Quale memoria. Lezione di David Bidussa a mezzo stampa

Non ho voluto scrivere nulla per la giornata della memoria. Mi sono limitato a ricordarla, sobriamente. E a rispettarla con il silenzio di questo blog. Odio la retorica di queste occasioni e dunque le ho preferito il silenzio.

Ci torno oggi perché, grazie a Franz, ho scoperto una splendida intervista a David Bidussa che credo valga la pena leggere. Ne riporto alcuni passaggi, grassettando quelli a mio avviso più significativi.

Aver memoria non significa soltanto ascoltare una testimonianza o vedere immagini mostruose. Significa rielaborare tutto questo dentro di sé, assumendolo nei propri codici culturali. La consapevolezza del passato dovrebbe agire nel presente. […] Non basta osservare l´orrore, per rifiutarlo. Bisogna capire come funzionava la sua potente macchina, e com´è stata raccontata più tardi dai suoi artefici. In Uomini comuni Christopher Browning ci introduce alla violenza introiettata da persone normali (non criminali delle SS) le quali hanno spiegato le loro efferatezze con l´argomento che allora apparivano necessarie e giuste, addirittura “consolanti per la coscienza”. Quegli uomini non erano nati violenti: lo sono diventati. Le loro testimonianze ci dicono molto di più di quel che ci raccontano i crimini commessi. […] La macchina della persecuzione era caratterizzata da una ripetitività travestita da segni rassicuranti: “prepara la valigia” si diceva all’ ebreo da deportare, un invito banale che dissimulava la tragedia.

Io non porrei limiti alla memoria, ma nel maneggiare i materiali occorrono maggior tenacia e minor fretta. La storia filtrata dai media tende sempre più alla banalizzazione. Per leggere un documento servono molte cose: interpretazione, educazione allo sguardo, conoscenza del suo uso nel tempo. Credere che un documento parli da solo è la via più diretta per capire poco. La foto del bambino di Varsavia con le mani alzate è esemplare: Fréderic Rousseau ci ha spiegato che una foto da noi guardata dalla parte della vittima nasce come documento del buon lavoro dei carnefici. Un serio esercizio storico a cui in molti hanno rinunciato. […] Gli storici hanno un’ enorme responsabilità. Non siamo stati in grado di costruire una storia narrata, anche problematica, che fosse popolare.  […] Prevale una narrazione mediatica che ormai appartiene alla postmemoria, ossia a una rivisitazione fantasiosa della storia. È una sostanziale abdicazione al mestiere. […] Si mangiano velocemente le storie. E si consumano i materiali. Occorrerebbe anche uscire da quello che Giovanni De Luna ha definito sul Venerdì un calendario vittimario: non siamo più in grado di ragionare se non in veste di vittime. I testimoni devono continuare a parlare, ma noi abbiamo il dovere di rielaborare le loro voci anche per misurarci con il presente. Perché da quella storia non siamo fuori, e con il suo codice di violenza occorre ancora fare i conti.

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