Mario Calabresi e l’abito mentale

Sui motivi che mi hanno portato a leggere ogni giorno La Stampa vi ho già annoiato e non ci torno. Oggi però ho avuto una conferma di quanto siavo bravo Mario Calabresi. Ha scritto uno splendido editoriale per stigmatizzare l’atteggiamento di chi vede complotti ovunque e per tracciare la specificità italiana di questo fenomeno non solo italiano.

Anche io spesso ne parlo e me ne lamento, ma imputo questo meccanismo, questo “comodo e funzionale abito mentale” – come lo definisce più correttamente Calabresi – ai vent’anni di Berlusconi. E invece non nasce solo da Berlusconi, ma è assai più radicato nelle coscienze e nella storia del nostro paese. Noi “siamo il Paese di Ustica, delle bombe sui treni, del terrorismo rosso e nero, dei misteri e delle molte verità negate”.

Ma non è solo questo spunto di analisi ad avermi colpito. Quando è stato il momento di descrivere i danni che questo “abito mentale” produce, Calabresi avrebbe potuto portare decine di esempi della nostra storia. Però ha scelto di parlare di un capitolo ben preciso. Un capitolo che riguarda tragicamente la sua vita e che potrà – se colto – portagli anche critiche.

Così accade di sentire, molto spesso e ad ogni livello, che non sappiamo nulla delle stragi o del terrorismo, che tutto è oscuro e coperto. Quante persone, per fare l’esempio più lampante, sostengono che non conosciamo la verità su Piazza Fontana? Sbagliano: non è così. Per la strage alla Banca dell’Agricoltura è corretto dire che non è stata fatta giustizia ma la verità storica è assodata: furono i neofascisti di Ordine Nuovo a mettere la bomba e poterono contare sulla complicità di una parte deviata degli apparati dello Stato. Ma per molti lo stereotipo e la frase fatta finiscono per essere più forti della storia e delle sue conquiste. Non vedere quello che si è ottenuto significa fare un torto a chi per anni si è battuto per ottenere la verità e lasciarsi invadere da quello scetticismo significa rinunciare a ogni partita e a ogni sfida.

Piazza Fontana, la morte di Pinelli e la conseguente uccisione di suo padre Luigi Calabresi. Non ha esitato – nell’andare alla radice del tema che voleva sviscerare – a ricordare quell’evento. Perché rimettere a posto i tasselli della verità e smontare il pregiudizio è più importante del quieto vivere, è più importante di nascondersi dietro la scrivania della direzione di un grande giornale.

Annunci

2 comments

  1. Adoro Calabresi. Adoro i suoi libri, adoro i suoi editoriali. Adoro le sue testimonianze. Complimenti davvero a questa persona: sia dal punto di vista professionale che umano.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...