Dimmi quando quando quando…

Del pregiudizio di Galli della Loggia ho già detto qui. E bene ha fatto il buon Seghetti, capo ufficio stampa del Pd, a rispondere oggi che un programma il Pd ce l’ha, sbugiardando metà dell’editoriale in questione. Ma a mio avviso quella risposta non è sufficiente.

Come ho scritto in più occasioni, ad esempio qui, commentando un editoriale di Ricolfi, c’è una domanda che dobbiamo porci.

Ricolfi, non da solo, accusa il Pd di non avere proposte. Il dramma è che invece le proposte ci sono […]. Di fronte al fatto che nessuno se ne accorge, i dirigenti nazionali del partito possono reagire in modi diversi: tacciare Ricolfi e tutti gli editorialisti dei principali quotidiani italiani di lavorare per il Re di Prussia (o magari per il Presidente della Ferrari) e ignorare la critica, oppure chiedersi cos’è che non va.

Cos’è che non va, dunque? Conta – come ho detto – il pregiudizio sul Pd, ma non basta a capire perché lo abbiano tutti i commentatori dei maggiori quotidiani italiani. Certamente in parte è per le ragioni addotte da Seghetti (dei contenuti ai media interessa poco o nulla), certamente va considerata la volontà di autoassolversi di una classe dirigente del paese – di cui Galli della Loggia e il giornale per il quale scrive sono una massima espressione – che in questi diciassette anni ha protetto, se non sostenuto esplicitamente, un ceto politico di centrodestra sempre più inqualificabile. Altrettanto certamente, però, esistono responsabilità specifiche del Pd che non può sviscerare un capo ufficio stampa, il quale fa un altro mestiere. E infatti la risposta di Seghetti è debole nella seconda parte – quella sul partito – e non a caso lascia in mano ai tanti Galli del “pollaio” giornalistico italiano due argomentazioni importanti, connesse tra loro.

La prima riguarda un punto per me cruciale, affrontato tante volte, sul quale non torno. Come detto in quel mio stesso post:

Cosa impedisce quindi al Pd di sviluppare pienamente il proprio potenziale? Personalmente – e l’ho ribadito più volte – penso che ciò che non va si chiami “credibilità”.

La seconda argomentazione – connessa alla prima – la offre su un piatto d’argento lo stesso Seghetti a Galli della Loggia, che ha buon gioco a ribattere a chi contrapponeva ad un partito con il capo (“il re taumaturgo”) un partito fatto di “dirigenti temporaneamente eletti al vertice del partito”. Risponde infatti un Galli irriverente:

Quanto all’opposizione lessicale tra “capo” e “dirigente”, rispetto le pudiche, politicamente correttissime, preferenze di Seghetti per il secondo termine, ma vorrei mi togliesse una curiosità: per D’Alema, Bindi, Veltroni, Finocchiaro, ecc. ecc. quel termine “temporaneamente eletti al vertice del partito” che ormai dura da due tre decine d’anni, quando si può immaginare che avrà termine?

Già, quando?

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2 comments

  1. ormai sono arrivato alla conclusione che il luogo della politica siano le istituzioni e pertanto i partiti dovrebbero ridursi ad amministrazione leggera per consentire ai cittadini iscritti di partecipare alla politica nelle istituzioni. Se queste banalità suddette fossero realizzate non passeremmo (noi cittadini iscritti al PD) 3/4 del tempo a fare politica dentro al partito disinteressandoci di quello che succede nelle istituzioni o magari persino barattando una sconfitta là per un maggior spazio dentro al partito.

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