Non è (solo) nelle alleanze il senso del Pd

In un editoriale non firmato del 18 novembre, The Front Page si chiede: “possono i riformisti del Pd accettare questo esito? Può essere Nichi Vendola il loro candidato a Palazzo Chigi?[…] L’altra strada, la strada dell’alleanza con il terzo polo indicata timidamente da Franceschini e bruscamente da Fioroni e altri veltroniani, implica una rottura a sinistra che il gruppo dirigente del Pd non sembra avere né il coraggio né la forza per compiere. Ma senza quella rottura, il Pd cessa di esistere”. Provo ad intervenire sul tema “senso del Pd”, ma da un punto di vista differente; non mi convince infatti un approccio tutto centrato sul tema delle alleanze.

Pagnoncelli, illustrando i suoi sondaggi in televisione, non manca mai di sottolineare un dato: nel 2008 i primi due partiti si spartirono circa il 70% dei voti validi e oggi farebbero fatica ad arrivare al 50%. Per non parlare dell’astensionismo che tutto lascia pensare aumenterà in modo considerevole. Un’editoriale di Luca Ricolfi di domenica scorsa su La Stampa conteneva un pesante atto d’accusa verso il sistema dei partiti nel suo complesso che in parte spiega questo dato. Per quel che riguarda in particolare il Pd, chiede Ricolfi: “Come è possibile che, in presenza della più grave crisi del berlusconismo, i dirigenti del Partito democratico passino il loro tempo a baloccarsi con riti identitari e ad almanaccare sulla politica delle alleanze, quando la domanda che gli elettori si fanno è una sola: ma voi, se andaste al governo, che cosa sareste in grado di fare di diverso e di meglio di quel che offre l’attuale governo?”. La risposta è proprio in quell’aggettivo “identitario”. Il Pd si sta sempre più richiudendo in un recinto identitario, convinto forse che così possa difendere qualche rendita di posizione. Un recinto identitario e castrante, che però – paradossalmente – non è nemmeno il proprio. O per lo meno non quello posto alla base della sua nascita.

Movimento Democratico di Veltroni, Gentiloni e Fioroni contrappone a questa scelta l’opzione diametralmente opposta: rilanciare la “vocazione maggioritaria”, riassumendola nella formula “non deve essere il Pd a scegliere con quali forze allearsi, ma le altre forze a scegliere di allearsi con il Pd”. Io penso che anche questa opzione, detta così, sia sbagliata, in quanto tradisce anch’essa una ossessione per le alleanze. Ossessione che accomuna tutti i dirigenti nazionali (e molti tifosi sugli spalti), ma non riesce proprio ad appassionarmi. Compito del Pd dovrebbe invece essere quella di aumentare il proprio consenso e aumentarlo sulla base delle proprie proposte; per poi “accettare” eventuali alleanze non per ragionamenti astratti (siano essi tattici o strategici), ma sulla base della distanza maggiore o minore da quella piattaforma.

Ricolfi, non da solo, accusa il Pd di non avere proposte. Il dramma è che invece le proposte ci sono; alcune risposte a quelle domande sono state date. Di fronte al fatto che nessuno se ne accorge, i dirigenti nazionali del partito possono reagire in modi diversi: tacciare Ricolfi e tutti gli editorialisti dei principali quotidiani italiani di lavorare per il Re di Prussia (o magari per il Presidente della Ferrari) e ignorare la critica, oppure chiedersi cos’è che non va, se non altro per sbugiardarli pubblicamente.

Cosa impedisce quindi al Pd di sviluppare pienamente il proprio potenziale? Personalmente – e l’ho ribadito più volte – penso che ciò che non va si chiami “credibilità”. E ho quindi elaborato due mie personalissime teorie sula credibilità, che vi illustrerò in un prossimo post, in uscita domani.

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