Gianni, il pensiero unico e la via Della Seta

In una discussione sul facciacoso a proposito di Fiat e dintorni, Gianni ha scritto alcune considerazioni che trovo importanti, soprattutto in quanto vanno oltre i temi al centro della discussione pubblica, ovvero quelli della rappresentanza e della esigibilità degli accordi. Ci si è limitati a questi forse proprio perché non siamo capaci o non abbiamo il coraggio di guardare in faccia la realtà. E la realtà è un cambio di scenario che dovrebbe portare anche gli “innovatori” a cambiare almeno in parte se non paradigma, per lo meno il linguaggio e in parte le soluzioni.

Ha scritto Gianni:

[Il Pd dovrebbe produrre norme e culture]. L’idea dello sviluppo degli anni 90, ossia una crescita diffusa, basata sulla inflazione bassa data dal lavoro a poco prezzo, che accettava differenze crescenti in cambio di benessere generalizzato, non funziona piu’ da tre anni a questa parte. […] A che serve la politica? Se il partito non porta la discussione su questi temi rimane marginale, e riduce la discussione all’ ambito normativo, come fa Ichino. Se non esiste una idea di sviluppo del paese, che renda perlomeno singolare che la quinta o sesta potenza economica del mondo si riduca ad elemosinare investimenti esteri come fanno la Malesia o la Colombia, anziche’ investire all’ estero come ormai fa solo Banca Intesa, allora non esiste nemmeno una idea su come dovrebbero essere normate le relazioni idustriali. Si sta cucinando una ricetta con ingredienti andati a male. Sono un po’ generico, temo, ma a questo punto e’ sempre meglio che minimalista.

Ho ripensato a questo intervento di Gianni, leggendo l’articolo del Sen. Della Seta su Il Manifesto di oggi, articolo che se non altro ha il pregio di provare a parlare d’altro. Infatti, come ho detto, trovo giusto, per non dire necessario, uscire da una discussione che si sta avvitando solo attorno ai temi della rappresentanza e della esigibilità degli accordi. Giusto quindi provare ad andare oltre, ma mi sembra ci siano almeno due modi per farlo. Il primo è ridurre tutto (come fa Della Seta, come fa la Fiom) ad una discussione ideologica sul “pensiero unico”, sul non barattare occupazione e diritti o diritti e salario. Il secondo è prenderla dal cuore del problema: quale modello economico, industriale e politico abbiamo in testa per questo Paese.

Ma è così pessimo l’articolo di Della Seta? Per me sì, ma siamo qui per discuterne. Partiamo dall’inizio.

Non è un nuovo fascismo il vero spettro evocato dal diktat di Marchionne su Mirafiori, e ancora di più l’accoglienza osannante che ha ricevuto da tanti autorevoli «riformisti». È un pericolo meno esplicito ma per questo più insidioso, perchè non produce automaticamente anticorpi. È la riedizione in salsa italiana del pensiero unico, uscito con le ossa rotta da un decennio di contestazioni altermondialiste, e oggi ridotto in pezzi dal tunnel della recessione che ha smentito drammaticamente le «magnifiche sorti e progressive» della globalizzazione.

In poche righe il Senatore Della Seta riesce a infilare due concetti che danno l’idea del rischio che a mio avviso corre il dibattito nazionale su questi temi: stare in logiche del Secolo scorso, così come appartiene al Secolo scorso la classe dirigente di questo Paese.

Primo. “L’accoglienza osannante che [l’accordo di Mirafiori] ha ricevuto da tanti autorevoli «riformisti»“. Dov’è questa “accoglienza osannante”? Perfino il sottoscritto che – lo riconosco – autorevole non sono, ma mi sono spinto assai oltre le posizioni del gotha del riformismo italiano, mi sono limitato a porre questioni in punta di piedi. I più autorevoli il massimo che sono arrivati a dire è stato “fossi chiamato in causa voterei si” e “ho presentato un Ddl che risolve meglio di come fa l’accordo di Mirafiori la questione della rappresentanza”. Stravolgere la posizione dell’avversario per poterla più agevolmente criticare. Com’è che lo chiamano quelli “fighi”? straw man argument? Io lo chiamo artificio retorico di quart’ordine, ma ci siamo capiti.

Secondo. “Pensiero unico, uscito con le ossa rotta da un decennio di contestazioni altermondialiste“. Ma stiamo ancora a discutere di “pensiero unico”? Ma veramente si pensa che le posizioni di Marchionne appartengono a quella categoria?. Siamo immersi in una crisi che fa saltare tutte gli schemi del secolo scorso e si pensa che Marchionne si preoccupi del (o risponda al) pensiero unico? Marchionne si preoccupa dei profitti della sua azienda. E soprattutto: il pensiero unico sarebbe uscito con le ossa rotte  dal secolo scorso a causa delle “contestazioni altermondiste”? Suvvia… Qui siamo di fronte ad una crisi epocale del capitalismo ed è questa ad aver sconfitto il pensiero unico, mica Bové, Attac e Agnoletto.

Il neoliberismo è stato sconfitto dalla Cina, non dalle Acli. Perché il pensiero unico non è, come afferma Della Seta, “l’idea che i problemi della società, quelli economici e non solo, possono essere affrontati in un solo modo razionale, quelli decisi dall’establishment”. Il pensiero unico è l’idea del primato dell’economia sulla politica, è il neoliberismo che diventa ideologia e si fa egemone. La sua definizione è tautologica e potremmo tradurla così: “ciò che pensa Marchionne è unico per Marchionne e chi la pensa come lui”. Niente sofismi: si vuole dire che Marchionne ha torto? Legittimo: lo pensano un sacco di brave persone. Come ho detto ho dei dubbi perfino io che sono uno “di destra”. Ma non si tiri fuori il pensiero unico, per cortesia. Non è il pensiero unico a asserire che “la Fiat per restare in Italia ha bisogno che le garanzie, le libertà e le tutele sociali e sindacali delle sue fabbriche vengano ridotte, avvicinate a quelle dei paesi emergenti”. Prendendo per buona la descrizione che Della Seta fa dell’accordo per Mirafiori (che è imprecisa, ma tralascio), è la Fiat a sostenerlo, è Marchionne Sergio ad affermarlo non Unico Pensiero.

Come dicevo in principio il rischio che vedo in un approccio come quello del Sen. Della Seta è che non si affrontino i problemi per quello che sono, ovvero una crisi del capitalismo come non ne avevamo mai viste prima. E che – forse per la prima volta – colpisce tutti. O per lo meno tutto il mondo occidentale. Il rischio è che si faccia una discussione molto astratta e tutta collocata in una contrapposizione del Secolo scorso. Il pensiero unico è morto con la morte del capitalismo in Occidente, lasciamolo nella tomba. Se non ci vogliamo del tutto rassegnare al declino (o per lo meno rallentarlo, consentendo così ai nostri figli di fare ciò che non siamo stati capaci di fare noi: “salvare” il mondo occidentale), altro è vederla dal punto di vista della prospettiva. E ho dunque apprezzato molto questo contributo di Mario Seminerio, che forse in parte risponde a Gianni e tra le altre cose si chiede:

[…] la malattia italiana è una insufficiente produttività totale dei fattori, che è cosa diversa dalla semplice produttività del lavoro, ma è il mix sinergico di iniziativa imprenditoriale e di sistema-paese, che consente di guidare lo sviluppo. Credere che non aver più la Cgil tra i piedi durante la contrattazione collettiva possa coincidere col punto di svolta di un intero paese è alquanto naif. Che farà, ora che pare non aver più alibi, il condottiero Marchionne, nel caso i risultati (non di produttività ma di vendite) non arrivassero? […] Fiat continua a perdere quote di mercato. Per Marchionne si tratta di una strategia deliberata di rinvio di nuovi modelli a tempi congiunturali migliori, ma credere alle fiabe è sempre più difficile, in questo mondo così aspro. Che accadrà se la nuova Fiat iperproduttiva, dopo aver riempito i piazzali, si troverà in affanno per quote di mercato cedenti quanto e più di oggi? E’ forse parte della “maledizione italiana” quel passare attraverso discontinuità credute “epocali” e risvegliarsi il giorno dopo, come se nulla fosse realmente accaduto.

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2 comments

    1. è proprio a causa della portata della crisi che non vedi vie d’uscita. che sono cose diverse dai modelli alternativi. tu cosa intendi con “modello alternativo”?

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