Fuori dalle fabbriche con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro

Una formula che uso spesso per descrivere me stesso è “io sono dalemiano; è D’Alema che ha smesso di esserlo”. Nel giorno dello sciopero generale, Francesco ha postato un discorso di D’Alema del 1997 che mi ha ricordato una volta di più il senso di quella frase. Riprendo qui l’ultima parte di quel discorso:

Non chiedo certo al sindacato di legalizzare il lavoro nero, il lavoro precario, il sottosalario. Sarebbe assurdo. Ma penso che noi dovremmo preferire essere lì con quei lavoratori e negoziare quel salario (per miglioralro) e negoziare i loro diritti, anziché stare fuori da quelle fabbriche con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro.

Il fallimento del tentativo di D’Alema di accompagnare la sinistra italiana nel XXI° secolo lo stiamo pagando ancora oggi. E temo lo pagheremo per molto tempo ancora, condannandoci a quella condizione di minorità così ben descritta quindici anni fa dal segretario del Pds, un partito che – come ci ricorda Costa – aveva la falce e il martello nel proprio simbolo. Tra l’altro è proprio quella condizione di minorità che oggi ci impedisce di contrastare in modo efficace le parti inaccettabili della norma (l’art. 8 della manovra), voluta con mal celata malafede dal ministro Sacconi.

Oggi la Cgil sciopera soprattutto contro quella norma; una norma che recepisce, estendendone il campo di applicazione, un accordo firmato anche dalla Cgil il 28 giugno scorso. Si sciopera quindi contro il rafforzamento della contrattazione aziendale a discapito di quella nazionale. Insomma, ironia della sorte, il feticcio sventolato oggi nelle piazze (anche da Massimo D’Alema?) è proprio “una copia del contratto nazionale di lavoro” e – secondo paradosso – nel Pd i più accesi sostenitori della necessità di essere in quelle piazze sono proprio i giovani dirigenti democratici considerati più vicini all’ex Presidente del Consiglio.

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12 comments

  1. nell’accordo firmato a giugno però non è prevista alcuna deroga allo statuto dei lavoratori o alle leggi dello stato : che è esattamente quello contro cui oggi si sciopera.
    e la gerarchia delle fonti è chiara : nazionale, poi territoriale, poi aziendale, a scendere : nell’art. 8 è il contrario.

    chi deve giustificare il suo comportamento è la CISL, che prima firma un accordo, poi intima insieme agli altri al governo di non intervenire, e poi alla fine smentisce se stessa, critica lo sciopero ma non può fare niente e, dichiarazione di oggi di un Bonanni in bambola completa, promette che non utilizzerà le deroghe sull’art.18 ( segno che allora ci sono !) .
    gli stessi iscritti CISL ne danno un giudizio durissimo, e in moltissimi -e anche i metalmeccanici CISL-hanno aderito allo sciopero.

  2. Caro Marco, non sono d’accordo. Uno Stato che si ritrae dalla legislazione sui diritti non è esattamente “il futuro”, come lo si definirebbe su qualche blog. Stavolta infatti si è scelta la possibilità di derogare alla legge, non più solo al CCNL. E non è differenza da poco.
    Dire poi che la CGIL oggi ha scioperato solo su questo è quanto meno riduttivo… Siamo certi di non esagerare ?

  3. Io invece questa volta sono d’accordo con Marco. La CGIL sta difendendo l’esistente e anche se in questo caso l’esistente sono cose buone e giuste, anzi diritti, non si vede una via d’uscita. Non si capisce cosa deve succedere.

    Lo sciopero è stato fatto, è passato, è stato “dato un segnale”. E ora?

  4. “le parti inaccettabili della norma (l’art. 8 della manovra)”

    Permettimi una domanda, per capire: ma perché deve esistere il dogma dell’illicenziabilità?
    Se neppure il matrimonio è indissolubile, perché deve esserlo un rapporto di lavoro?

    1. Non sono quelle le parti inaccettabili. è inaccettabile ad esempio che si possa derogare dalla maternità obbligatoria.

      Più in generale il tema è quello posto da Ichino: evitare la barbarie nelle aziende molto piccole

  5. Il D’Alema pensiero altro non è che il confindustria pensiero. Inseguire le compatibilita della confindustria come ha cominciato a fare il PCI, poi PDS,DS, PD, porta al risultato odierno della archiviazione dello statuto dei lavoratori e della acclamazione del precariato, anticamera della schiavitù, da parte dei modernisti del PD con satelliti.
    La confindustria non fa altro, in Italia in particolare ma non solo, che chiedere finanziamenti pubblici a fondo perduto per aprire fabbriche, mantenere fabbriche e chiudere fabbriche. Il caso FIAT è emblematico ma non unico. Se la schiavitù
    di chiunque cerchi un lavoro dipendente viene spacciata per “futuro e progresso”, qualcuno ha dimenticato millenni di storia e di sfruttamento capitalistico e feudale.
    La CGIL segue le proteste quando non riesce a fermarle, gli altri due confederali
    hanno smesso di essere un sindacato per farsi caporali dei padroni da tempo immemorabile.

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