresso del Pd, i Mille ed io

Ci sono cose che non ho mai scritto sul gruppo che i giornali oggi chiamano “I piombini” (il gruppo di trenta-quarantenni che ha organizzato l’incontro di sabato scorso al Lingotto). Riguardano il rapporto del sottoscritto con quello che può essere considerato il suo nucleo originario: il movimento d’opinione chiamato “iMille”. Credo sia arrivato il momento di farlo.

In vista del congresso del Pd, anche – spero – per aiutare i miei venticinque lettori a comprendere la ratio delle scelte che mi accingo a compiere.

Personalmente ho scritto alcuni articoli per il loro blog, sono iscritto alla loro mailing list, mi considero amico di alcuni di loro e ho stima di molti di loro. Dirò di più, condivido quasi tutto il loro programma così come è stato esposto in più occasioni (critica assai ingenerosa quella che taluni rivolgono loro di non avere idee precise). Però faccio fatica a sentirmi parte di quel gruppo: continuo ad usare “loro” e non “noi” (ultimamente a dire il vero qualche “noi” ha cominciato a “sfuggirmi”, ma temo che resterà una rondine).

Le ragioni per le quali questo accade hanno origine – credo – nelle ragioni che mi portarono a non aderire a quel gruppo alla sua nascita, poco prima delle primarie fondative del Pd. Non aderii sostanzialmente per due motivi.

Il primo. Una certa diffidenza per il fatto che i fondatori non tenevano minimamente in considerazione che molti avevano già combattuto battaglie analoghe alle loro nei partiti fondatori del Pd e dunque sbagliavano a non cercare sponde “interne” e a non valorizzarle, fatta eccezione per chi si era già valorizzato da solo (e con merito): Civati e Scalfarotto. Non a caso oggi è un movimento che si appresta probabilmente a non candidare nessuno con l’argomento che “avventure per cercar la bella morte ne sono state intraprese a sufficienza”: se ci si fosse mossi in continuità con chi c’era prima di loro oggi forse si avrebbe meno la sensazione di essere “troppo deboli” e con “troppo poco radicamento”.

A parziale scusante c’è il fatto che la gestione Veltroni andava nella direzione opposta: tabula rasa del passato per quel che riguarda i quadri intermedi; ai vertici solo “vecchi” (anche se magari non anagraficamente) e  nei livelli intermedi (“ma anche” in Parlamento) solo “neofiti” (si veda la composizione attuale dei direttivi dei circoli o delle direzioni provinciali per averne una conferma lampante): esattamente il contrario di quello che avrei fatto io! Scusante solo parziale però, visto che agli albori de iMille Veltroni ancora non c’era sul ponte di comando e forse lo si poteva condizionare un po’ di più.

E vengo così al secondo motivo che mi ha sempre fatto tenere un atteggiamento da simpatizzante e non da militante di quel giovane movimento, seppur lo consideri portatore di istanze per lo più innovative e condivisibili. Pochi se lo ricordano, ma all’inizio sembrava che iMille potessero presentare una propria candidatura alle primarie del 14 ottobre 2007. Alcuni quotidiani li presentavano addirittura come il movimento pro Adinolfi, altri pensavano che Scalfarotto ci avrebbe riprovato, forse già si faceva il nome di Civati.

Poi, improvvisamente, l’annuncio: iMille sostengono Veltroni. “Gratis”, si scoprirà poi (se si esclude la presenza di un loro esponente in Direzione nazionale, persona però che a mio avviso Veltroni avrebbe inserito comunque).

Ricordo ancora lo sgomento tra alcuni neo aderenti. Un dibattito serrato sul blog, accuse di verticismo, di aver deciso senza consultare nessuno. “Nessuno vi ha nominato <capi> del movimento”, “vi comportate come gli altri che volete sostituire”, le accuse più ingenerose. Ricordo ancora la “giustificazione” di Marco Simoni: non ci sono “capi”, ma solo “chi fa le cose” (ancora oggi sul blog c’è una pagina intitolata così). E chi fa le cose decide. Allora io davo ragione a Marco Simoni e ancora oggi concordo con quell’approccio. Ma fu la reazione da “tribunale del popolo” a mettermi una pulce nell’orecchio sull’idem sentire della “base” del gruppo e dunque a convincermi a far solo l’osservatore interessato. Senza stare in disparte, però: sempre mettendoci la mia faccia e le mie idee.

Ora rischia di succedere la stessa cosa: Serracchiani sta con Franceschini “perchè è più simpatico” e basta un tg che annuncia che “i piombini hanno incontrato oggi [ieri] Franceschini” che subito parte una discussione in mailing list per sapere, capire… un “dejavu” per fortuna dai toni più pacati (nessun processo, per intenderci). Si percepisce però la stessa paura di essere costretti a schierarsi per qualcuno in cui non si crede fino in fondo. Ma soprattutto che molti si acconcino a farlo (schierarsi con chi non si vorrebbe).

Ma perchè vi ho raccontato queste cose del mio rapporto con iMille? Perchè le collego alle mie scelte congressuali? Perchè il mio approccio alla questione mediaticamente definita “generazionale” che – volenti o nolenti – loro incarnano è effettivamente cruciale per il prossimo congresso e dunque qualunque scelta farò (il “terzo incomodo” o Bersani) a queste questioni di principio saranno collegate.

E parlarvene riferendomi a mie scelte del passato mi aiuta a presentarvele per quello che sono: questioni di principio, appunto.

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