Chi semina, se si ricorda di innaffiare, raccoglie

In anteprima per i miei venticinque lettori il mio intervento di oggi in Direzione provinciale e che avrei fatto con pochi aggiustamenti in Direzione regionale se non avessi rinunciato per ragioni di tempo.

Si è detto che Pisapia è stato sottovalutato. Concordo, ma dobbiamo intenderci su cosa questo voglia dire. Nessuno di noi (o quasi) ha mai creduto che Pisapia fosse un pericoloso sovversivo, al massimo temiamo che possa essere dipinto così in campagna elettorale, ma questo è un altro discorso. Pisapia a mio avviso è espressione del meglio della tradizione riformista meneghina che ha governato la nostra città fino a vent’anni fa.

Il meglio. Ed è qui la sottovalutazione: ha rappresentato un approdo coerente per molti di noi, un approdo coerente e rassicurante. E in questo momento di crisi evidentemente un approdo rassicurante è maggioritario nel nucleo stretto dei sostenitori del centrosinistra.

Di venti anni fa. Ed è per questo che se non interviene un cambiamento Pisapia rischia di non vincere il prossimo anno. Cambiamento che solo noi possiamo imprimere.

In estrema sintesi è qui una delle motivazioni più profonde per la nostra scelta di una figura più “civica” (come molti hanno detto) e più “contemporanea”, aggiungo io. In particolare nello sguardo sulla città e dunque nelle soluzioni che propone. È questo il messaggio che non siamo riusciti a far passare. Perché il tempo era poco, certo. Ma anche per un altro motivo, più strutturale che dirò poi.

Che il messaggio non è passato lo testimonia innanzi tutto il dato della affluenza. Pessimo (per noi) sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo (in senso statistico, ovviamente). Quantitativo: 67mila persone non sono poche, certo. Ma vi invito a riflettere su due dati: ha votato il 15-18% degli elettori del centrosinistra, ma negli USA alle primarie partecipa di solito il 40% degli elettori democratici e quando vince l’innovazione radicale (Obama) partecipa il 60%-70%! Il dato qualitativo è se possibile ancora peggiore: della differenza centro-periferia si è detto molto, ma sarà interessante confrontare i dati (abbiamo i nomi e i cognomi) e scoprire come è cambiata la tipologia dell’elettore alle primarie. Confronteremo i dati, ma chiunque è stato ai seggi e ha visto le facce di chi ha votato sa già la risposta.

Perché dunque il messaggio di Boeri non è arrivato? Perché non ha mobilitato le persone alle quali era naturalmente rivolto?

C’entrano ovviamente fattori esterni e molti sono stati citati, non mi dilungo (lo scarso appeal della politica in generale e del Pd in particolare, la poca consapevolezza della debolezza della Moratti e dunque del fatto che si stesse scegliendo un potenziale sindaco e non un potenziale perdente, i pregiudizi verso il nostro candidato, tutti gli errori tattici che abbiamo commesso…). Però c’è stato anche altro. C’è stato chi non ha voluto scegliere tra tre proposte forti e ognuna a suo modo convincente e dunque è stato a casa e c’è stato chi è stato scoraggiato da una campagna che ha insistito molto sulle regole violate. Si sono detti: “se la partita è truccata, perché devo partecipare?”. Si è picconato il Pd per tutta la campagna con il risultato che in realtà sono state picconate le primarie e la loro credibilità.

Tutte cose vere, concause. Ma l’errore più grosso a mio avviso è stato un altro e non sufficientemente fin qui sottolineato. È quella motivazione che ho definito strutturale e alla quale accennavo prima. La nostra responsabilità maggiore è stata quella di non aver esplicitato di più e meglio la posta in palio. La reale posta in palio. Dicevamo “cambiamo città, restiamo a Milano”, ma pensavamo anche “cambiamo sinistra, restiamo a sinistra”. Se volevamo chiamare a raccolta chi come noi voleva rompere con una certa tradizione, con una certa lettura di Milano (quella dei “cattivi maestri” evocati da Quartiani ieri sera, ma anche quella degli “ottimi maestri” del secolo scorso), dovevamo dichiarare esplicitamente e con maggiore coraggio che questa era la sfida che stavamo lanciando a Milano e a tutto il centrosinistra.

E non nascondiamo la testa sotto la sabbia: questa è la grande incompiuta della campagna per Boeri, ma è anche e prima di tutto la grande incompiuta del Partito Democratico. Un candidato, un partito che vogliono parlare a tutta la città e non chiudersi nel recinto sempre più stretto del centrosinistra, ma che non sempre hanno il coraggio di portare alle estreme conseguenze questa volontà.

Questo è il cambio di passo di cui abbiamo bisogno. Ne ha bisogno il partito, ne ha bisogno Pisapia se vuole avere qualche speranza di giocarsi la partita il prossimo anno. Questo dobbiamo intendere quando ci candidiamo a rappresentare l’innovazione politica e – qui a Milano – a farla vivere nella coalizione che sostiene Pisapia. E – consentitemi – il dato generazionale conta (conta perché – riprendendo un felice saggio di Alessandro Baricco – per comprendere i “nuovi barbari” che abitano il nostro tempo e dunque parlare loro bisogna essere un po’ “barbari”), ma è solo un pezzo (e nemmeno il più importante) della questione.

Dicevo che questo lavoro dobbiamo farlo noi. Non ci sono altri che possono farlo: non gli altri partiti e nemmeno eventuali liste civiche. Ma attenzione! Fare questo non vuol dire semplicemente ospitare alcuni esponenti più o meno autorevoli del Comitato Boeri e non basta nemmeno chiedere loro di “invaderci”. Perché questa operazione sia credibile agli occhi dell’elettorato bisogna che tutto il partito sia percepito come portatore di quella contemporaneità di cui parlavo all’inizio. E non preoccupiamoci di come si fa a tenere insieme il XX° e il XXI° secolo: quello è un problema di Pisapia, non nostro.

Il primo passaggio dove questa visione, questo sguardo sulla città potrà vivere è il passaggio programmatico di cui ha parlato Cornelli in relazione. E non si abbia paura del tempo scarso perché non è un segreto che quello sguardo “contemporaneo” sulla città Boeri lo ha costruito anche grazie a noi. C’era Maria Berrini a ragionare con loro di ambiente, c’ero io con Filippo Barberis, Diana de Marchi e Paola Bocci a costruire con loro la proposta sulla scuola (a proposito ieri repubblica, oggi la stampa hanno dedicato all’idea berlingueriana delle scuole aperte, uno dei punti principali di Boeri, molto spazio: le belle idee hanno gambe lunghe) e potrei andare avanti con tutti i nuclei del programma di Stefano.

Noi oggi immagino rinnoveremo la fiducia a Cornelli e al gruppo dirigente milanese. Vorrei però fosse chiaro che facendo questo ci assumiamo una responsabilità collettiva non da poco. Cornelli è stato chiaro nella sua relazione: chi voterà si a quel dispositivo, voterà si anche ad una idea di partito e ad un progetto per le prossime amministrative.

Alle elezioni, come quasi sempre nella vita, si raccoglie ciò che si semina. Abbiamo iniziato a seminare con il lavoro nei circoli e nei Gip quando a Milano è nato il Pd, abbiamo continuato con il lavoro per Boeri e con Boeri. Non fermiamoci adesso. Innaffiamo il campo dove abbiamo seminato e il raccolto sarà buono. Rinunciamo al nostro ruolo e il raccolto sarà scarso.

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2 comments

  1. Chissà se almeno uno dirà che Boeri ha perso perché non era il candidato giusto per mobilitare la sinistra.
    E se almeno uno dirà “Abbiamo sbagliato a scegliere lui”.
    Lo spererei, perché finché il PD vedrà le sconfitte come causate da fattori esterni e non causate da sé stesso continueremo ad essere governati da gente che verrebbe spazzata via da qualsiasi altra sinistra al mondo.

    1. E se almeno uno dirà “Abbiamo sbagliato a scegliere lui”.

      lo dirà chi lo pensa… :-)

      finché il PD vedrà le sconfitte come causate da fattori esterni

      Io però non penso che la causa della sconfitta sia esterna (ho citato alcuni fattori esterni perché ci sono anche quelli), anzi. ho fondato l’intervento su una considerazione opposta, dicendo che la causa principale della sconfitta è “strutturale”: più interna di così…

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