Boeri e Ichino. Piutost che nigot, l’è mej piutost

Tempo fa su iMille abbiamo pubblicato una scheda comparativa tra le proposte di Boeri-Garibaldi (fatte proprie in una proposta di legge di Nerozzi) e quelle di Ichino (anch’esse – com’è noto – formalizzate in una proposta di legge firmata dalla maggioranza del gruppo PD in Senato), con una postilla su quelle del PD.

Oggi che – grazie a Marini che l’ha rilanciata – viene fuori che quella di Boeri-Garibaldi potrebbe essere una soluzione di mediazione accettata da tutto il PD, vale la pena di andarsela a rivedere quella scheda.

Per molti motivi, ovviamente, ma soprattutto per evitare di dire stupidaggini. Come ad esempio è capitato ad un commentatore del blog di Civati (lo riprendo perché è emblematico), che ha scritto:

Se passasse la proposta Boeri, per Ichino sarebbe l’umiliazione totale. Nemmeno il governo più liberista della storia toccherebbe l’articolo 18. […] Sarebbe la WATERLOO dei cosidedetti “riformisti”.

Quattro castronerie in sole tre righe: un bel record!

  1. La proposta Boeri-Garibaldi non sarebbe affatto un’umiliazione per Ichino, dato che parte dal suo stesso assunto: la necessità del superamento del dualismo del mercato del lavoro. Piuttosto sarebbe un enorme passo avanti per il PD (accettando la Boeri-Garibaldi) prendere atto che la strada non è quella di mettere più vincoli “per impedire abusi” o quella di aumentare il costo per le aziende del contratto precario rispetto a quello del lavoratore stabile.
  2. Quello di Monti non è un governo liberista (per lo più liberale, forse).
  3. Ichino non vuole abolire l’art. 18, dato che il nuovo regime si applicherebbe solo ai nuovi assunti.
  4. Pur avendo, sulla Boeri-Garibaldi, alcuni dubbi sia di natura tattica che di merito (ci torno dopo), non considererei una Waterloo una sua approvazione. Eppure mi considero un riformista. Anzi, proprio perché riformista apprezzerei che si sia trovata una soluzione (seppur parziale, come vedremo) ad un problema così grande.

Insomma, come si dice dalle mia parti, piutost che nigot, l’è mej piutost (piuttosto che niente, è meglio piuttosto). Ma detto questo, vi devo comunque una spiegazione di quali siano a mio avviso i rischi della Boeri-Garibaldi.

Quello di natura tattica è che se si parte da quella proposta, il rischio è che in fase di mediazione con le parti sociali questa possa essere al ribasso. Per come è concepita, infatti, si presta a mediare al ribasso, riportandoci ad un modello molto simile alla situazione attuale. Per spiegarmi faccio un esempio: partendo da una proposta di durata di tre anni per la fase di ingresso, questa potrebbe essere ridotta anche molto. E da “molto” a “troppo” il passo è breve.

Anche perché su questo ha ragione Tonini che paventa il rischio di una generalizzazione di un contratto a termine di tre anni. Dunque se quel periodo dovesse essere ridotto, avremmo la generalizzazione del contratto a termine di 12, 18 o 24 mesi.

Ma la proposta Ichino è preferibile soprattutto per un altro motivo: è più organica e non riguarda solo il contratto di lavoro, ma affronta tutte le problematiche connesse ad esso. In particolare la questione del ricollocamento. Lo schema da lui disegnato offre una risposta per i periodi di non lavoro molto più coraggiosa e innovativa.

Se ha un limite quindi è proprio quello di rivolgersi solo ai neo assunti: quelli vecchi si ritroverebbero ancora impelegati nel vecchio regime fatto di cassa integrazione, sussidi di disoccupazione e prepensionamenti.

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14 comments

  1. Due osservazioni:
    1. sull’articolo 18, è vero quello che scrivi (Ichino non vuole toglierlo a chi già ce l’ha), ma è anche vero che il progetto Ichino ne prevede sostanzialmente l’estinzione con il passare degli anni, mano a mano cioé che i lavoratori che ne godono andranno in pensione. (Istinzione che – per inciso – non mi turba particolarmente).
    2. sul “limite di rivolgersi solo ai neo assunti”: vero, ma lo stesso Ichino ha formulato anche l’ipotesi di lasciare ai lavoratori “vecchio regime” (pre-riforma) la possibilità di passare volontariamente al “nuovo regime” (post-riforma).

  2. se l’imprenditore non è scemo (ed è vero che di imprenditori scemi ce ne sono tanti in italia), dopo che si è dato da fare tre anni a formare un tizio – anche se costui invece di essere einstein è soltanto uno normale – non lo manda via.

    1. certamente il tuo ragionamente sta in piedi se l’imprenditore ha formato il neo-assunto, ma se invece lo ha usato (come molti negozianti fanno con gli assunjti tramite contratto di apprendista) alla fine dei tre anni ne prende un altro….

      1. il negoziante, anzi: il bottegaio – e ti parlo per esperienza personale – se ti vuol mandare via ti manda via comunque, contratto unico o non contratto unico. il bottegaio, peraltro, non è già oggi sottoposto all’art. 18.

  3. Bravo, è lo stesso punto che ho cercato di spiegare sulla bacheca della pagina Facebook di Civati dove, tendenzialmente, la proposta Boeri-Garibaldi pare essere più benaccetta. Il problema è che di una mediazione in questo momento tra quello che dovrebbe essere e quello che è, ci aiuta poco o niente. Bisogna ridisegnare il mercato del lavoro ed in fretta. Il che sarà doloroso, così come lo è stato con le pensioni, perchè chi doveva farlo negli anni precedenti ha preferito dormirci sopra. Diciamo la verità.

  4. Sono sostanzialmente d’accordo con te: piuttosto che niente è meglio piuttosto, e la proposta Ichino è meglio (o meno peggio) di quella di Boeri.
    Il punto è: che cosa ci aspettiamo dalla riforma del diritto del lavoro? Che risultato intendiamo ottenere? E rispetto alle nostre aspettative quale prezzo siamo disposti a pagare?
    Il PD, che è la parte che sinora ha messo il veto sulla riforma si deve porre quelle domande: spero di sbagliarmi, ma temo che invece chi più chi meno al suo interno abbia molte riserve mentali nell’affrontare il tema (e lo si vede dal contenuto più o meno annacquato delle proposte sul tavolo). Temo quindi che le conseguenze, in caso di entrata in vigore, non saranno all’altezza delle aspettative, e ciò darà argomenti a chi invece si è sempre opposto a ogni riforma.

  5. @nonunacosaseria
    “se l’imprenditore non è scemo (ed è vero che di imprenditori scemi ce ne sono tanti in italia), dopo che si è dato da fare tre anni a formare un tizio – anche se costui invece di essere einstein è soltanto uno normale – non lo manda via.”

    Ecco questo è un luogo comune liberal che continuate a ripetere e che non ha nessun fondamento. La pratica italiana dimostra piuttosto l’esatto contrario. E anche un pirla come come me, che lavora da dieci anni nel mondo delle aziende, può spiegarvene il motivo.
    Assumere una persona a tempo indeterminato significa per un’azienda accettare di avere un costo fisso in più per tutti gli anni seguenti. Viceversa, prendere persone a tempo determinato (secondo le diverse formule permesse oggi dal mercato) permette di rimodulare i costi secondo le esigenze di anno in anno (in alcuni casi anche di semestre in semestre).
    In più, molte delle persone assunte a tempo determinato non vengono nemmeno contabilzzate come “forza lavoro”, ma semplicemente come “pacchetti di lavoro”, “servizi”, che l’azienda prende da tizio o caio (leggi il bosco e, spesso, il sottobosco delle forme d’intermediazione che sono nate negli ultimi quindici anni) e questo pure offre all’azienda una serie di sicurezze (economiche ma anche legali e perfino sindacali) sul fatto che l’assunto invisibile non potrà mai fare richieste onerose.
    Questa pratica rimarrebbe conveniente per l’azienda anche se l’artcolo 18 non ci fosse.
    Il punto che sollevi sul “formare le persone”, ha senso se prepari un ingegnere (forse), un tecnico specializzato (forse forse), ma oggi l’offerta sul mercato è talmente alta, che il problema per un’azienda non è certo trovare persone qualificate a spasso. E come la mettiamo con tutti i lavori (operai, assistenti, ruoli impiegatizi vari) dove per qualificare una persona ci vogliono quattro mesi e non tre anni? Anche lì possiamo presumere che il buon imprenditore sia così attento alla sua forza lavoro?
    Insomma, se esci dalla dimensione delle piccole realtà locali, dove il discorso che fai/fate può avere una sua logica, di fatto ne mare magnum delle aziende medio grandi e dei grandi gruppi, sono altre le modalità che sovrintendono le scelte, in particolare se chi è chiamato a farle, il manager, è un’entità fluttuante che oggi lavora qui, domani là, che se ne frega di inseguire il successo della azienda nel lungo periodo. L’importante è portare a casa il risultato per gli azionisti alla fine dell’anno,a breve.
    Quindi – lasciando da parte le quisquiglie morali – non c’è impresa italiana che non sia disposta a liquidare qualche einstein, se questo serve a far quadrare i conti nell’immediato.
    Che l’art.18 sia la salvezza da tutto questo non credo, ma che la sua eliminazione/modifica possa essere la pietra angolare su cui ricostruire il mercato del lavoro è un luogo comune pubblicistico e poco più a mio modesto avviso.

  6. @ Marco D

    anch’io penso che la eliminazione dell’art. 18 non serva per ricostruire il mercato del lavoro e, tantomeno, per creare occupazione nel breve o medio periodo.
    io ti faccio casi concreti della mia esperienza lavorativa in più aziende nel corso di tre lustri.
    quando parlo di “formare le persone” non intendo che l’azienda si mette lì e gli fa i corsi. intendo che ogni azienda ha le sue particolarità, le sue procedure, le sue necessità.
    uno dei miei ex titolari per fare il ragionamento sui costi che tu proponi ci ha pianto tanto quando un paio di persone l’hanno mandato a cagare dopo un paio di anni che erano lì a lavorare e si è trovato in difficoltà a rimpiazzarle.
    anche dove lavoro ora, se andassero via una o due persone che so io probabilmente l’azienda le rimpiazzerebbe facilmente a livelli di stipendio, ma avrebbe problemi a trovare persone altrettanto efficaci ed efficienti. e non sono einstein e non hanno qualifiche alte. però, nell’organizzazione aziendale sono fondamentali. l’azienda prima di privarsene ci pensa due volte.

  7. @ Marco D
    @ homoeuropeus

    considerate anche un altro aspetto. se venisse preso il progetto di legge Nerozzi, esso prevede che al termine dei tre anni se il datore di lavoro rinuncia alla prestazione del lavoratore deve dargli un po’ di soldi, pari a sei mensilità.
    oggi: contratto di lavoro a tempo determinato –> cessa il rapporto –> il lavoratore va a casa e si arrangia e il datore di lavoro cerca qualcun altro
    domani: contratto unico di ingresso –> cessa il rapporto dopo tre anni –> il lavoratore va a casa, ma con sei mensilità; il datore di lavoro cerca qualcun altro e per sei mesi è come se desse soldi a due persone anziché una sola.
    non so se è chiaro il concetto…

    1. Quando ho scritto “quali aspettative”, “quali obiettivi” e “quale prezzo si intende pagare” mi riferivo anche a questi aspetti: temo tu non abbia tutti i torti quando dici che eliminare l’art. 18 nel breve avrà pochi effetti.
      Se poi ci metti che l’art. 18 continuerà a valere per chi è già assunto e per chi lo sarà dopo il periodo di tre anni, e che un licenziamento in quel periodo comunque costerà ben sei mensilità, ecco io temo che se si procede con queste riserve mentali la portata della riforma sarà limitata.
      Se si vuole riformare l’art. 18 lo si deve fare perché si crede nel diritto di licenziare. E si deve pertanto affermare quel principio.
      Capisco che l’ideale sia trovare la quadra fra flessibilità e stabilità e magari avere il meglio delle due cose, ma purtroppo ciò non è possibile: l’una è inversamente proporzionale all’altra.

  8. Due note veloci:

    – tre anni potrebbe essere un periodo lungo non tanto rispetto alla tutela dei diritti, quanto alla fluidità dei cicli di lavoro futuri. In parole povere, in un mercato del lavoro dinamico buona parte dei lavoratori cambia azienda (spontaneamente) ogni 2-4 anni, con conseguenze positive sulle opportunità e la capacità di risposta del sistema, e questo è un ciclo che andrebbe incoraggiato.

    – “nA got”! :)

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