Gilioli e l’IMU per le scuole paritarie

Ricapitolando: le scuole cattoliche continueranno a non pagare l’Ici, basterà che quello che si prendono con le rette se lo dividano i preti che ci insegnano, sotto forma di stipendi e di attività didattica. Amen.

Il buon Gilioli, ha così commentato sul Facciacoso le nuove indicazioni di Monti sull’IMU per le scuole non statali. Che sarebbe come dire che “le scuole statali continueranno a non pagare l’IMU, basterà che quello che si prendono con le tasse se lo dividano i docenti, sotto forma di stipendi e di attività didattica”. Per non parlare del fatto che – numeri alla mano – lo Stato con le paritarie ci guadagna.

Sarcasmo a parte, Gilioli sembra riferirsi solo ad uno dei tre paletti fissati dal governo, quello che prevede che (cito da Repubblica):

l’organizzazione della scuola, anche dal punto di vista delle rette, deve essere tale “da preservare senza alcun dubbio la finalità non lucrativa”. Gli “avanzi” dunque non siano un “profitto” ma “sostegno direttamente correlato ed esclusivamente destinato alla gestione dell’attività didattica”.

Ovvero valgono per le scuole (per tutte le scuole paritarie, non solo quelle cattoliche, ma le altre evidentemente a Gilioli e ai suoi commentatori non interessano) le stesse regole che valgono per qualsiasi ente no profit. Tra l’altro è tutto il comparto del no-profit ad avere – disciamo – qualche problema di rapporti con l’Agenzia delle Entrate e quest’ultima crociata sull’IMU certamente non li agevolerà (per un approfondimento su questo, leggete un ottimo pezzo di Berlanda su iMille).

Tornando alle condizioni che devono essere rispettate dalle scuole per non pagare l’IMU, Monti ne indica altre due molto più interessanti della prima. E sono le condizioni per ottenere la parità, leggermente rinforzate (cito sempre da Repubblica):

[Primo:] il servizio dell’attività paritaria scolastica deve essere “assimilabile al pubblico” sotto il profilo dei programmi, dell’accoglienza di alunni disabili e dell’applicazione della contrattazione collettiva del personale. Secondo: il servizio deve essere “aperto a tutti i cittadini alle stesse condizioni”. L’esclusione e la selezione all’ingresso sia relativa al merito e non dovuta da norme “discriminatorie”.

In particolare la prima è una condizione che se non rispettata porterebbe le scuole non solo a pagare l’IMU ma anche a perdere lo status di paritaria. Ciò che cambia è che con questa nuova disciplina i soggetti che devono controllare il rispetto delle regole diventano tre, dato che al Ministero dell’Istruzione (oggettivamente fino ad oggi un po’ distratto, in particolare per quel che riguarda i disabili) si affiancheranno l’Agenzia delle Entrate e i Comuni.

Un’ultima osservazione: mi sono soffermato sull’ipotesi che le scuole optino per non pagare l’IMU e agiscano di conseguenza, ma qualora un ente privato che gestisce una scuola paritaria dovesse decidere di non reinvestire gli utili e distribuirli tra i soci, cosa accadrebbe? Dovrebbe pagare l’IMU e questa tassa si tramuterebbe in un aumento equivalente delle rette. Niente di male, ovviamente, ma dato che per lo Stato sarebbe – fiscalmente parlando – una partita di giro, l’unico effetto visibile di questa ennesima campagna tutta ideologica sarebbe quello di restringere ulteriormente l’accesso alle paritarie per censo. E se questo per la secondaria superiore non sarebbe un grosso problema (l’offerta statale è più che sufficiente a coprire la domanda), per i nidi e le scuole dell’infanzia sarebbe un danno – innanzi tutto sociale – che forse andrebbe quantificato prima di farsi prendere dall’eccesso di entusiasmo per la punizione inflitta ai “baciapile”.

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4 comments

  1. Tutto molto giusto. E giusta anche, mi sembra, la logica che vuole applicare il governo. Quello che mi risulta poco chiaro e’ perché far pagare l’imu a chi non volesse fare il no profit sarebbe una partita di giro. Le rette aumenterebbero per i privati, mica per lo stato. Dove sbaglio?

    1. La partita di giro in generale è ben spiegata da Berlanda nel post che ho linkato. Nello specifico, per ogni ragazzo che per l’aumento della retta va in una statale lo stato spende alcune migliaia di euro in più.

  2. Approfitto per una considerazione collaterale, forse banale, sul vantaggio economico per lo Stato nel sostenere le paritarie. L’idea -documentata- che con le paritarie lo Stato ci guadagni ormai la si legge qua e là, ma non sembra attecchire a sinistra. Sembra piuttosto un sofisma da ammettere a denti stretti, tant’è vero che poi si cerca di ritornare a sostenere l'”esclusività/monopolio” della statale su altre basi (generalmente morali e di opportunità).

    Eppure l’argomento sarebbe di sinistrissima. Spostando un pochino in avanti il ragionamento (spero di non ripetere cose già dette) un bolscevico potrebbe chiedersi: ammesso che lo Stato con gli incentivi alle private ci guadagna, e quindi cade l’obiezione dell’onere, ma per quale ragione un Agnelli, Tronchetti Provera, un Delvecchio deve poter usufruire della scuola statale gratis, esattamente come un operaio?

    Non potendolo costringere (cosa evidentemente impraticabile), tanto meglio spingerlo verso una privata con un incentivo che non elida il risparmio, con reciproca soddisfazione.

    Non sarebbe solo un risparmio, ma un atto di giustizia sociale proletaria (“Caro padrone riccone, a te la scuola non la diamo gratis!”…posso già sentire Fassina che si frega le mani dalla gioia…).

  3. Ah, e aggiungo un’altra cosa: se noi consideriamo che le lo Stato con le paritarie ci può guadagnare pur sostenendole, perché non mettere in relazione questo dato con il tasso di abbandono scolastico?

    Intendo dire: ci sono zone d’Italia dove il 30% degli studenti delle superiori abbandona, e il tasso nazionale è sul 20%.

    Se davvero lo Stato ci guadagna a sostenere le paritarie, si può pensare a scuole paritarie gestite da cooperative di professori,messe in piedi là dove la dispersione è più alta, che si sostengano con questi contributi. Tali contributi non graverebbero sul bilancio dello stato perché controbilanciati dai risparmi che le paritarie permettono allo Stato, ho pensato

    Il problema sarebbe che lo Stato risparmia anche quando uno studente semplicemente abbandona (che vada ad una paritaria o a lavorare il risultato è lo stesso), quindi forse la cosa non sarebbe a costo zero, e il mio discorso è del tutto inutile. E’ vero che lo Stato risparmia per ogni studente che passa alla paritaria, ma qui non saremmo di fronte ad passaggi di studenti, ma, sperabilmente, ad un aumento del numero totale del loro numero. E le scuole vogliono infrastrutture, che non sono gratis.

    Se queste scuole però avessero un’utenza non solo di “drop out”, ma al 50% di dropout e al 50% di gente che andrebbe comunque a scuola, quel rischio di inutilità del mio discorso varrebbe soltanto su metà degli studenti (dimezzando così il “deficit” -non mi soffermo qui sulla difficoltà di verificare queste percentuali: ma è un problema forse risolvibile).
    E si potrebbero trovare altre forme di risparmio e di finanziamento (a cominciare dal drastico taglio ai libri di testo, sostituibili con materiali prodotti a scuola -anche se non so come questo vantaggio per le famiglie possa essere trasferito ai conti dello Stato).

    So che è un’idea irta di ostacoli, ma magari anche con qualche aiuto dall’Europa, e con qualche sacrificio da parte dei professori cooperativi (accettando condizioni lavorative al di fuori del CCNL, in una sorta di scambio: lavori, gestisci cooperativamente la scuola, partecipi degli utili, ma devi sapere che è possibile che guadagni poco).

    Insomma, è una pensata buttata lì, ma chissà…

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