Di intercettazioni, polemiche e libertà di stampa

La discussione sul blog di Costa sulla cosiddetta “legge bavaglio” parte dallo “scambio” GilioliCundari che può interessare poco, ma è al solito rivelatore di qualcosa di più profondo. Cercando di attenersi il più possibile al merito della questione (la legge in discussione in Parlamento), la prima considerazione che mi viene da fare è che in realtà le discussioni da fare sarebbero due e andrebbero fatte separatamente. La prima: chi, per quali reati, in presenza di quali indizi e per quanto tempo intercettare. La seconda: cosa è lecito pubblicare e quando.

Come cittadino mi interessano entrambe le discussioni, ma la prima mi interessa molto di più, dato che riguarda il contrasto a chi delinque. Prendo atto che è sostanzialmente della seconda che si discute (non a caso è soprannominata “legge bavaglio”). C’entra forse qualcosa il fatto che è la parte che interessa la corporazione dei giornalisti? Coerente con la mia convinzione che le due discussioni insieme non si possano fare, dirò qui solo della seconda  per un dialogo a distanza con i protagonisti citati e sul resto scriverò più avanti.

Esiste un abuso da parte della stampa? Si. Può essere risolto agendo solo sui fronti “privacy” e principio di responsabilità, come suggerito da qualcuno? Secondo me, no. No per una ragione che banalizzando potrei riassumere così: siamo in Italia. Il Paese dove il giornalismo è quello che è, l’opinione pubblica è quella che è, i tempi per i processi civili sono quello che sono.

Si dice: gli atti sono pubblici a tutela delle parti ed è vero. Si confonde però pubblicità con pubblicazione. Gli atti sono messi a disposizione delle parti terminate le indagini (terminate le indagini) per garantire loro di potersi adeguatamente difendere (o tutelare, per la Parte Civile). Di fatto la stortura che si è generata è quella di considerare l’opinione pubblica (noi tutti) una delle parti. E che dunque si abbia tutti il diritto di sapere: sono nostri dipendenti! (come se un datore di lavoro avesse il diritto di sapere con chi fa sesso il suo capo del personale o di mettere una cimice nel suo ufficio per scoprire se commette reati). Che lo pensino i giustizialisti ci sta anche, ma il giustizialismo che ci azzecca con la sinistra?

Se ci sono in ballo politici corrotti (sottolineo corrotti, non che vanno a puttane prima di passare a salutare il Santo Padre: con chi faccio sesso e se pago per farlo sono affari miei, anche se mi dichiaro fervente cattolico o contro lo sruttamento della donna); se ci sono politici corrotti, dicevo, in una certa misura ovviamente lo siamo, una delle parti. Ma se siano corrotti o meno è la Magistratura che deve valutarlo, non noi.

Non dico che gli atti non possano essere pubblicati fino a sentenza definitiva (i tempi dei processi…), ma almeno fino al rinvio a giudizio, sì. E anche prevedere che siano pubblicati per riassunto non mi sembra leda il nostro diritto di conoscere, ma in compenso riduce la curiosità morbosa e rende più difficile ficcare nel riassunto che cosa vorrebbe fare Ricucci alla Falchi.

Un’ultima considerazione. Si parla molto della pubblicazione delle intercettazioni (che sono atti giudiziari), ma il problema è così generale che vorrei si discutesse di tutto quello che viene pubblicato. L’ultimo esempio eclatante è la cosiddetta lista Anemone. Che senso ha pubblicarla? Non sai nemmeno se quelle persone hanno pagato o meno per i lavori… Come ho scritto in quei giorni, cosa c’entra la libertà di stampa? qual è la notizia? Che una ditta che fa ristrutturazioni ha ristrutturato degli appartamenti?

A proposito di libertà di stampa, consiglio vivamente la lettura di questo post. L’ha scritto una giornalista bravissima che anche se scrive per Il Riformista non mi risulta sia particolarmente amica di Massimo D’Alema, anzi.

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