Vecchie canzoni e nuove (scomode) verità

Caro studente del 2010, perdonami, ma ho alcune domande da farti. Ti ho seguito in queste proteste, mi è molto chiaro contro chi e per che cosa lotti. […] Eri su Corso Vittorio Emanuele, eri una folla. Ad un certo punto da questa folla si sono staccati due giovani, le spranghe in mano: a turno hanno sfondato un bancomat. Stavano affossando anche la tua protesta e il tuo desiderio di cultura, e qualcuno deve essersene reso conto: ho sentito salire alcune voci dal corteo. Dicevano: «No». Dicevano: «Ma che fanno?» Solo questo. Poi avete proseguito in un crescendo di violenza e orrore senza senso […].

Flavia Amabile, su La Stampa di oggi

La lettura di questa lettera aperta ai manifestanti mi ha rafforzato in un convincimento. Lo espongo attraverso un classico “ribaltamento” che a volte faccio e che so indispettire molti dei miei venticinque lettori, ma spero aiuti a riflettere su quanto avvenuto nelle vie di Roma il 14 dicembre. E su come – riprendendo la conclusione della lettera – si possa forse cambiare il finale del film.

Anche Saviano ha scritto una bella lettera ai manifestanti, nella quale – tra le altre cose – afferma:

Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo. […] Bisognerebbe smettere di indossare caschi. La testa serve per pensare, non per fare l’ariete. I book block mi sembrano una risposta meravigliosa a chi in tuta nera si dice anarchico senza sapere cos’è l’anarchismo neanche lontanamente. Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l’esatto contrario. […] Tutto questo è molto più che bruciare una camionetta. Accende luci, luci su tutte le ombre di questo paese. Questa è l’unica battaglia che non possiamo perdere.

Ma Amabile fa qualcosa di più. Non richiama i manifestanti solo ad una maggiore attenzione (organizzando un servizio d’ordine ad esempio) o ad una maggiore consapevolezza, come fa lo scrittore campano; li richiama soprattutto alle loro responsabilità. Ed è per questo che, leggendola, nella memoria mi è risuonata una canzone. Parla di scontri, di arresti, di massacri sui marciapiedi, di auto che bruciano.

La canzone è datata e le auto che bruciano sono le Millecento, ma quella canzone  è un atto d’accusa verso chi  si credeva assolto perché ha voltato lo sguardo da un’altra parte, perché ha fatto finta di non vedere,  perché in buonafede ha creduto alle “verità” della televisione (“cattiva maestra” per antonomasia). Una canzone che ci dice che con le verità scomode bisogna saper fare i conti. Allora la verità scomoda era che “la sicurezza, la disciplina” volevano dire repressione nel sangue, morti nelle strade, stragi e terrorismo. Oggi la verità scomoda è un Finanziere che difende la propria pistola d’ordinanza, sono le foto manipolate messe in giro per giustificare la violenza. Sono le domande che Amabile rivolge ai Book Bloc. E allora mi piacerebbe che lo studente del 2010 evocato da Flavia Amabile non si creda assolto solo perché ha fatto finta di non vedere le spranghe nelle mani di quelli che svilavano con lui, o perché ha – “in buonafede”, come il piccolo borghese di De Andrè – ignorato le avvisaglie di ciò che sarebbe accaduto.

Non è quindi per amor di paradosso se, anche in nome di quanto ci dice quella Canzone del Maggio, vorrei tanto che lo studente del 2010 rispondesse alle domande che gli ha posto Flavia Amabile. Lo faccia anche su Facebook se crede, ma lo faccia. L’alternativa è che quello studente continui a credersi assolto. E che resti per sempre maledettamente coinvolto.

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7 comments

  1. Sono d’accordo con te. E forse quello che possiamo fare, noi “vecchi”, è provare a raccontare come sono cominciate le vicende di tanti anni fa. Molto prima del terrorismo, molto prima della violenza gratuita. Quando c’era ancora la gioia della protesta, la giusta indignazione per la violenza, quella della polizia, allora sì spesso gratuita. E la protesta, la rivolta non ha saputo-voluto-potuto fermare fin dall’inizio i primi gesti di violenza e vandalismo, finendo per accettarli e subirli, e normalizzarli. Io ho un ricordo ancora vivissimo, di 42 anni fa. Pavia, manifestazione degli studenti universitari, pacifica, almeno in apparenza. Siamo davanti alla questura ( o alla prefettura, non so). All’improvviso ( o no? qualcuno racconterà poi di lanci di biglie contro le finestre)si spalanca il portone, dietro è pronto uno schieramento di poliziotti in assetto da guerra che parte alla carica, manganella, picchia senza riguardi.
    L’indignazione è corale. La sera in assemblea annunciamo una mobilitazione generale e l’occupazione del rettorato. La mobilitazione riesce, due giorni dopo l’intera città è in piazza, ci sono gli operai, i cittadini. Una manifestazione seria e composta, imponente, mai vista prima.
    Ma l’occupazione prende subito un’altra piega. Entriamo, e subito alcuni cominciano a sfondare una vetrata, a imbrattare con la vernice antichi quadri di grande valore. Io protesto, cerco di oppormi, ma poi rinuncio, amareggiato. Sono solo, anche un po’ timido e esile. Avevo sostenuto convinto l’occupazione, ero indignato per la violenza della polizia. Ma, poche ore dopo, rimasi colpito dalla generale indifferenza per i gratuiti atti di vandalismo degli occupanti. Mi sono chiesto per tanti anni, cosa avrei dovuto o potuto fare? Non lo so, forse niente, forse sì. Ma la convinzione che già quegli atti contenessero ” in nuce” la violenza degli anni futuri, si è venuta col tempo consolidano. Ed è la convinzione che ha guidato i miei comportamenti, più avanti, come insegnante e come preside, di fronte a tanti atti degli studenti negli anni settanta ottanta e novanta, troppo spesso tollerati e minimizzati (so’ ragazzi, siamo stati giovani anche noi..) da colleghi e genitori.

  2. Forse sono un lettore distratto o forse non sono riuscito a cogliere il senso dell’articolo di Flavia Amabile ma di domande ne vedo ben poche:

    -Caro studente del 2010, ho visto solo io le spranghe nelle mani di quelli che sfilavano con te? Ero solo io al corrente delle intercettazioni sulla violenza annunciata durante la manifestazione di ieri? Sapevo solo io che erano in arrivo gruppi di persone dal nord con una voglia di menare le mani un po’ imbarazzante per un movimento che usa la cultura come scudo?-

    Le uniche esplicite mi sembrano quelle di questo paragrafo ma queste domande, a mio parere, non sono competenza esclusiva dello “studente del 2010″ che era a manifestare ma di tutti i cittadini in quanto impedire la violenza è dovere di ogni cittadino o addirittura di ogni essere umano.
    Sono io a questo punto che mi faccio delle domande:
    certo, sarebbe stato giusto (e anche un gesto mediatico niente male) che i manifestanti “veri” avessero cercato di fermare i loro presunti compagni violenti (chiaramente “presunti” si lega a “compagni”) ma lo si può pretendere? E’ giusto pretendere che un ragazzo si frapponga tra una o più spranghe e un bancomat? E se è giusto pretenderlo da uno studente non è giusto pretenderlo anche dai passanti, dai turisti, da quelli che seguivano tutto in televisione, dalle forze dell’ordine (che peraltro questa volta sono state stranamente “pacate”) e perchè no, dai giornalisti che ci hanno regalato tante immagini e tante informazioni (cosa neanche troppo vera) ma che non hanno di certo mosso un dito, tenendosi distanti a riprendere le vetrine rotte, le auto incendiate ecc?
    Che gli studenti siano responsabili è vero ma nella misura in cui lo sono tutti gli altri. Scrivere una lettera (che in realtà è un’articolo) in cui, con eccessiva retorica, si fa finta di porre domante mi sembra totalmente inutile e anzi superfluo.
    Mi piacerebbe concludere con una proposta ma non credo esista un modo per impedire che qualcuno si nasconda tra la folla almeno finchè non saremo tutti persone civili. Dico solo che organizzare un servizio d’ordine non mi sembra la soluzione anzi, lo trovo pericoloso, forse perchè ripenso all’inutile servizio d’ordine che alcuni licei organizzano durante le assemblee o le occupazioni e che serve solo a far sentire importante chi ne fa parte oppure perchè ho letto un bel fumetto di Alan Moore che fa riflettere su un problema sempre attuale:
    “Who Watch the Watchman?”

    1. parto dalla fine tra un servizio d’ordine e un giustiziere c’è una bella differenza… e soprattutto il servizio d’ordine svolge un ruolo “ufficiale” e se non interviene cala il velo di ipocrisia della distinzione tra manifestanti “buoni” e manifestanti “cattivi”

      perché, vedi, non a caso l’articolo della Amabile si intitola “giù la maschera”. Le domande esplicite le hai riprese tu (ce ne sono in realtà anche altre: chi vi ha insegnato che con il limone si annullano gli effetti dei lacrimogeni? e ad andare a viso coperto?), ma quelle implicite sono altre. Anzi è al fondo una sola: siete sicuri che i violenti fossero “altro da voi”? Se è così dimostratelo.

      Su chi debba intervenire e cosa si debba “pretendere” dai manifestanti in larga parte ti ha risposto Saviano.

  3. che bello invece le manifestazioni del PD, tutte belle ordinate, anche perché l’età media è “anta”. L’unico infiltrato che possiamo permetterci è qualche rottamatore… In più quasi tutti abbiamo la tessera del PD e molti pure della CGIL, così la questura non deve nemmeno andarsi a cercare i nomi, gli forniamo le liste direttamente noi.

    (scusa il sarcasmo) Poi magari, se dopo aver fatto pelo e contropelo agli studenti, ci dedicassimo anche al ministro degli interni che qualche responsabilità ce l’avrà pure lui, non sarebbe male, nevvero?

    1. vedi a volte i punti di vista? personalmente trovo che nelle condizioni date riuscire a gestire una piazza così evitando morti e feriti gravi possa configurarsi come un successo enorme delle forze dell’ordine.
      se una critica si può e si deve fare all’intelligence è non aver impedito (o aver concesso: su questo sì che farei maggiori indagini e concentrerei la mia vena complottista) che un camioncino pieno di materiale edile potesse trovarsi all’interno della zona rossa

  4. potrei replicare facendo un copia e incolla dell’articolo postato su http://www.progettoalternativo.com invece vorrei rilanciare con una semplice parola d’ordine.
    il Mondo del Lavoro, del Precariato e della Disoccupazione debbono imporre al mondo dei partiti la loro agenda politica e le loro priorità.
    questa violenza, da qualsiasi parte avvenga, sa di provocazione di spostamento degli interessi dai problemi veri che sono la crisi economica e gli strumenti per affrontarla.
    martelun

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