La terza via tra “Rottamatori” e “Giovani Turchi”

La lettura di questo post del dinamico duo che gestisce il blog L_Antonio (nella foto mentre si apprestano a rottamare l’auto), mi ha dato il “La” per un post che avevo da tempo in punta di tastiera.  Proprio perché era in gestazione da tempo, sarà molto lungo (ma molto molto). Me ne scuso in anticipo con i miei venticinque lettori e ringrazio calorosamente i sette che arriveranno in fondo.

Perché questo post? Perché non si può nascondere la testa sotto la sabbia: oltre alle divisioni tattiche e legate alle appartenenze di cricca e alle gelosie personali, c’è una divisione “sana” nel Pd, una divisione sui contenuti, anzi sull’impianto programmatico e sullo scenario istituzionale. E siccome penso che uno dei problemi del Pd sia quello di dividersi (in particolare nella selezione delle classi dirigenti) esclusivamente sulla base delle logiche malsane delle quali ho detto ad esempio qui, ogni occasione per riportare il discorso sulle differenze di merito secondo me deve essere colta.

La  differenziazione, chiamiamola così, “di scenario” è manifesta da tempo ed è tra uno scenario sostanzialmente bipolare-maggioritario (per alcuni bipartitico) e uno proporzionale (per alcuni matenendo una “gabbia” bi- o tri-polare, ma meno rigida). Divisione che non passa attraverso le aree uscite dal Congresso, infatti vede da una parte Veltroni e i suoi più una parte della Marino, dall’altra il resto del mondo.

La differenziazione, chiamiamola così, “di impianto” a mio avviso (banalizzo, lo so, ma devo sintetizzare) passa attraverso la dicotomia “socialdemocratico”/”liberaldemocratico”. O, meglio ancora prendendo un esempio portato da Blair, tra chi immagina uno Stato burocratico invasivo e chi uno regolatore e riformatore. Su questo punto il caos regna ancor più sovrano: chi conta davvero nel Pd ha poco interesse – per le ragioni ricordate – a differenziarsi sulle cose e dunque le mozioni non c’entrano veramente più nulla. Anche se alcuni di questi “vecchi” stanno provando a connotarsi anche per alcune proposte programmatiche e battaglie politiche. In particolare Bersani e Veltroni: il primo – in parte anche mediando, com’è giusto che un Segretario faccia – con la definizione della “linea” nelle tre assemblee nazionali di Roma, Varese e Napoli (quest’ultima si terrà in gennaio), il secondo con il documento dei settanta-non-so-cosa e l’articolo uscito per il Corriere ad agosto.

Dunque il confronto sta avvenendo a posteriori, non è avvenuto nei Congressi, dove ci siamo concentrati più sull’idea di partito che – per dirla come fa figo oggi – sull’idea di Paese. Se vogliamo contribuire a far maturare il Pd, però, dobbiamo lavorare perché la prossima volta ci si confronti  soprattutto su un’idea di Paese. Tra l’altro, siccome non penso (a differenza dei suoi detrattori) che Bersani voglia rifare il PDS, secondo me lui immagina un partito dove convivono entrambe le anime e dove democraticamente  di volta in volta si sceglie verso dove pendere maggiormente. Un po’ com’è avvenuto per il Labour inglese. Lui poi -come tutti – ha le sue idee e siccome non le ha nascoste a nessuno quando si è candidato ed è stato democraticamente eletto (peraltro attraverso le primarie), a questo giro tocca a lui.

Fin qui l’oggi. Ma, come ripete spesso il Segretario, la ruota gira e dunque il discorso si complica se incrociamo questo ragionamento con quello del “ricambio”. Infatti la riorganizzazione delle nuove leve è già cominciata e il campo dei “socialdemocratici” (ricordate il documento dei giovani turchi?) sta consolidandosi attorno a un’idea che salda una visione omogenea su entrambi i fronti (di scenario e di impianto), non si può dire altrettanto del fronte “liberaldemocratico”, ma su questo tornerò.

Poi ci sono i “rottamatori”, che però al momento – come fatto notare da Marcello Saponaro – hanno un “solo” difetto: hanno messo insieme tutto e il contrario di tutto per quel che riguarda i contenuti.

Il rischio infatti non è l’assenza di “argomenti”, l’accusa che sembra più indignare gli organizzatori della convention. Il rischio è semmai la casualità, a volte la contradditorietà che può generare questa formula tra le varie voci del dizionario fiorentino […]. E quando la comunicazione deve convincere il Paese non può riguardare solo le forme, deve necessariamente convincere sui contenuti: le tasse, il lavoro, il welfare, le relazioni industriali e sindacali, la spesa pubblica, il modello di scuola, l’università e l’insegnamento.

I Leopoldi sono accomunati, quindi, da una voglia di cambiare forme e prassi della “vecchia politica” e, mi sembra, anche da un’idea bipolare della democrazia italiana (a leggere l’articolo citato sopra sembrerebbe così, a giudicare da quanto scrive Pippo Civati da anni sul suo blog, anche); li accomuna anche un po’ di sana volontà di prendere il posto di chi li ha preceduti. Fosse solo questo non basterebbe. Non fraintendetemi, per chi come me pensa da sempre che fino ad oggi il limite principale della mia generazione è stato quello di non andarsi a prendere ciò che vuole, frasi come “non chiediamo posti, ce li prenderemo da soli” sono musica per le mie orecchie. Il problema è che un conto è andarseli a prendere sulla base di un’idea di Paese (e ridaje), altro è farlo nel nome di una generica “rottamazione”. Perché ha ragione Ivan Scalfarotto quando dice che sì, anche il ricambio è importante a prescindere dalle idee (ha a che fare con quel discorso fatto qui tante volte della credibilità e della capacità di leggere la realtà: i “barbari” – anche nell’accezione scalfariana di “imbarbariti” – possono essere compresi pienamente solo dai loro simili), ma è condizione necessaria, non sufficiente, se non ci dividiamo anche sulle idee.

Dunque il fronte scoperto – per quel che riguarda le “nuove leve” – è quello “liberaldemocratico”. Veltroni – secondo il post dal quale siamo partiti – avrebbe invitato i rottamatori ad una rimpatriata al Lingotto (sarebbe, faccio notare, il Lingotto 3, visto che il Lingotto 2 lo hanno già realizzato quelle stesse persone nel periodo in cui non si chiamavano più Piombini e non ancora Rottamatori, ma – per l’appunto – Lingottini). Come ho detto, li accomuna a Veltroni la scelta bipolare e la volontà di procedere con “alleanze omogenee”, ma siamo sicuri che le idee siano le stesse? Il giudizio sul gruppo raccolto attorno a Renzi e Civati al momento è sospeso perché la sintesi ancora non c’è (quella che c’è non fa che confermare la critica di Marcello: un elenco indistinto), ma io temo che – ammesso riescano veramente a trovare una quadra – alla fine prevarrà (resto sulla semplificazione blairiana) un’idea di Stato non troppo leggero e assai poco riformatore.

Ma torniamo a Walter e ai suoi: perché non emergono tra gli aderenti a Movimento Democratico figure capaci di rappresentare pienamente il rinnovamento? Capaci di liberarsi di alcune contraddizioni che permangono al loro interno e cercare di aggregare più persone attorno a quell’idea di Stato regolatore, riformatore, agile ma non evanescente? Tra loro ci sono molti quarantenni, ma nessuno emerge (coperto dalla presenza ingombrante del BVZW e di Fioroni; presenze ingombranti e che tolgono credibilità al progetto). E soprattutto nessuno ha la forza (o la voglia) di organizzarsi in un “luogo” dove i mentori non siano fisicamente presenti.

Già, i mentori. Il personaggio di “Wall Street- Il denaro non dorme mai” interpretato da Josh Brolin ad un certo punto afferma che ogni grande uomo deve sempre avere un mentore e un discepolo, essere quindi a sua volta contemporaneamente discepolo e mentore. Da noi questa catena si è interrotta da tempo. I mentori del Pd infatti sono ancora lì. Non fanno crescere politicamente i loro discepoli e – se non altro per ragioni anagrafiche – spesso non hanno un mentore dal quale andare a chiedere consiglio. Forse anche questo li rende meno “grandi”.

Un’ultima considerazione. Siccome il fatto che la ruota giri non è una concessione di Bersani, ma una legge di natura, potranno succedere nel medio periodo due cose: o qualcuno emergerà anche nell’area attualmente scoperta e lancerà la sfida dell’innovazione non solo delle forme, ma anche della sostanza (in quel caso molti di quanti erano a Firenze secondo me potrebbero essere conquistati alla causa), oppure la prossima scelta sarà tra un “giovane turco” e un “rottamatore”. Niente di male, ovviamente. L’importante è che si sappia.

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6 comments

  1. Il post non era poi così lungo ed era davvero interessante.
    Comunque la forma è anche sostanza e i “rottamatori” nel rispondere ai fischi con gli applausi, hanno – comunque la si pensi – offerto una segnale innovativo.
    Poi, sono d’accordo con te, che al momento raccolgono tutto e il contrario di tutto, ma questo non vale anche per la maggioranza di Bersani?

  2. Caro Marco,
    mi pare importante inquadrare bene il problema che il tuo battagliero e motivato pezzo già aggredisce con dovizia di argomenti. Di cosa parliamo “veramente” quando parliamo di ricambio al vertice?
    Io, quando ne parlo, parlo di un dato di sistema. Cerco di spiegarmi.

    È indubbio che l’attuale ceto politico, tutto: da destra a sinistra – nessun esponente politico escluso, non sia stato in grado di concludere nulla. l’attuale classe dirigente del paese doveva fare tre cose: (a) creare nuovi strumenti di rappresentanza politica (i partiti della seconda repubblica) e ha fallito: le successioni di acronimi (pci-pds-ds-pd o msi-an-pdl-fli) stanno lì a dimostrarlo; (b) doveva dare all’Italia un sistema istituzionale adatto ai nuovi tempi e non c’è riuscito (fallimento della bicamerale et alia); (c) in conseguenza del suo sforzo di modernizzazione interna, doveva produrre una pari modernizzazione socio-economica del sistema-paese. Non c’è riuscita. Punto e basta. Non può riuscirci togliendo Berlusconi di mezzo e restando lì dov’è. Qualsiasi esperienza post-berlusconiana è destinata ad rappresentare una forma di estenuazione del berlusconismo. Qualsiasi: che a capeggiarla Tremonti o Fini o Casini o Bersani o Mario Monti.

    Questo, lo ripeto, è un dato di sistema. Ed è rispetto alla sistematicità del declino del paese che va rapportata l’esigenza di un ricambio al vertice.

    Non c’è possibilità di scelta tra bipolarismo e antibipolarismo: tu puoi anche avere 5 (Germania) partiti invece di due (America), ma se esci dall’impianto bipolare, esci dalla contemporaneità; è un atteggiamento antimoderno (che resiste in chi è stato comunista, e lo posso capire) che, a costo di sembrarti determinista (cosa che aborro), credo non sia addirittura possibile in nessun modo; il contesto europeo, la globalizzaizone te lo impedirebbe comunque; dunque, devi stare – ti piaccia o no – nel bipolarismo e ci devi stare, in Italia, con una nuova classe politica.

    Più tardi avremo un nuovo ceto politico al comando, più si aggraverà la crisi di sistema.

    Prima farà, uno dei due spazi politici, a dotarsi di un nuovo ceto politico, meglio e in maniera più duratura riuscirà a far proprie le redini del paese.

    Poi, Marco, potrai anche avere un Berlusconi V, un governo Tremonti, un governo tecnico, un governo Topo Gigio. Se vuoi, delle prospettive della crisi ne parliamo in un altro post. Ma per quello che concerne l’Italia, la nostra generazione, i nostri figli, tutto quello che l’attuale ceto politico potrà tirar fuori saranno solo estenuazioni di una stagione che col fallimento del berlusconismo conclude se stessa nella sua interezza. Degli ultimi sedici anni, noi ne abbiamo governati sette: la metà.

    Marco, lascia stare Bersani e Veltroni: la storia è andata avanti; il problema non sono più loro.

    P.S. Su quel gran pezzo della Leopolda tutta nuda e tutta calda, lasciami dire solo una cosa: Bersani ha sbagliato (tanto per cambiare…) a non andare; ed è stato disgustoso che non abbia contestato i fischi pilotati dell’asemblea dei circoli; schifosi i fischi, disgustosa la sua reticenza; un leader politico vero, consapevole del proprio ruolo, sarebbe andato, con le maniche rimboccate, e avrebbe parlato cinque minuti mostrando di avere i suoi argomenti e i suoi coglioni. Quando dopo il disastro del 2001, un gruppo di pseudo-intellettuali di sinistra pretese di fare il processo alla classe dirigente dei Ds, D’Alema andò alla riunione da loro convocata, si fece sputare addosso e, poi, se li mangiò vivi. Perché D’Alema è (stato) un leader politico. Bersani non lo è (stato).

    1. Antonio, come ti capita sovente il tuo argomentare è arguto stimolante e per lo più condivisibile (da me almeno).

      Il problema però è che non intervieni sulla parte che più ti riguarda, visto che ti collochi proprio nell’area “liberal” (come dimostrano anche le cose che scrivi qui): come mai da quell’area non emergono facce “nuove”? (nuove per il grande pubblico)

      Vedi, io Veltroni e Bersani li ho lasciati perdere da un po’ e li citavo solo per dire che i mentori volendo esisterebbero pure e dunque se discepoli non ce ne sono non è solo colpa delle generazioni che ci hanno preceduto. Insomma, sarò vecchio stile, ma un po’ di sana autocritica non ci guasterebbe :-)

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