Cosa davvero non va nel trasferimento di Minzolini

Ci sono due comportamenti speculari che sono inaccettabili nella vicenda del trasferimento di Minzolini ad altro incarico: quello di chi si lamenta che non sia stato licenziato in tronco e quello dei consiglieri RAI che hanno votato contro il provvedimento.

Per capire perché sono inaccettabili entrambi bisogna fare un passo indietro e tenere presente che Minzolini è un dipendente della RAI e in quanto tale gode di tutte le tutele degli altri dipendenti; se oggi viene trasferito è ai sensi dell’art. 3 della Legge 27 marzo 2001, n. 97 (qui il testo integrale), che prevede tale provvedimento per il dipendente pubblico che viene rinviato a giudizio per alcuni specifici reati contro la Pubblica Amministrazione, tra cui il peculato, com’è appena accaduto al Nostro per la nota vicenda della Carta di Credito aziendale che sarebbe stata utilizzata – diciamo – con una certa leggerezza.

La norma impone il trasferimento ad altro ufficio “con attribuzione di funzioni corrispondenti, per inquadramento, mansioni e prospettive di carriera, a quelle svolte in precedenza”, in attesa della sentenza (e per un massimo di cinque anni). Sbaglia quindi chi si indigna oggi perché Minzolini non è stato epurato (curiosamente sono gli stessi che si sono indignati ieri per l’Editto bulgaro) ed è davvero indegno l’atteggiamento di quattro amministratori pubblici che si sono rifiutati di applicare una Legge dello Stato, come se fosse un fatto discrezionale.

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8 comments

  1. faccio coming out (e conseguente mea culpa) e dico che pure io ero tra quelli che la pensavano così.
    la norma che tu richiami e che non conoscevo, però, se da un lato è garantista, dall’altra è anomala. nelle aziende private di tutto il mondo, se l’azienda stessa ti fa causa succede che prima vieni licenziato e poi, casomai…

  2. Questo cerchiobottismo è stomachevole. Innanzi tutto cosa centra l’editto bulgaro: Santoro, Luttazzi e Biagi mica erano stati allontanati perchè rinviati a giudizio o perchè perdevano ascolti. Ma perchè esprimevano una posizione non allineata alle reti televisive su cui berlusconi basava il suo consenso (4 su 6 quando è stato all’opposizione 5 su 6 al governo…). In secondo luogo il direttore di un TG è legato da un rapporto fiduciario con il CDA non è un semplice dipendente è basterebbe il calo verticale degli ascolti per cacciarlo. La vicenda carte di credito è poi incredibile, così come la giustificazione di Minzo “c’era un accordo ed era un benefit compensativo dello stipendio”. Se fosse vero si tratterebbe di elusione fiscale…. Infine lo stessa legge che tu riporti non è mica chiara: Art 3″1. Salva l’applicazione della sospensione dal servizio in conformita’
    a quanto previsto dai rispettivi ordinamenti” e ancora “2. Qualora, in ragione della qualifica rivestita […] non sia possibile attuare il trasferimento di ufficio, il dipendente e’ posto in posizione di aspettativa o di disponibilita’…”.

    1. Benché tutto sia possibile, siccome non credo che Minzolini sia talmente sprovveduto da non capire che abusare di una carta di credito aziendale sia cosa facilmente rintracciabile e sanzionabile, la sua giustificazione è con ogni probabilità vera. E quindi lo sanno tutti, compresi quelli che lo hanno cacciato.
      Gli è stato detto che come fringe benefit poteva usare la carta come gli pareva, e lo ha fatto. Che possa essere elusione fiscale è irrilevante.
      Alla fin della fiera perché Minzolini ha perso il posto? Risposta: per un dettaglio burocratico apparentemente insignificante. Perché non aveva immaginato che qualcuno sarebbe andato a fargli le pulci, trasformando un comportamento ritenuto lecito in un processo penale con conseguente rimozione, e che quindi avrebbe dovuto inserire nel contratto di lavoro un’apposita clausola, nero su bianco.

        1. La Repubblica dice:

          “Caporedattore con funzioni di direttore”. È questa la qualifica con la quale Augusto Minzolini era stato assunto alla Rai per dirigere il Tg1. Quindi, come prevede il contratto dei giornalisti, non può essere licenziato senza giusta causa o giustificato motivo, cosa che, invece, sarebbe potuta accadere qualora avesse ricoperto formalmente la carica di direttore o vicedirettore.

          E un rinvio a giudizio, dato che ognuno è innocente sino a sentenza definitiva, non è né causa, né motivo. Quindi reintegro (*).

          Sarebbe la degna conclusione di questa vicenda molto italiana. E ritirerei ciò che ho scritto: si direbbe invece che sia stato assai previdente…


          (*) a questo punto non mi stupirei che a sinistra si iniziasse a tifare per l’abolizione dell’art. 18. Anche perché qualora dovesse essere davvero reintegrato nella funzione di “Caporedattore con funzioni di direttore”, magari vi tenete Minzolini alla guida del TG1 finché non va in pensione.

  3. “Il rinvio a giudizio è causa e motivo” del trasferimento temporaneo (sempre che la RAI rientri nell’ambito di applicazione della legge sugli enti pubblici, cosa che è sempre stata discussa), ma qualora non venisse condannato dovrebbe essere reintegrato (sempre che il giudice, bla, bla, bla…).
    In pratica Minzolini diventerebbe un Santoro di centrodestra :-)

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