Veltroni, la Leopolda e la leva calcistica del 2011

Questo articolo di The Front Page dà conto di un documento di alcuni dirigenti del Pd che si rivolge a Walter Veltroni, prendendo spunto dalla sua intervista di ieri sul Corriere (a proposito: il ragazzo fa tendenza e ispira nuovi generi letterari, pare). Come potete immaginare, ho letto con molto interesse l’articolo. Come avrei potuto non farlo? Comincia dicendo che i redattori sono molto critici con il BVZW…

E così scopro che la critica sostanziale è per la chiusura verso i “rottamatori”. Cosa aveva detto Veltroni?

L’innovazione è sempre benedetta e benvenuta. Ma si fa con il coraggio di scelte politiche, non agitando l’esigenza di cambiamento di per se stessa. Quando noi andammo oltre il Pci, non pensammo di “rottamare” Tortorella o Chiaromonte; chiedemmo di dar vita a qualcosa di nuovo. E lo facemmo consentendo a quella sinistra, nella coalizione dell’Ulivo, di governare per la prima volta l’Italia.

Mi sembrano parole sacrosante. E l’accusa che gli viene fatta di citare una vicenda del secolo scorso (il superamento del PCI) è ridicola: è quella la sua esperienza politica più significativa, non altre. Cosa doveva citare il superamento dei DS? Non mi esambra esattamente una “caso di successo”. Se critica dev’essere (e critica dev’essere!) è proprio questo il motivo per il quale bisognerebbe pensare a leader differenti: mica ci farete scegliere ancora tra i rottamatori del PCI? Tra Vendola, Bersani e Veltroni? L’unico tra questi che non era nella FGCI di D’Alema è il secondo, peraltro.

Il punto politico posto da Veltroni invece è il solito, che chiunque non guardi alla Leopolda con spirito partigiano (da una parte o dall’altra) continua a ripetere senza ricevere risposta: dove sono le scelte politiche? Ho promesso di sospendere il giudizio fino a quando non verranno pubblicate le proposte, ma sospensione del giudizio non vuol dire consentire a quel gruppo di autocollocarsi in un campo o in un altro a seconda della convenienza. Parlo con Vendola? Diritti delle minoranze e tutela dei più deboli (il verbo “difendere”, direbbe il BVZW). Parlo con Veltroni? Innovazione e modernizzazione (il verbo “cambiare”).

Ho scelto apposta per entrambi i “campi” valori condivisibili, perché non penso che alcuni siano “buoni” e altri “cattivi”. È evidente che devono coesistere, ma è altrettanto evidente che nella loro trasformazione in pratiche, in politiche si deve scegliere quale mix di “difesa” e “cambiamento” far prevalere. E non c’è un mix buono per tutte le stagioni: oggi ne prevarrà uno, domani un’altro. Ma va da sè che quale far prevalere lo decidono gli iscritti e gli elettori del Partito Democratico, scegliendo il loro leader (peraltro con le Primarie: nel modo più aperto conosciuto fino ad oggi). Per quel che li conosco, non credo che i “rottamatori” aspirino ad essere dirigenti per tutte le stagioni, dunque concorderanno su questo.

Se è così, bisogna scegliere e non percorrere la scorciatoia dei valori, che come ho detto son tutti condivisibili: son condivisibili pure la maggior parte dei valori enunciati da Fini a Vieni via con me, ma non è un buon motivo per votarlo. Non per me almeno. Scrivono invece i “riformisti dell’area democratica” citati nel pezzo:

L’Italia che sta scritta nella “Carta di Firenze” è l’Italia che possiamo costruire insieme, dentro un Pd che riprenda il percorso interrotto con le tue dimissioni ma che sappia fare propria la necessità di un cambio radicale della classe dirigente e dell’agenda politica senza il quale tutto sarebbe irrimediabilmente perduto ed il sogno della nuova stagione si trasformerebbe nell’incubo di un nuovo fallimento”

Ecco l’asino cascare: per dimostrare l’autodichiarata vicinanza tra “rottamatori” e Movimento Democratico (MoDem) si cita la “Carta di Firenze” (i valori, appunto) e non “le voci del vocabolario del cambiamento” come ha definito Civati il manifesto politico (ovvero le idee, i contenuti), annunciandone venerdì scorso su Europa la prossima pubblicazione.

Io resto convinto di quanto scrissi qui: le idee dei “rottamatori” si dimostreranno diverse da quelle di MoDem. Più vicine allo spirito del tempo che soffia in questo periodo nella sinistra. Non è detto che sia un male, anzi: potrebbero in questo modo esprimere il candidato del centrosinistra più fastidioso per Vendola, l’alfiere di quello spirito. Ottenendo – dovessero prevalere – almeno una metà del risultato da me auspicato: un leader che non sia stato iscritto alla FGCI (di D’Alema o di altri poco importa).

Il documento conterrebbe un altro passaggio rivelatore di questa sottovalutazione dei contenuti. Scrive l’autore del pezzo:

Non dobbiamo correre il rischio che gli innovatori si dividano (ancora una volta) e per questo a Firenze abbiamo chiesto che quella platea dialoghi con Modem. Tra la tua idea di Pd e quella del “popolo della Leopolda” – proseguono i giovani modem rottamatori – c’è una “naturale empatia”, che può allargarsi ancora.

Si dice: gli innovatori non si dividano. Concordo. Ma da cosa si giudica un innovatore? Un innovatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia, certamente. Tutte caratteristiche che Renzi e Civati hanno (e Veltroni non più, ma questo è un giudizio personale). Ma non trattandosi della parafrasi di una canzone e non trattandosi di una partita di pallone, sarò all’antica, ma continuo a pensare che un innovatore lo giudichi anche dalle idee che ha, dalle scelte che fa. E che non basti avere la stessa idea di Pd per stare insieme nell’unica battaglia che conta: quella per cambiare l’Italia.

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16 comments

  1. Essendo un dinosauro della politica, la prima manifestazione alla quale partecipai fu quella del 12 dicembre 1969 dopo la strage di piazza Fontana, ho credo una comprensibile contrapposzione ‘di pelle’ verso i rottamatori. Temo tra l’altro che più che rottamare le persone, cosa comunque non facile perchè la mia ‘leva’, che è la stessa di Bersani, è piuttosto coriacea, essi vogliano rottamare le idee, le passioni, i valori, i punti di riferimento che hanno, come dice PLB 150 anni. Innovare, aggiornare, modulare, criticare, adattare alla situazione presente è giusto e doveroso (Marx docet). Rottamare (ma ci sono gli incentivi?) a che serve? E per sostituire con che? Insisto a chiedere ai ‘rottamatori’, senza risposta ufficiale e pubblica: che modello di società avete in testa (non di partito, mi appassiona di più la struttura della sovrastruttura)? Che riferimenti culturali e socio-economici vi ispirano? Che politica delle alleanze (sociali) pensate sia necessaria e migliore di quella proposta dalla ‘vecchia sinistra’, nelle sue modulazioni riformiste e/o radicali (terminologie che non amo ma che uso per consuetudine corrente)?

    1. grazie raimondo per il commento.

      sarebbe bellissimo un confronto pubblico tra te e pippo sulle domande che poni. Secondo me vi scoprireste abbastanza in sintonia

  2. Concordo solo in parte, Marco. La battaglia interna può anche avere alleanze inaspettate, che servono alla “rivoluzione”: è nella fase successiva che fra i “cospiratori” dovrà esserci il confronto di idee, con una che la spunterà. E non parlo di stalinisti e trotzkisti, ma di quello che fecero anche D’Alema e Veltroni.

      1. Stalin E Trotsky? E chi sarebbe dei due oggi, il picconatore? D’Alema? Veltroni? Per favore, io ho nel cuore Trotsky da che ero ragazzino, ma anche Stalin ha avuto una sua lugubre grandezza…..

  3. Non intervengo mai per principio sui dibattiti nel PD. Li trovo stucchevoli e causa prima dello spegnimento progressivo del partito. La cosa più importante sembra prendere le distanze, dai rottamatori, dal BVZW, dai dalemiani, dai popolari, e via dicendo. E in questo vizio ci stai ance tu, caro buon vecchio zio Marco.
    Ma non possiamo accettare che un partito grande (sarà mai un grande partito?) abbia un sacco di posiczioni e che è bene che si esprimano tutte? E intanto scrivere 10/12 punti CHIARI e non equivoci sull’Italia che vogliamo e il programma di governo? per parlare agli italiani, non al proprio ombelico.

    1. claudio, tutte le posizioni del mondo, ma nella chiarezza. altrimenti i dieci punti non li scrivi. Anzi, li scrivi ma sono vuoti e/o contraddittori.
      Quello che osservo è che non c’è nessuna voglia di parlare di contenuti. Posso dirlo? O devo sentirmi dire che sono come quelli che nell’ambiguità ci sguazzano?

      1. Puoi dire tutto. Posso dire allora, senza farmi etichettare come velltroniano (a me le etichette è difficile appiccicarle ) che due anni fa il Pd aveva il 34%, nel momento di massima forza di berlusconi, e fu dichiarato il disastro. Oggi è quotato sotto di 10 punti, nel momento di massima crisi di B. E tutti continuano a suonare l’orchestrina come sul Titanic che affonda.
        Non costringetemi a scrivere unb libro “Se io fossi il segretario del PD…” :-D

        1. claudio, quanto a etichettabilità siamo pari :-) e se ti vai a rileggere su questo blog la mia analisi del voto (in particolare al nord) del pd veltroniano vedrai che non ho mai considerato il 33% (il 34 è un falso storico :-)) un disastro. lo consideravo un punto di partenza. Aggiungo una cosa: il più grande errore di WV sono state le sue dimissioni… Però dopo che le hai date, qualunque cosa tu dica, anche la più giusta, perde significato

  4. io invece champ leggo l’affermazione del BVZW (Fioroni come Java? :) )come l’esemplificazione dei suoi limiti come leader.
    Veltroni, quando si dimise, ricordò a tutti che il maggior problema del PD era di essere nato con dieci anni di ritardo rispetto a quanto sarebbe stato necessario.
    Quello che si dimenticò di dire è che quel ritardo storico era quasi per intero responsabilità dei due gruppi dirigenti (popolari e DS) che erano voluti rimanere aggrappati alle poltrone e al passato per troppo tempo.
    Cosa voglio dire? che WV non è mai riuscito a uscire davvero dalle logiche autoreferenziali dei partiti che pure voleva superare.
    Partiti in cui i vertici decidono sempre per tutti, infischiandosene della base. E in cui il dissenso diventa accettabile, solo se canalizzato nella forma autorizzata della corrente.
    Logiche che avrebbero dovuto scomparire con la nascita del PD, e per un momento ci abbiamo creduto davvero che potesse accadere, ma che poi sono riemerse, travolgendo prima Veltroni e ora tutti noi.
    In realtà, un fenomeno come quello della Leopolda è comprensibile solo nell’ottica innovativa del Lingotto. E dispiace che Walter non riesca a vederlo.
    Perché l’unica fuga in avanti nel PD, per quanto contraddittoria e non priva di pericoli, è quella proposta a Firenze. Fuori da quella spinta innovatrice, non c’è nulla se non le chiacchiere asfittiche di Fioroni e la tristezza infinita delle maniche ripiegate su stesse, immobili, paralizzate, impaurite da un giro di primarie.

    resto

    1. la parte di critica al BVZW e a Java la condivido abbastanza. Ho più dubbi di te sul fatto che dalla Leopolda possa venire una via d’uscita, ma spero di sbagliarmi ovviamente

  5. Marco, se qualcuno a Roma pensa di intestarsi il movimento della Leopolda non ha capito niente.
    Si tratta di qualcosa che vuole andare Oltre (già dal nome si capisce), oltre il dualismo D’Alema – Veltroni, oltre come paradigma, come modo di far politica, oltre proprio per andare incontro alla società nuova.
    Lo spieghi tu a quelli di Roma?

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