Salvare il bipolarismo si può

Come ho detto qui, a mio avviso le due forze centrali (quella “liberaldemocratica” e quella “liberista”) che si profilano all’orizzonte post-berlusconiano che auspicabilmente ci attende non sono affatto condannate a governare insieme come previsto da Gramellini sulla Stampa. Ho concluso la prima parte di questa riflessione dicendo:

Questo destino a mio avviso non è segnato. Infatti dipende da due fattori principali: la legge elettorale e le scelte dei partiti politici (in particolare del PD).

Lo “schema-Gramellini” non è scontato, quindi, innanzi tutto perché presuppone un modello proporzionale e il superamento del bipolarismo, altrimenti non si capirebbe il riferimento al fatto che le due forze principali non hanno “abbastanza voti per vincere in solitudine né abbastanza sintonia d’idee con i partiti estremi per fare squadra con loro”.

A parte ogni considerazione di merito sul bipolarismo, va essenzialmente considerato un dato oggettivo. Se il referendum (ricordate? 1,2 milioni di firme!) sarà ammesso dalla Corte, ecco che il Parlamento sarà costretto ad intervenire in senso maggioritario (non si potrebbe infatti introdurre una legge che non accolga lo spirito del quesito) oppure ad accettarne l’esito (il ritorno al Mattarellum). Non dovesse essere ammesso, questo Parlamento a mio avviso non riuscirebbe a modificare la legge vigente (al massimo potrebbe introdurre le preferenze), legge che prevede il premio di maggioranza.

Ma il punto che più mi interessa è il secondo: quello che riguarda le scelte del PD. Che innanzi tutto deve decidere se vuole impedire uno scenario come quello pronosticato dall’editorialista della Stampa. Secondo me dovrebbe. Innanzi tutto perché – non so se lo avete notato – il PD è l’unico partito che in quello schema si spacca, ma anche perché entrambe le parti in cui si dividerebbe sarebbero condannate ad essere meno influenti di quanto non lo siano oggi, forse addirittura residuali: una relegata ad un ruolo di mera testimonianza (la sinistra del Grande Centro), l’altra a contendersi la leadership delle forze anticapitaliste con il Grande Narratore.

Ammesso che si decida di provare ad impedire questo sbocco, c’è da chiedersi anche se è possibile farlo. A mio avviso sì, a patto di riconoscere che la descrizione delle forze in campo fatta da Gramellini corrisponde al vero. E che dunque quei due poli centrali e riformisti (“uno un po’ più di destra, l’altro un po’ più di sinistra”, per usare la definizione di Gramellini) esistono. Si lavori però perché non si uniscano in una melassa centrista e democristianizzante (questa sì che lo sarebbe!), ma si contendano la leadership del paese in uno schema pienamente bipolare, nel quale si alternano al governo.

Da questo punto di vista, va da sè che sarà determinante l’atteggiamento verso il governo Monti. Non solo per le ragioni che anticipavo qui, ma anche perché agli occhi dell’opinione pubblica saremo giudicati per come ci rapporteremo con esso. E anche per un terzo motivo: perché è ovvio che si opporranno a Monti proprio quelle forze che non si immaginano in un sistema di alternanza, ma piuttosto come alternativa (sia essa antieuropeista e antinazionale, ovvero anticapitalista). Non sembri un paradosso: solo chi si riconosce vicendevolmente come forza di governo può decidere per un breve periodo una sorta di armistizio per “salvare il paese”; non può farlo invece chi si considera e si racconta ai suoi come alternativo. O, se lo fa, entra in conflitto con la propria base elettorale.

Il PD quindi dovrebbe aggregare attorno a sè il consenso di quell’opinione pubblica di centrosinistra che si riconosce nel tentativo di Monti e Napolitano (come analogamente potranno fare sul lato opposto l’UDC e un PdL deberlusconizzato), preservare il bipolarismo e garantire a Monti un sostegno leale e sincero fino al 2013, anche quando parte del suo attuale consenso sarà eroso dai provvedimenti che metterà in campo. In caso contrario, dovessimo continuare nell’ambiguità di un segretario che appoggia e un pezzo della segreteria che piccona quasi quotidianamente, qualora Monti dovesse avere successo non godremmo dei benefici di esso, dovesse invece fallire saremmo percepiti come coloro che avranno impedito il buon fine di questa operazione.

Un’ultima questione per completare il quadro. Un partito come quello che immagino, in uno scenario come quello qui descritto, dovrebbe rinunciare alle alleanze? Secondo me non necessariamente. Nè alla propria destra, nè alla propria sinistra. A patto che i potenziali alleati accettino la logica bipolare, che si porta come corollario il fatto che è la forza principale a definire il profilo identitario e la premiership, venendo eventualmente a patti su parti specifiche del programma non in contrasto con il profilo scelto.

Chi invece lavora – nel PD e fuori dal PD – per lo schema “Progressisti 1994” o – peggio – “Unione 2006” può solo puntare sulle elezioni nel 2012 perché sa bene che nel 2013 le probabilità di vittoria per una coalizione “schiacciata a sinistra” sarebbero davvero residuali. Quello che costoro ignorano (o fingono di ignorare per ragioni che non immagino) è che lavorare per questo obiettivo significa in realtà scommettere sul fallimento di Monti e il conseguente fallimento dell’Italia.

E – a parte ogni considerazione etica, che costoro evidentemente non contemplano – questo ci verrebbe fatto pagare, riducendo perfino le possibilità di vittoria nel 2012; ma soprattutto ci riporterebbe eventualmente al governo in un panorama nazionale e internazionale devastante e devastato: che senso ha?

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12 comments

  1. Un passaggio di un saggio di Kundera, il mio autore preferito, ammonisce sul far previsioni, ché si sarà sicuramente sbeffeggiati dagli uomini del futuro: noi vediamo il futuro come attraverso una coltre di nebbia, ma dal futuro vedranno noi (e le nostre previsioni) senza questa coltre e – dimenticandosi della coltre – rideranno di noi (mi pare si tratti de “I testamenti traditi”, ndA).
    Però, per le ragioni cui accennavi, dobbiamo dare uno sguardo verso il futuro, se non altro per delineare degli scenari, giacché abbiamo la presunzione di fare politica. Quanto dici sulle convenienze del PD è vero ma lo schema italiano è ulteriormente complicato da un fattore: quasi tutte le “brave persone” stanno “di qua” e segnatamente nel PD. Chi, oltre a cinici ed yesmen, ha potuto resistere 18 anni nelle fila di uno schieramento in cui è possibile dire tutto ed il contrario di tutto nella stessa mattinata? Pochi, molto pochi. E non si tratta di “diversità genetica” (lungi da me l’idea): è proprio il contrario, si tratta di selezione darwiniana prolungatasi per quasi un ventennio. E non parlo solo delle prime linee: anche chi abbia subito da poco, magari perché giovane, la fascinazione di quel “messaggio”, di quella narrazione come direbbe Vendola, non fa certo parte di una elite (nel senso intellettuale e politico del termine) in grado di guidare il paese. Se va bene, cioè male, sono in grado di prendere i voti.
    Questa deve essere una ulteriore forza centripeta (nel senso che ci tenga uniti) all’interno del PD, non è ancora il momento di dare questo paese per salvo. Auspico una resipiscenza tra coloro, e potremmo fare nomi, che sono nel PD e non si rendono conto, come dicevi, della difficoltà del momento. Spesso sono giovani, i giovani cresciuti in batteria come li chiamo io, e questo ci fa capire come il tema del ricambio correttamente posto tra gli altri da Civati e Renzi non si esaurisca nella carta di identità.

  2. In tempi non sospetti (2009) ipotizzavo che la scomparsa di Berlusconi avrebbe comportato la fine del bipolarismo. (http://cittadiniglobali.org/2009/12/per-salvare-il-bipolarismo-va-salvato-berlusconi/)

    Ora che pare che B. sia fuori gioco e la destra cattolica è di nuovo in grado di coalizzare intorno a sé forse sufficienti per governare, la partita è molto più difficile da giocare.

    In un quadro del genere è il taglio delle estreme a fare la differenza rispetto al passato: se la destra moderata sega l’alleanza con la Lega cercherà di fare il pieno tra gli elettori cosiddetti di centro. Di conseguenza il PD è costretto a segare l’alleanza con SeL o DiPietro laddove questi non optino chiaramente per essere di sinistra e riformatori. Altrimenti il PD egemonizzerà la minoranza parlamentare, ma lascierà alla destra moderata campo libero per conquistare tutti i riformisti moderati (ai tempi della DC dal PLI al PSI).

    Il problema, inoltre, è che il PD deve scegliere per quale strada andare a sfidare la destra moderata: il solidarismo cattolico oppure il riformismo liberaldemocratico? Nel primo caso credo che si sia nel quadro prospettato da Gramellini: neoconsociativismo che spezzerà in due il PD. Nel secondo caso, che io prediligo, comunque vedo una rottura che però sarebbe tutta dentro alla classe dirigente del PD, ma non si tradurrebbe in consensi persi.

    La partita però si giocherà molto sulla legge elettorale perché un sistema maggioritario puntellerà un bipolarismo meno radicale di quello odierno (e che quindi potrebbe funzionare), mentre una legge proporzionale aprirebbe le ultime porte alla fine dell’alternanza.

  3. Finchè il Pd non deciderà chi è e cosa vuole fare da grande-fatte salve le considerazioni sui due possibili modelli elettorali a breve- dubito molto che avrà le necessarie capacità aggregante per rappresentare tout court un’alternativa di governo al corpaccione centrista in via di(lenta e difficoltosa) formazione. E i lgoverno Monti non sarà molto d’aiuto, appena comincerà la cura da cavallo sul Paese…

    1. la tesi principale di questo articolo è che il pd dovrebbe innanzi tutto evitare il formarsi del “corpaccione centrista”. per farlo deve optare per un profilo pienamente liberaldemocratico.

      la tesi derivata è che uno spostamento “a sinistra” favorirebbe la nascita del corpaccione suddetto e quindi la morte del pd.

      se vuoi la “novità” sta nel fatto che non teorizzo che sia sbagliato schiacciarci su vendola perché “altrimenti fioroni se ne va”, tesi che non ho mai condiviso, ma piuttosto perché a scenario mutato (fine di berlusconi) il rischio è ben maggiore: la rinascita di una sorta di dc al 40%

      1. Uhm… uno spostamento a sinistra del Pd probabilmente, lascando campo libero in quell’area, provocherebbe(accelererebbe) la formazione di un Grande Centro. Ma per raggiungere la “massa critica”necessaria ad una salda alternativa, il Pd dovrebbe “cannibalizzare” politicamente parte del “corpaccione” o/e del suo elettorato. “inquinando” in certa misura il suo profilo liberaldemocratico.
        Come componente dell’ “ala estrema”, preferirei un tentavo “assorbente” a sinistra, ma mi rendo anche conto che è questione di numeri, incompatibilità(penso più a Di Pietro che a Sel) e persone.
        ( E che ho usato troppe virgolette, sorry!)

      2. Marco, la mia domanda però rimane la stessa: che vuol dire profilo liberal-democratico?Ok sul lavoro avete la bussola Ichino, ma sul resto?
        A me sembra che l’approccio liberal-democratico sia invero quello del moderatismo, cattolico o laico, poco importa. “Potete” benissimo “andare” tutti con i Casini, non vedo grandi difficoltà a parte quelle sui diritti civili.
        i liberaldemocratici da che mondo è mondo sono centristi… E infatti la riprova è che il programma (per quanto vago ancora) del cavallo su cui scommetti tu, renzi, potrebbe essere benissimo quello del prossimo leader del (nuovo) PD, di un terzo polo, e perfino – per paradosso – un nuovo centro-destra riformato.

        1. guarda, lib-dem resta un’etichetta e in quanto tale una semplificazione, ovviamente

          se vuoi un punto di riferimento programmatico, diciamo (anche qui semplificando e banalizzando) il programma del pd del 2008

  4. Concordo con Champ.

    Aggiungo che il PD che non si ammucchia al centro può certo fare alleanze, a destra e sinistra, e mettere sul tavolo il posto al Quirinale. Scommettiamo che qualcuno risponde e si allea?

    Anche, sarà decisivo il comportamento di tutto il partito (dirigenti, militanti, commentatori di riferimento e di area – Champ et al. inclusi) durante i 18 mesi di Governo-Monti.
    Speriamo bene…

  5. Sono completamente d’accordo con Marco. In più, credo che ci siano “persone per bene” anche al centro e alla destra, che noi abbiamo il dovere di convincere con proposte programmatiche serie. Ichino è una buona base; anche sulla scuola e sulla Pubblica Amministrazione avremmo buone proposte, se ci liberassimo di ipoteche antiche…

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