Israele, Palestina e la stupidità

Segnalo un articolo di Stefano Jesurum, pubblicato sul magazine del Corriere della Sera, Sette, in edicola ieri.

Che mezzo mondo analizzi le parole del presidente Obama sul conflitto israelo-palestinese è logico. Che Hamas le abbia respinte sprezzantemente era prevedibile, a conferma che non ha alcuna intenzione di cambiare rotta («annientare l’entità sionista ») e di cercare una soluzione negoziale. Prevedibile era pure la reazione di Netanyahu, che da sempre non si spende certo per la pace.

Ciò che colpisce è, invece, l’ottusità, la stupidità delle “tifoserie”: i falsi pacifisti che della demonizzazione di Israele hanno fatto la loro ragion d’essere, gli ultras islamofobici che in Gerusalemme vedono l’ultimo baluardo della civiltà occidentale. Eppure ciò che ha auspicato Obama («confini tra i due Stati, che dovranno essere basati su quelli precedenti il ’67, con possibili scambi territoriali mutuamente concordati ») altro non è che il ribadire un vecchio, nobile tentativo di mediazione. Già messo sul tavolo da Bush con Sharon (2004): mantenimento dei grandi insediamenti in Cisgiordania, ma proprio sulla base di “scambi concordati”. Fu anche uno dei pilastri su cui si basò la stagione dei sogni passata alla Storia come Accordi di Ginevra, ovvero le trattative che tra il 2001 – nel pieno della Seconda Intifada – e il 2003 si svolsero tra moderati israeliani e palestinesi (Yossi Beilin, Amram Mitzna, Avraham Burg, Yossi Sarid da una parte e Abed Rabbo, Sari Nusseibeh, Hatem Abdel Kader dall’altra).

Oggi i gruppetti delle varie Freedom Flottilla che tifano Hamas così come i sostenitori dell’ala più nefasta del governo Netanyahu pare ignorino tutto questo. E fingono di non conoscere un documento che fa discutere gli israeliani: «Noi cittadini di Israele facciamo appello al pubblico perché appoggi il riconoscimento di uno Stato democratico di Palestina come condizione per porre fine al conflitto e negoziare i futuri confini fra i due Stati sulla base delle frontiere del 1967. (…) Questa è l’unica politica che lascia nelle mani di Israele il suo destino e la sua sicurezza. Chiediamo alle persone amanti della pace e della libertà di unirsi a noi nell’accogliere la Dichiarazione palestinese di indipendenza, di sostenere gli sforzi dei cittadini dei due Stati nel mantenere rapporti di buon vicinato entro confini sicuri e riconosciuti. La fine dell’occupazione è condizione fondamentale per la liberta dei due popoli (…)». Lo firmano intellettuali ed ex generali del calibro di Amos Oz, Ari Folman, Zeev Sternhell, Yael Dayan, Avishai Margalit, Shlomo Gazit. Ma le nostre tifoserie nulla sanno. Perché la malafede è sempre ignorante.

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