Primarie. O non se ne esce

Ennesimo ottimo editoriale di Stefano Menichini su Europa.

Tra le altre cose, vi si legge:

l Pd è parte di questo problema nazionale, non riesce a esserne la soluzione. La frammentazione lo attraversa. Suoi importanti dirigenti partecipano a una manifestazione che chiede la decrescita, di non pagare il debito e il ritorno a impraticabili politiche pubbliche al confine con l’assistenzialismo. […] Andare dovunque non fa di per sé egemonia, non fa credibilità, non fa leadership nazionale. Non è un limite di Bersani, come abbiamo scritto molte volte, ma del corpo collettivo del partito.

Dunque chi critica quei dirigenti non lo fa solo e sempre perché fedele al male storico della sinistra italiana (quello riassumibile nella formula “tre interlocutori, quattro idee e cinque correnti”), ma anche – a volte – perché in buona fede pensa che stiano sbagliando. Invece che offendervi, perché non provate a convincere gli altri di avere ragione?

Menichini ne ha – saggiamente – un po’ per tutti. E, rivolto ai liberal del Pd, sbatte loro in faccia la cruda realtà:

La componente liberal interna soffre, scalpita ma sa che le è preclusa la scalata a un partito che ha concesso troppo alle nostalgie e al bisogno di rassicurazione del suo popolo di sinistra: proprio non è aria, nel 2011, di vincere nel nome della concorrenza, del merito e della competitività, che sembrano tutte bestemmie neoliberiste (e come tali sono liquidate all’interno dello stesso Pd).

Verrebbe da dire che in un mondo ideale chi è convinto delle proprie idee dovrebbe coerentemente perseguirle a prescindere dalle probabilità di successo, ma siccome non viviamo in un mondo ideale guardo alla sostanza del suo ragionamento.

Anche perché nella conclusione del Direttore di Europa forse sta la soluzione per entrambi i gruppi qui evocati. Menichini infatti propone che si svolgano al più presto le primarie “per far fare ai cittadini ciò che il partito da solo non riesce a fare: rimettersi al centro della politica nazionale”. Si facciano queste benedette primarie, si candidi chiunque voglia farlo (senza costringerlo ad abbandonare il Pd: serve cambiare lo Statuto? lo si cambi), ci si confronti sulle ricette più utili per l’Italia.

Facciamolo decidere ai nostri elettori se preferiscono decrescita e default selettivo (nessuna ironia, giuro) oppure concorrenza, merito e competitività, per stare alle categorie scelte dall’editoriale citato.

L’importante è che se ci si andrà davvero a primarie per la scelta del candidato premier siano queste le ricette che si confrontano e non le loro caricature, utili solo a nascondere e perpetuare nuove e vecchie divisioni autoreferenziali. Serve coraggio e senso di responsabilità verso il Pd e verso il paese. Mi ostino a pensare che i nostri dirigenti nazionali da qualche parte queste doti le abbiano ancora. Anche se a volte sembrano divertirsi a nasconderle bene.

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7 comments

        1. io preferirei scegliermi gli alleati sulla base delle mie politiche, ma in questo caso hai ragione tu: la segreteria bersani ragiona esattamente in quel modo

  1. Champ

    sai essere molto diplomatico. Io che sono un semplice elettore, aspetto un partito in cui queste doti siano in bella evidenza.

    Sono in difficoltà su chi votare (astenuto, no, grazie), ma il PD ora, non deve essere graziato: finché rimane un cattivo partito è giusto che perda.

    E finché i suoi dirigenti saranno convinti che perdere un’elezione è un buon risultato, io continuerò, per quel che può il mio voto, a far sì che abbiano ottimi risultati…

  2. Le primarie di per sè non mi sembrano poi così dirimenti. La scelta di un capo non è niente altro che la scelta di un capo, e poi? Il PD dovrebbe porre questioni molto più profonde delle primarie per quanto riguarda la democrazia interna: consultazioni con la base per quanto riguarda le strategie di partito (come qui giustamnte accennato), rapporto invertito rispetto all’attuale tra rappresentanti e rappresentati: il poplo comanda e il rappresentante obbedisce dovrebbe essere il motto! Al momento invece il rappresentante sceglie e il popolo decide se votare o meno la sua lista…e sappiamo tutti bene che non è solo questione di legge elettorale!
    Insomma, si tratterebbe di scegliere la strada della “democrazia reale”(che era il nome che si son dati in origine i manifestanti spagnoli, non a caso depotenziato dai media in “indignados”) o per dirla in italiano della “democrazia diretta”…ma certo che un apparato di partito come l’attuale non percorrerà mai questa strada. Personalmente, non vedo vie d’uscita.

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