Fuori dalle fabbriche con in mano una copia de l’Unità. Del 1984.

A una settimana dallo sciopero generale della Cgil, consentitemi una ulteriore notazione, suggeritami dalla prima pagina dell’edizione speciale che l’Unità ha dedicato allo sciopero.

Una prima pagina fatta rievocandone un’altra: quella dello sciopero contro il taglio di quattro punti di scala mobile, taglio voluto da Craxi nel 1984 e sciopero indetto dalla sola Cgil, esattamente come quest’ultimo. Nell’84 Massimo D’Alema (che nel molti anni dopo – da segretario del Pds – dirà ciò che ha detto sul contratto nazionale di lavoro) era il giovane segretario del PCI della Puglia ed era entrato da un anno in Direzione Nazionale, assieme – tra gli altri – a Piero Fassino, all’epoca giovane dirigente del PCI torinese.

E che cosa ha scritto di quello sciopero, di Enrico Berlinguer e del PCI, Piero Fassino nel suo libro – Per passione – uscito nel 2003? Perdonate l’ampia citazione (i grassetti sono miei), ma credo che meriti; in compenso il mio commento sarà brevissimo.

Nonostante la Cgil mobiliti milioni di lavoratori in un’imponente manifestazione a Roma nella primavera dell’84, Craxi tiene duro. Il Pci annuncia allora che raccoglierà le firme degli italiani per sottoporre il decreto a referendum. […] Sono anni molto difficili. Il Pci è su un binario morto: l’esaurimento della strategia del compromesso storico non ha portato all’elaborazione di una alternativa. […] È la deriva identitaria e solipsistica di un partito che – di fronte alle difficoltà del presente – non sa opporsi al richiamo delle sirene del passato. Un partito che si rifugia in una autoconsolatoria riaffermazione di identità, di cui si rivendica la “diversità”: come se la differenza tra noi e gli altri partiti fosse un fatto genetico, e non più semplicemente programmatico. Un partito che si esilia, così, in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola. Questo è quello che penso in quegli anni, e ho sempre avuto l’idea che lo stesso Berlinguer ne fosse consapevole.

Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita: la partita dura ormai da molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l’avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l’altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l’impatto con la crisi della sua strategia politica. […]

In politica – e non solo in politica – si commette spesso l’errore di subordinare i tempi della realtà a quelli dell’organizzazione. E così, se una scelta appare troppo radicale o di rottura, e quindi rischiosa, si preferisce rinviarla, attutirla, graduarla, anche oltre ogni limite ragionevole. Prevalgono, insomma, l’autoreferenzialità, lo spirito di conservazione, l’arroccamento. E si perdono occasioni, credibilità e consenso.

La cosa che mi ha impressionato di più della rilettura di quelle pagine (e ringrazio l’Unità, che con la sua scelta di evocare quel passato mi ha spinto a farlo), non è tanto la loro straordinaria attualità, quanto il loro lucido testimoniare il fallimento della generazione dei D’Alema e dei Fassino. E il fallimento non è – si badi bene – quello descritto da Piero Fassino nelle pagine che ho riportato, ma quello rappresentato dall’evidenza di come avessero (tra la fine dei Novanta e l’inizio del nuovo secolo) capito già tutto. E nonostante lo avessero fatto, non sono riusciti a portare con sè il loro popolo (che poi è il mio, il nostro) in quella consapevolezza della necessità di voltare pagina e farsi contemporanei.

Il referendum sulla scala mobile ha rappresentato il punto più basso della parabola del PCI e oggi viene rivendicato dai giovani più o meno turchi che vorrebbero esercitare un’egemonia (politica, ma soprattutto culturale) sul Pd come fosse un mito. Ciccio Cundari, ad esempio, ha titolato sul proprio blog “Dove eravamo rimasti” a testimonianza dello spirito con cui l’Unità ha fatto quel titolo.

E a testimonianza di come si stia tornando a perdere occasioni, credibilità e consenso.

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3 comments

  1. e invece sapessi che gioia, nello scoprire che io ho ancora un partito, che non pensa che io e Calearo siamo portatori di interessi egualmente legittimi.

    Ci sono voluti vent’anni, per riaversi da quell’offensiva culturale liberale che ci aveva trasformato in gestori del peggioramento delle condizioni di vita del nostro elettorato, a tutela di interessi a noi nemici, mascherati da interessi comuni.
    quell’offensiva pare avere perso forza, e capacità di sfondare nei ceti sociali subalterni, per la prima volta da 30 anni, grazie non certo alla nostra progettualità, tuttora debole, quanto all’incapacità del sistema di produrre benessere, o anche solo non-malessere.

    questo titolo dell’Unità è la benvenuta chiusura di una parentesi, non un ‘incapacità di adeguarsi al nuovo.
    è la presa d’atto che quel nuovo -ciò che 20 anni fa sembrava inevitabile-è vecchio, debolissimo, incapace di costruire consenso.
    può darsi che si fallisca, che non si riesca ad uscire dalla crisi “da sinistra”-cioè redistribuendo potere e risorse-.ma l’alternativa è un esito autoritario, non certo liberale.
    l’era del mercato “consensuale” -liberismo economico e liberalismo politico a braccetto- è finita, e i vari ostellini e panebianchi dovranno prenderne atto ( o più probabilmente no).
    così la penso io.

  2. Sono rimasto stupito della lucidità di Fassino e della onestà intellettuale: confesso che lo avevo forse sottostimato.

    Però la tua osservazione aver “capito già tutto” lascia addolorati e rabbiosi…Tu ti esprimi in maniera molto diplomatica, ma quel che ho pensato io (non dico che lo volessi suggerirlo…) è: sapevano tutto, non hanno fatto niente, si sono accontentati di garantirsi la loro personale sopravvivenza politica.

    E adesso ritorno all’editoriale del Post di oggi…

  3. a questo punto la domanda da porsi dovrebbe essere:

    se si sta ripetendo lo stesso errore di decine di anni fa e se colpevoli recidivi di questo errore sono alcuni di quelli che già decine di anni fa erano consapevoli della strategia/tattica sbagliata

    non è che la “causa” del perseverare pecudum sia da cercare – più che nella insipienza degli attori – in condizioni strutturali e culturali al contorno? E che il fatto stesso di non riuscire a vedere (o perlomeno a sospettare) l’importanza e incisività di queste condizioni contribuisca all’ambiguità generale del discorso?

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