I vestiti nuovi del popolo italiano

A proposito del nubifragio che si è abbattuto sulla zona di Messina, il Presidente del Consiglio ha dichiarato che «era stato previsto con anticipo» e che «avevamo dato avviso per tempo». Leggendo questa notizia, la mia prima reazione è stata: questo è un suicidio politico. Sarebbe stato logico per chiunque cercare di dimostrare che non ci si poteva fare nulla, che di fronte alle calamità naturali l’uomo non può che sperare che vada tutto bene, che ci trovavamo nella sfera dell’imponderabile. Sarebbe stato logico per chiunque, ma non per Berlusconi.

Sarebbe stata la reazione di un qualsiasi altro politico italiano, non di Berlusconi. Lui preferisce esibirsi in un triplo salto mortale e mezzo all’indietro carpiato con avvitamento e dire “avevamo previsto tutto”.

Preferisce tranquillizzare con un “calma, a voi non può succedere nulla perché possiamo prevedere tutto in anticipo: è sufficiente che ve ne andiate quando ve lo diciamo noi”. Tutto deve sempre apparire sotto controllo: la crisi economica? oggi non c’è, domani sarà finita ieri; la libertà di stampa? non è a rischio: c’è Ballarò e la figlia di un comunista (ma che dico “di un comunista”, del Comunista) dirige il TG3; gli sfollati? stanno facendo una vacanza in albergo a spese dello Stato; i precari della scuola? eredità dei governi precedenti; l’evasione fiscale? legittima difesa…

E così anche di fronte all’ultima tragedia l’ossessione è quella di tranquillizzare, narcotizzare. Andate avanti per la vostra vita, sembra dirci il Premier. Ci siamo Bertolaso ed io a vigilare affinché non vi accada nulla di male. E se qualcosa va storto è colpa del Sindaco che non ha letto i dispacci della Protezione Civile. Manovra rischiosa perché c’è sempre il rischio che qualcuno lo sbugiardi in pubblico dicendo “nessuno ci aveva detto nulla”.

Ma evidentemente è un rischio calcolato: confida nel fatto che nessuno, come nella famosa fiaba di Andersen, abbia il coraggio di dire come stanno le cose. Una fiaba a ruoli invertiti, visto che l’Imperatore in questo caso è il popolo italiano, mentre Berlusconi è colui al quale abbiamo consegnato la Croce di Cavaliere, colui che abbiamo nominato (anzi, eletto!) Grande Tessitore, ammaliati dai vestiti nuovi che aveva confezionato per noi. E lui è lì che si sfrega le mani, certo che nessuno avrà mai il coraggio di alzarsi e urlare “Ma l’imperatore non ha nulla addosso!” per paura di apparire uno stupido o un incompetente.

Tutti pensano che la fiaba finisca bene perché si immedesimano nei sudditi e – grazie a uno dei loro bambini – l’Imperatore fa la figura dello stupido e i truffatori vengono smascherati. Ma se la rileggiamo pensando al fatto che noi siamo l’Imperatore, non il popolo, ci accorgiamo che ha un finale triste, senza speranza: l’Imperatore della fiaba, una volta scoperto l’inganno, in qualche modo acquista consapevolezza ma non può fare altro che andare avanti, condurre la parata fino alla fine. E i truffatori restano impuniti, probabilmente fuggiti chissà dove.

La fase che stiamo vivendo mi appare proprio questa: il bambino ha già parlato, sappiamo di essere stati ingannati, ma siamo ancora lì, fieri, pancia in dentro e petto in fuori a sfilare perché la giostra gira e nessuno la può fermare.

“Ma l’imperatore non ha nulla addosso!”, disse a un certo punto un bambino. “Santo cielo”, disse il padre, “Questa è la voce dell’innocenza!”. Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto il bambino.
“Non ha nulla indosso! C’è un bambino che dice che non ha nulla indosso!”
“Non ha proprio nulla indosso!”, si misero tutti a urlare alla fine. E l’imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: “Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!”, e così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo una coda che non c’era per niente.

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