Cosa ho detto alla Leopolda

Di seguito la traccia del mio intervento alla Leopolda 2011. La formula era quella di rispondere in cinque minuti alla domanda: cosa faresti se fossi a Palazzo Chigi?

Se fossi a Palazzo Chigi per prima cosa mi occuperei della scuola. E me ne occuperei perché la scuola non sta affatto bene e non solo per colpa dell’attuale ministro. Lei si è limitata – si fa per dire – a peggiorare le cose.

Il danno è stato doppio: non è intervenuta come sarebbe stato necessario e ha messo nei guai chi verrà dopo di lei. Perché gli italiani si sono convinti per una metà che quanto andava fatto è già stato fatto e per l’altra metà che toccare la scuola è sbagliato a prescindere.

Ecco perché la prima cosa da fare arrivati a Palazzo Chigi sarà dire la verità agli italiani.

E la verità sulla nostra scuola è che ha smesso da molto tempo di essere quell’ascensore sociale che dovrebbe essere.

La verità è che oggi, nel terzo millennio, in una delle aree più ricche del pianeta, su 100 ragazzi che si iscrivono in prima superiore, circa 20 non completano gli studi.

Uno studente su cinque viene espulso dal sistema senza ottenere nemmeno uno straccio di qualifica triennale. E provate ad indovinare a quali classi sociali appartiene questo ragazzo ogni cinque. Provate a indovinare quale mestiere fanno i suoi genitori, quale titolo di studio hanno, in quali nazioni sono nati…

La seconda verità è che il mondo è cambiato. Le nostre vite sono cambiate.

Le nostre scuole, le nostre aule e il modo in cui si fa scuola nel nostro paese invece no.

Mia figlia Giulia, 5 anni, ogni bambina che nasce oggi, ha una speranza di vita di più di 100 anni: come si può pensare di metterle nello zaino nei primi sedici anni tutto il bagaglio di conoscenze che le servirà nella vita? Alleggeriamo quello zaino e consentiamole di tornare a scuola ogni volta che ne avrà bisogno. Lungo tutto l’arco della sua vita.

Facciamo scuola in edifici costruiti all’inizio del secolo scorso e pensati in quello precedente: non ha senso. E anche le scuole che costruiamo ex novo le facciamo identiche a quelle dell’Ottocento! Fossi Presidente del Consiglio farei costruire solo scuole del XXImo Secolo: con meno aule e molti laboratori, con uffici per i docenti che così potranno lavorare a scuola e non a casa, con le nuove tecnologie che ne sono parte integrante e non un’appendice posticcia…

La terza verità è un po’ più difficile da accettare. Non è vero che l’Italia spende per la scuola molto meno degli altri paesi OCSE. I dati sono stati appena pubblicati e non vi voglio annoiare con i calcoli, ma fidatevi: se isoliamo la spesa di Stato ed Enti locali per la sola scuola (esclusa l’università, escluso l’investimento privato) in Italia la spesa è pari al 3,2% del PIL, la media europea è del 3,4%.

L’impegno che prenderei se fossi a Palazzo Chigi è dunque molto preciso. Nessuna promessa generica di dare più soldi alla scuola, ma una promessa che si può mantenere: recuperare in due anni la distanza dalla media europea, un quarto di punto di PIL da investire subito nella scuola. È poco? Sono pur sempre 3 o 4 Mld di Euro!

La quarta verità da dire agli italiani è che i nostri studenti tra i 7 e i 14 anni stanno a scuola 1500 ore in più dei loro coetanei dei paesi OCSE. Ridurre dunque l’orario del primo ciclo (elementari e medie)? Ho una proposta migliore: riduciamo di un anno il percorso di studi, recuperando così in un sol colpo la disparità con gli altri paesi sia in termini di tempo scuola, sia in termini di età di ingresso nel mondo del lavoro. Dalla riduzione di un anno recupereremmo anche risorse per aumentare lo stipendio dei docenti, equiparando anche questo alla media OCSE.

Infine un’osservazione, a partire da quanto detto ieri sera da Baricco con la sua bella metafora scacchistica.

C’è stato in realtà un periodo molto breve della storia del centrosinistra italiano nel quale abbiamo giocato con i bianchi: il primo governo Prodi.

Giocavamo con i bianchi e Bertinotti (uno che probabilmente non era così contento di giocare con i bianchi per la prima volta nella sua vita) ha pensato bene di rovesciare la scacchiera nel nome delle 35 ore, una riforma talmente epocale che la maggior parte degli italiani di oggi probabilmente manco si ricorda cosa fosse.

Da quel momento in poi abbiamo ricominciato a giocare con i neri e non abbiamo più smesso!

Ecco, quando a Palazzo Chigi ci sarà un centrosinistra che ha deciso di tornare a giocare con i bianchi sarà il caso di riprendere (aggiornandole) alcune delle mosse azzeccate di quella partita del 1996 e provare una volta per tutte a portarla a termine, dando scacco matto a chi non vuole cambiare questo paese.

Per quel che riguarda la scuola, ad esempio completando l’autonomia, dandole i supporti organizzativi e le risorse necessarie per funzionare.

E così – ecco l’ultima proposta – abolire il Ministero della Pubblica Istruzione e trasformarlo in un Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio. Per quel che dovrà fare sarà più che sufficiente!

Al resto penseranno le Regioni e le scuole autonome, consentendo loro di adeguarsi ad un mondo che è cambiato.

Per dare a Giulia e a tutti i bambini che nascono oggi quello zaino leggero di cui hanno bisogno e che continueranno ad aggiornare per tutta la loro vita.

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26 comments

  1. E’ positivo che qualcuno abbia scelto di utilizzare i cinque-minuti-cinque per parlare di scuola (nel tuo caso non ne dubitavo). Condivido il contenuto. Mi immagino l’interesse dell’uditorio (alla Leopolda come altrove). Ma va bene provarci e insistere

      1. E io credo che molti abbiano capito “meritocrazia degli studenti” (i voti, i voti!), mentre ho ragione di credere che parlasse della meritocrazia degli insegnanti.

        Sul merito del tuo intervento sono d’accordissimo, anche perché non è la prima volta che enunci queste idee.

        Però ridurre di un anno la scuola significa tagliare posti di lavoro come neanche la gelmini. E’ ben vero che sarebbe graduale, ma preparati a diventare il nemico del popolo, se solo l’idea prende piede.

        E rischia davvero di essere macelleria sociale se non si riforma l’arruolamento (già la parola dice molto…)

        1. sui tagli non è esattamente come dici perché i numeri ocse sono precedenti ai tagli della gelmini. io ad esempio sono per reintrodurre parte del personale tagliato dalla gelmini nel primo ciclo (e – in misura minore – anche nel secondo, per esempio quelli di lingua straniera). il saldo docenti non so se sia positivo o negativo (andrebbero fatti i conti), ma eventualmente non troppo negativo e comunque per un servizio più coerente

        2. Marco, un quinto secco dei docenti delle superiori. Non sono pregiudizialmente contrario (si decide l’organico in base al servizio, non il servizio in base all’organico) ma credo che il saldo sia negativo. E finche’ l’arruolamento e’ su base casuale, non riesco ad evitare una sensazione di soffocamento…

        3. un quinto se tagli alla secondaria (che sarebbe comunque mitigato dall’organico necessario a garantire il long life learning). se tagli nel primo ciclo, una parte di quelle risorse (circa la metà) sono per rimettere il tempo pieno là dove c’era

        4. La tua risposta mi rassicura egoisticamente (visto che insegno nella secondaria), però mi sembra cmq pragmatica e, così a primissimo lume di naso, fattibile.

          Il curriculum della primaria (ma parlo con poca cognizione di causa) è meno legato ai “programmi” e quindi più gestibile in quattro anni invece che cinque.

          Però, aumentando il tempo prolungato (cosa che mi trova peraltro d’accordissimo), ri-aumenti anche il monte ore che volevamo diminuire (salvando però l’anno in meno).

          Boh, vedi, le mie sono osservazioni sparse su una proposta, mi ripeto, che mi trova molto favorevole.

  2. Tutto giusto, tutto bello. L’unica cosa che non ho capito è la proposta di abolire il Ministero della Pubblica Istruzione. Un ente centrale secondo me rimane indispensabile, per diversi motivi. Poi data la mia esperienza totalmente negativa del neocentralismo regionale mi sembra anche inopportuno.

    1. se fai il federalismo e applichi pienamente l’autonomia, realizzando anche gli strumenti di supporto a livello provinciale (non lìistituzione, il livello territoriale) previsti a suo tempo da berlinguer (come credo sia necessario), per il coordinamento centrale basta un Dipartimento

  3. Ti leggo ormai da tempo e so che sei in buona fede, penso che le tue aspirazioni siano realmente volte a un miglioramento sociale con criteri di uguaglianza e di difesa della cultura, ma sono sgomenta. Non ti accorgi che il modello che proponi porta diritto in bocca al modello americano, nel quale la scuola pubblica è per i poveri e lo status sociale che l’istruzione garantisce è solo per i ricchi? Non ti accorgi che ciò che proponi è il mezzo più veloce per distruggere e dequalificare l’istruzione pubblica, che in Italia è sta ed è ancora, pur se impoverita e strattonata, una ricchezza enorme?
    No, non te ne accorgi, non ve ne accorgete voi giovani piddini, perchè pensate che la scuola sia come una fabbrichetta, per sanarla un taglietto qua, un accorciamento là, autonomia, un ufficio presso al presidenza del consiglio, che ci pensino le ragioni, si occupano del grosso problema del trasporto extraurbano, vuoi che non sappiano fare con le scuole? In realtà il problema è molto, molto più complesso e chiede competenze professionali diversificate e molto alte, per poter essere risolto nella direzione che ci piacerebbe concretizzare. Il mondo sta cambiando, è vero, ma una critica nei confronti del “modo in cui cambia” non sarebbe doverosa? Vogliamo una scuola adattata a un cambiamento pilotato da una oligarchia economica globalizzata (parola chiave Wall Street) o una scuola che forma menti capaci di critica e di pensieri produttivi che in parte pilotino il cambiamento?
    Consiglio a te e ai tuoi lettori il libro di Hirsch, “The schools we need and why we don’t have them”, 1999, un americano “di sinistra” che ci offre la storia e le critiche alla scuola americana. Spero che riesca a accendere qualche segnale di allarme e vi renda critici , se non altro verso l’ipercostruttivismo che ha piagato l’istruzione pubblica americana e che ha sostenuto il principio “fino a 18 anni fai le cose che ti vanno e dopo fai le cose che ti servono”.
    Vorrei aggiungere molto altro, e spiegare, e discutere – la complessità dell’argomento non permette alcun approccio immediato e sintetico – , ma sono demoralizzata, mi sembra ormai una attività inutile e addirittura dannosa, che rafforza equivoci e chiusure invece di stimolare il pensiero collettivo.
    Con stima, comunque, per lo sforzo sincero che stai facendo.
    laura

  4. Apprezzo l’intervento di Laura unicamente per il fatto che è uno stimolo ulteriore alla riflessione sul tema della scuola, per il quale è ben difficile trovare la “ricetta perfetta”, vista l’enorme complessità della sua struttura. Lo apprezzo anche perchè se i commenti fossero tutti impostati sul “bravo marco, bravo marco” non servirebbero a ….. zero!
    Nel merito, però, mi ritengo più vicino all’analisi di Marco, non comprendendo – come spesso mi succede – le generalizzazioni. Che uno degli aspetti fortemente critici della scuola americana sia quello enunciato da Laura .. OK, ma per fortuna non è solo così: molte esperienze, tra cui quella dei miei due nipoti, mi han fatto toccare con mano una realtà diversa. Loro hanno avuto la fortuna di fare l’università in California, lavorando mentre studiavano (cosa lì possibile molto più che da noi) per non gravare sulle tasche dei genitori, studiando e frequentando anche in estate per poter accorciare di un anno la spesa in tasse universitarie (per lo stesso motivo). Una volta laureati non sono diventati manager senza scrupoli dell’alta finanza, ma persone che si occupano di ambiente ed ecologia (con campagne al fianco di Al Gore) e di cooperazione e sviluppo (l’altro, che ha scelto di vivere per 2 anni a fianco dei kurdi iracheni, lì a casa loro!) dopo aver contribuito alla campagna elettorale di B.Obama.
    Avendo voglia di crescere, studiare ed apprendere, la “meritocrazia” non li ha svantaggiati, anzi …..! Allora forse il male non è IL “modello americano”, ma le sue cattive applicazioni.
    Analogamente, da insegnante “per scelta” che insegna con sempre più entusiasmo ancora dopo 34 anni e nonostante tutti i ministri ……, mi sento di affermare che anche il “modello italiano” – e non solo quello della Gelmini – ha incamerato delle “cattive applicazioni” di cui pagano il prezzo proprio le categorie sociali più deboli: la scuola come un “diritto” è un principio sacrosanto, ma se ci limitiamo a garantire il diritto a “stare” a scuola dai 6 ai 18 anni senza pretendere e senza quindi riconoscere meriti e demeriti …. beh forse non diamo un buon servizio di “acensione sociale”. Il diplomificio cui in molte realtà è ridotta la scuola media ….. ne è un grande esempio.
    Il fatto che non si possa dire ad un docente che non riesce – dopo anni – ad entrare in sintonia con le classi e quindi a trasmettere nulla : “forse è meglio che cambi mestiere” è garanzia del posto di lavoro del docente, non garanzia di ascensione sociale degli alunni !
    Il fatto che il docente possa scappare dalla scuola terminata l’ora di lezione indipendentemente dalle difficoltà dei suoi alunni …. è garanzia vetero-sindacale del docente, non creazione di una scuola utile all’utenza.
    Allora gli “uffici per i docenti” di cui ha parlato Marco alla Leopolda li vedo come un ottimo passo verso un docente a tempo pieno (7/8 ore al giorno) che possa vivere la giornata a scuola, insegnando in classe per 4 ore al giorno e che per le rimanenti ore abbia la reale possibilità di confrontarsi e programmare con i colleghi (che sono tutti a scuola in modo “ordinario” e non “straordinario”), di parlare dei casi socialmente e scolasticamente più critici, di mettersi a disposizione degli alunni che più hanno bisogno e che hanno realmente voglia di apprendere e crescere e formarsi, anche attraverso momenti individuali o collettivi di recupero in itinere (e non a fine anno o a fine quadrimestre).
    Ovviamente un docente così avrebbe tutto il diritto di chiedere uno stipendio adeguato a quelli degli altri paesi.
    Mi dispiace dirlo, da insegnante. Ma col modo attuale di molti colleghi di concepire l’insegnamento e “l’essere docente” …. abbiamo poche speranze che il nostro lavoro venga realmente percepito per quello che vale!
    Un grazie a Marco per la sua costante attenzione per la scuola.
    Pietro Boggia – Consigliere Comunale PD – Paderno Dugnano (MI)

    1. caro Boggia, sono insegnante anch’io, conosco la scuola dal “di dentro” molto bene, e continuo ancora a lavorare – gratis, sono in pensione daI 2010 – per i miei colleghi, perché, mediamente, sono ancora una splendida forza sociale, piena di passione, principi etici e spessore culturale. Mio marito è americano, di Chicago, e conosco bene anche l’America, nei suoi lati positivi e in quelli negativi. Non si può rispondere a sollecitazioni come le mie citando il caso fortunato di due studenti californiani! Temendo che avrei avuto una risposta come la sua, ho proposto la parole chiave “Wall Street” – lei dovrebbe conoscerne bene i valori e il modello sociale che li crea, sostenuto dalla scuola americana – per poterne discutere a quel livello, senza proposte “alla renzi”. Ma si vede che per lei è vincente fare una battuta sul sol dell’avvenire, per risolvere questo tipo di questioni . Leggere un libro – quello che ho citato – o informarsi sul suo contenuto per discuterne è da perdenti, me ne rendo conto.

      1. Più che un commento in stile “NE SO PIU’ DI TE, LEGGI, AGGIORNATI E NON CONTRADDIRMI” (il libro non me lo posso leggere stamattina, perchè prima devo comprarlo… e la battuta sul sol dell’avvenire non è mia ma di chi ha postato dopo di me) che sembra più una polemica (non le amo) o una bacchettata da parte di chi non ama essere contraddetto nella SUA verità (ritengo questo un grosso errore storico della sinistra, ancora oggi in auge, come dimostra il commento su Renzi ….errore PER CUI CONTINUIAMO AD ESSERE PERDENTI), avrei preferito leggere un tuo parere sulla proposta concreta che ho portato, seguendo lo spunto di Marco, riguardante il TEMPO PIENO dei docenti. Cioè di un qualcosa che trasformi la scuola in un luogo “a disposizione” della formazione e della crescita dei ragazzi, quindi in un reale SERVIZIO della formazione (e della conoscenza) e non solo in un “parcheggio pieno”. Troppi sono ancora i genitori che chiedono il Tempo pieno o prolungato solo per “parcheggiare” i figli, senza una reale pretesa di offerta di conoscenza, cultura e formazione. Purtroppo anche nelle realtà dove noi docenti ci sforziamo di attivare corsi e laboratori che AUMENTANO l’offerta. Ma che spesso non la “MIGLIORANO”. Perchè i ragazzi in difficoltà hanno bisogno di supporti (umani e didattici) e di percorsi di recupero e di approfondimento. L’alunno ha bisogno di sapere che, oltre al laboratorio di Musica (questo insegno) o di Arte o di Scienze – senz’altro utilissimi – i suoi docenti sono a scuola a sua disposizione, di pomeriggio, per aiutarlo a superare quelle difficoltà di studio, di comprensione, di applicazione che i suoi genitori non sono in grado di fargli superare (per limiti culturali e/o economici) e che gli impediscono di appassionarsi al sapere come i ragazzi più fortunati che quelle difficoltà non hanno.
        Senza ricerca di polemica, Laura, mi piacerebbe conoscere il tuo parere in merito, oltre che quello di altri lavoratori della conoscenza (sono iscritto alla FLC-CGIL), di Marco e perchè no? di genitori e cittadini.

        1. Caro Pietro, mi fa molto piacere che tu abbia con maturità superato il primo, forte impulso al “và al diavolo” che l’interpretazione “NE SO PIU’ DI TE, LEGGI, AGGIORNATI E NON CONTRADDIRMI” provoca come riflesso condizionato, e che abbia voluto proseguire il dialogo. In realtà non volevo davvero affermare una mia supremazia intellettuale o culturale, volevo solo, disperatamente, trasmettere la forte esigenza di affermazioni di intenti che siano chiari sulle visioni politiche e sociali del tipo di scuola che si vuole costruire. Ne pongo una, come esempio: una scuola formativa o una scuola addestrativa? Per intendersi, la nostra, fino ad ora, con tutti i difetti che certamente ha e che vanno corretti, è ancora di tipo formativo, quella americana è di tipo addestrativo. Vogliamo mantenere alla nostra il suo carattere formativo, e, se no, fino a che punto sarà stravolto? I nostri politici sanno di che si sta parlando presentando questi problemi? Solo fissando chiaramente questi punti di partenza le questioni successive, importanti, avranno una sponda per rimanere in carreggiata. Mi viene voglia di citare a questo proposito delle affermazioni di uno studioso contemporaneo, ma non lo faccio per non sollecitare di nuovo quei particolari riflessi condizionati e la tua pazienza, però purtroppo la faccenda è troppo complessa per non aver bisogno di questi apporti aggiornati. Non ci intenderemo mai senza, temo. Piuttosto, e non per compiaciuta autocitazione, credimi, ti segnalo questo link http://quandocisiprova.splinder.com/post/23838516/difficile-stare-a-guardare-senza-fare-nulla
          che porta a un mio post. Io sono una matematica e amo moltissimo la musica, la pratico come soprano. Abito in Toscana, il progetto esposto nel post è stato effettuato nelle due settimane precedenti l’inizio della scuola e ha avuto un grande successo tra gli studenti, i loro genitori e i docenti della scuola media. È in corso tra tutte queste componenti al momento, nel mio comune, un confronto sull’identità della scuola italiana che si vuole proteggere e mantenere. I genitori, tutti più giovani di me, non mi vedono assolutamente come una reazionaria nostalgica. Spero che anche tu intuisca vibrazioni che potremmo avere in comune. Non rispondo alla tua proposta concreta perchè chiede di discutere su cosa mettere in un contenitore (la nostra scuola) la cui forma e capacità diamo per scontato, mentre io sono molto preoccupata del fatto che quel contenitore ce lo stanno deformando e distruggendo e che quello che vorremmo non vi troverà più spazio. Discutere di questo per me è l’urgenza, in questo periodo storico, chiedere chiarezza ai partiti su questo è per me fondamentale.
          Il mio commento a Marco voleva solo esporre questa mia preoccupazione, non è la prima volta che succede, lui lo sa, ma lo faccio solo una volta l’anno e per questo lui mi sopporta.
          Un saluto in amicizia e all’anno prossimo.
          laura
          PS. Il riferimento ai vincenti e ai perdenti era ironico :-)

        2. laura, dovresti commentare più spesso :-) non replico alla vostra discussione perché è troppo articolata e complessa e ne ho scritto in tutti questi anni sul blog o altrove.

          l’unico punto che tengo a precisare è quello sulla scuola che “stanno sfasciando”, perché generale. sicuramente è quello che sta avvenendo, ma il problema è che la risposta non può essere la difesa della scuola pre-gelmini, perché anch’essa faceva molti danni. Se siamo d’accordo su questo si può andare avanti a trovare insieme la soluzione migliore, altrimenti è dura

  5. Sono totalmente d’accordo con Boggia, che argomentato meglio di come avrei potuto fare io.

    E vorrei evitassimo che ogni volta che qualcuno propone un cambiamento, salti su qualcuno a dire che stiamo distruggendo il senso critico e la giustizia sociale o che stiamo cedendo al liberismo internazionale.

    Tutti hanno le loro idee, nessuno e’ l’utile idiota dei ricconi di Wall Street (e Marco, non pensavo sarei stato COSI’ facile profeta).

    Siamo arrivati al punto di avere paura di tutto…se qualcuno ci proponesse il sol dell’avvenire risponderemmo che e’ un complotto dei produttori di crema solare.

    1. L’ironia sul sol dell’avvenire me l’ero permessa io, non Boggia, che mi sembra più posato di me.

      Se posso aggiungere un’ultima cosa, vorrei che argomentasse le sue affermazioni. In che modo le proposte di Campione determinerebbero lo sfacelo che lei sembra adombrare?

  6. apprezzo spesso il tuo pensiero sulla scuola, non sempre trovo il tempo di leggere tutto..cmq su alcune cose la penso diversamente.
    la scuola non dovrebbe essere a mio parere concepita come strumento di ” ascensore sociale”, o meglio dovrebbe aver tra gli obiettivi principali quello di formare cittadini.avere a cuore le regole indispensabili e fondanti di una comunità.(e su tutto ciò la sinistra io penso dovrebbe ricominciare a ragionare ed a sua volta contribuire al raggiungimento di tale obiettivo soprattutto per i giovani..) ribaltare il concetto di travaso dall’alto in basso di nozioni ed insegnamenti,modificare radicalmente il sistema valutativo,ecc..e certo pienamente d’accordo sulla riduzione delle lezioni in classe sviluppo di una didattica esperienziale,operativa ..ma ci vogliono anche insegnanti con NUOVE COMPETENZE assai lontane da quelle attuali ed un sistema che sostenga le nuove esperienze, il mettersi in gioco, la capacità adattiva di saper modificare il metodo e quant’altro.. per costruire e migliorare le relazioni..ma a partire da queste e non dai programmi..anzi perchè mai nessuno ne parla di questi? …lontani anni luce dal mondo attuale? –

  7. grazie per la presenza, Marco! una delle cose che mi angoscia è proprio questa posizione ormai universale: se si sostiene la scuola formativa si è per il vecchio.
    chi mi conosce e ha avuto il tempo di scambiare con me le necessarie informazioni sa che non è assolutamente questa la mia posizione, le mie ricerche si muovono sulle più recenti scoperte e acquisizioni neurocognitive, di frontiera e sulla conoscenza professionale aggiornata e praticata di tutti i nuovi strumenti didattici, sia informatici – vedi la geometria dinamica – sia genericamente laboratoriali, sia metodologiche, dal punto di vista del rapporto con i discenti .
    il punto fondamentale è la scelta a monte che vogliamo fare per la nostra scuola, la vogliamo far diventare una copia in piccolo di quella americana giocando sull’equivoco educativo, per esempio, che la cosa importante a scuola, quella pubblica, è sviluppare la propria identità, cosa che renderebbe la scuola giusta e uguale verso tutti, tanto poi le cose che servono si fanno all’università, se si vuole proseguire? (uso questa formula pigramente approssimativa solo per sottolineare il tipo di studente che dovrebbe uscire dalla scuola pubblica). parlare di formativo vs addestrativo è scegliere tra vecchio e nuovo? mi dispiace Marco, ma studi internazionali, non io, lo negano.
    andrei avanti, ma ormai ritengo impossibile chiarire questi punti in questo modo, solo che ogni tanto mi vengono sussulti di cattiva coscienza a stare sempre zitta.
    buon lavoro, Marco, buon lavoro a tutti voi
    laura

    1. Mi inserisco.

      Io non credo che sia utile prendere la scuola americana come perno dialettico. In primo luogo perché le scuole americane sono molto differenziate al loro interno: esistono anche eccellenti scuole private, non solo le scuole pubbliche à la Simpson -il che non è da parte mia un’adesione al modello americano, ma la constatazione che le semplificazioni rischiano di essere fuorvianti (anche perché l’esempio americano mostra soprattutto che senza soldi neanche Voltaire può combinar nulla).

      In secondo luogo, la scuola italiana è anni-luce da quella americana. Noi abbiamo le classi, tanto per dirne una, loro hanno corsi. Se vogliamo fare dei confronti secondo me è più utile piluccare tra i sistemi europei (alcuni, molti, di eccellenza mondiale, altri talmente balordi da essere efficaci spauracchi -penso alla Grecia, alla Spagna e anche alla Francia, in parte).

      Ancora: nessuna delle riforme proposte va verso il modello americano. La non-riforma gelmini guarda più a Napoleone che a Washington, mentre trascuriamo Grundtvig (che vedeva nelle scuole un senso profondissimamente civico).

      Infine: Wall Street esiste. Fornire agli studenti categorie concettuali e strumenti per agire in un mondo in cui l’economia ha un ruolo essenziale non mi sembra astruso.

      Nessuno qui vuole creare un sistema classista ed è sgradevole denunciare surrettizi tentativi di manipolazione dei giovani. La scuola italiana NON è formative e non è neanche addestrativa (definizione abbastanza astrusa, dato che Skinner non se lo fila più nessuno). La scuola italiana è uno strumento di perdita di tempo di massa. Partiamo da questo.

    2. guarda che mi hai frainteso. io dico che possiamo discutere di tutto ma non sostenendo che la scuola che c’era prima della gelmini andava bene così com’era

      sulle differenze tra educazione, istruzione, addestramento, formazione ecc ho rimandato alla produzione di questi anni.

      1. Mi devo essere spiegato male. La mia voleva essere una risposta a Laura (che cita spesso la scuola americana) e non intendevo certo attribuirti questa posizione pro schola ante Gelminim natam.

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