Concorsi: le condizioni di Gavosto

Molto più autorevolmente di me, anche Andrea Gavosto – Direttore della Fondazione Agnelli – pone sul Sole 24 Ore le sue quattro condizioni per un concorso ben fatto. L’articolo è da leggere per la consueta chiarezza e ricchezza di spunti, ma ne estrapolo qui le proposte per commentarle brevemente.

  1. Le prove dei nuovi concorsi non possono restare ancorate al passato: vanno pensate per verificare che il candidato conosca la materia a menadito e che possieda dal punto di vista pedagogico e didattico una “cassetta degli attrezzi” ricca e moderna.
  2. La procedura concorsuale non può essere l’eccezione. Maxiconcorsi una tantum non servono; serve una loro ben scandita continuità nel tempo.
  3. La selezione va effettuata sulla base dei risultati conseguiti alle prove di esame del concorso e la mera anzianità di servizio accumulata negli anni di precariato non può compensarne esiti insoddisfacenti. Giovani e meno giovani devono essere alla pari.
  4. I concorsi non soltanto non dovranno produrre in futuro altro precariato (dovranno, quindi, essere “secchi”: chi vince prende il posto, chi perde non va in coda), ma vanno presi come un’occasione per un definitivo abbandono del perverso sistema delle graduatorie. In altre parole […] chi parteciperà al concorso e non lo vincerà, uscirà dalle graduatorie.

La prima condizione l’avevo posta anche nel mio articolo di ieri e la quarta pure, anche se io ero stato meno tranchant, preoccupato che una soluzione più radicale come quella di Gavosto possa essere solo foriera di ricorsi e contenziosi. Ovviamente se ci fosse la possibilità di procedere in questo modo netto anche io preferirei. Temo, ripeto, che non sia possibile, ma almeno si mantenga la condizione che siano “secchi”. La terza condizione la davo per scontata, sinceramente, ma visto che così non è la faccio mia.

Veniamo così al secondo punto. Personalmente ho riflettuto a lungo in questi anni sulla proposta di rendere periodici i concorsi. Sicuramente è un modo per rendere stabile l’ingresso di risorse fresche nella scuola, ma se il concorso è quello tradizionale è anche un metodo costoso e in contraddizione con l’impianto generale dei nostri ragionamenti sulla formazione iniziale (dico “nostri” perché quelli del Pd lombardo, quelli della Fondazione Agnelli e quelli di molti altri soggetti vanno più o meno nella stessa direzione).

Per questo motivo la proposta che ho avanzato nel mio articolo è piuttosto quella di portare il livello del concorso il più vicino possibile alle scuole. Quanto vicino alle scuole? Dipende dai posti disponibili nelle singole classi di concorso (per alcune probabilmente non basterà il livello regionale, ma per le più comuni la proposta è – lo ribadisco – la rete di scuole). In questo modo sì che potrebbe essere data continuità al loro svolgimento (la simultaneità è un deterrente enorme al ploriferare degli aspiranti), favorendo al contempo una selezione più efficiente.

Sapendo che se il numero chiuso previsto per il percorso abilitante sarà effettivamente commisurato al fabbisogno, una volta assorbito il precariato cosiddetto storico (ovvero esaurite le graduatorie a esaurimento) il sistema sarà perfettamente in equilibrio e dunque si potrà decidere se mantenere il concorso a livello locale oppure procedere con un meccanismo simile a quello descritto dallo stesso Gavosto come “utopia”.

Se un giovane vuole fare il mestiere del maestro o del professore, segue un percorso universitario definito a questo scopo, al termine del quale – attraverso selezioni o concorsi nazionali – viene ammesso a un albo di abilitati all’insegnamento. A quel punto sono le scuole nella loro autonomia ad attingere all’albo per scegliersi i propri insegnanti attraverso la “chiamata diretta”, rispondendo delle proprie scelte (accountability) grazie a un efficace sistema di valutazione.

Infatti se non ci fossero precari cadrebbe l’unica obiezione che viene portata alla “chiamata diretta”: la paura per i favoritismi. Se ci sono dieci aspiranti per dieci posti, infatti, il peggio che potrà capitare a chi non ha padrini è di insegnare in una scuola diversa da quella preferita. Mi sembra un rischio ampiamente bilanciato dalla possibilità di avere docenti più adeguati all’offerta formativa di ogni scuola.

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