Di italianità, vacche ed Agnelli

La caduta di Piazza Affari, con gruppi come Enel, Eni, Unicredit e Intesa che hanno visto crollare il valore delle loro azioni, rende poi concreto un altro pericolo: grandi aziende italiane possono finire nelle mani di qualche gruppo straniero che può approfittare dei prezzi da saldi di fine stagione.

Da qualche giorno sui giornali italiani sono ricomparse frasi come questa. Ed è strano che nessuno dei liberisti della domenica che ci governano si sia ancora prodotto in un pianto (è proprio il caso di dirlo) sul latte versato per come si è chiusa la vicenda Parmalat-Lactalis.

Premetto che di economia, di funzionamento della Borsa in particolare, non capisco nulla, ma – da profano, pronto a cambiare opinione – vorrei fare un paio di considerazioni. La prima dal punto di vista delle aziende. Se qualcuno cominciasse a rastrellare azioni sul mercato, il prezzo di quelle aziende non comincerebbe a salire? Tendenzialmente tornando ad avere lo stesso valore che avevano prima del crollo molto prima che il soggetto rastrellatore arrivi ad una posizione di controllo? Se invece la vediamo dal punto di vista della Borsa, constato che tutti auspicano che riprenda a salire, ma questo può avvenire solo se qualcuno comincia a comprare. Quindi non ho capito: auspichiamo o non auspichiamo che gli investitori comincino a comprare azioni?

Più in generale, mi sembra veramente assurdo porre il problema della nazionalità di chi compra le azioni. Se un’azienda è in Borsa, significa che è sul mercato. Se è sul mercato significa che chi ha i soldi se la compra. Mi sembra che il familistico sistema di potere politico-economico dell’Italia si comporti come il proverbiale contadino, che vuole la botte piena e la moglie ubriaca; sembra dire: datemi i vostri soldi, comprate le nostre azioni, fate salire la nostra Borsa, ma lasciate a noi il controllo.

Certo, parlo così un po’ per ignoranza e un po’ perché (soprattutto dopo la vicenda Alitalia) se sento parlare di “italianità” mi preoccupo per il mio portafoglio. Ma, fatta la tara di tutto questo, resto convinto che il problema delle aziende quotate in borsa nel nostro paese non sia l’eccesso di presenza “straniera”, nè mai probabilmente lo sarà.

E anche fosse: mi domando e domando a voi patiti dell’italianità, proprio partendo dalla vicenda Lactalis. Oggi chi è più italiana? Parmalat, la cui proprietà è francese, ma continuerà a produrre in Italia grazie a vacche, capre, tecnologia e personale italiani o FIAT, che sposta i suoi stabilimenti in tutto il mondo, pur restando saldamente nelle mani degli eredi della Famiglia Agnelli?

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2 comments

  1. infatti, quando si parla di “italianità” a mio avviso il concetto dirimente non dovrebbe essere “chi possiede le azioni”, ma “quanto l’attività di quella azienda fa bene al tessuto produttivo italiano”.
    è chiaro che, in linea di massima, un’azienda italiana posseduta da un gruppo americano ha maggiori possibilità di delocalizzazione all’estero rispetto a un’azienda italiana posseduta da un gruppo italiano. però fiat insegna che non sempre è così, mentre alitalia insegna che l’italianità non si difende assicurando privilegi monopolistici a qualche investitore (per informazioni, citofonare malpensa).

  2. L’italianità di un’industria ha un valore per quei settori in cui lo sviluppo tecnologico e lo sfruttamento di risorse derivanti dal comparto hanno un valore strategico per il paese.
    Se essersi battuti per l’italianità di alitalia ieri o quella di fiat oggi può essere uno spauracchio (però mi sembra abbia risolto i problemi di qualche imprenditore), la considerazione generale resta valida e tutti i paesi la praticano.
    Guarda in francia e germania cosa avviene quando ti avvicini a quei settori ritenuti d’importanza nazionale dalla classe dirgente del paese.
    E’ fregandocene di tutto questo che abbiamo “regalato” interi settori all’estero, dove fino a vent’anni fa eravamo competitivi

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