Sofri, Giordana e quella generazione lì

Ho visto il film che Marco Tullio Giordana ha dedicato alla strage di Piazza Fontana. Non voglio dire nulla del film, non ne sarei capace. Vi anticipo solo che se non conoscete quei fatti, se non siete in grado di legare un nome (anzi, spesso una faccia) ad una serie di eventi, farete fatica a seguirlo o vi farete un’idea un po’ superficiale di quanto avvenuto. Insomma, un consiglio mi sento di darvelo: prima ripassate un po’. Basta poco, ma è necessario.

Come forse saprete, il film ha una tesi ardita (che non anticipo) e che non è necessario condividere per apprezzare (o non apprezzare) l’opera. La tesi ardita è strumentale al “messaggio” che il film si propone di veicolare, ma non ne è il cuore, forse è più un espediente. Quella stessa tesi è invece il cuore di un libro ed è per rispondere a quel libro che Adriano Sofri ha scritto un saggetto di un centinaio di pagine. Ero tentato di non leggerlo, dato che Adriano Sofri è stato condannato in via definitiva per l’omicidio di Calabresi e, come afferma lui stesso, il giudizio su ogni sua affermazione non può prescindere da questo. Non posso qui riassumere ciò che penso del delitto Calabresi, ma su questo bloggettino trovate un certo numero di post che ho dedicato alla vicenda. Sono pensieri che appartengono a una dimensione molto intima, essendo strettamente connessi alla formazione della mia coscienza civile e politica. Non sono cose delle quali si fa un riassunto: i più curiosi si faranno le loro ricerche sul blog.

Ma torniamo al pamphlet di Sofri: alla fine l’ho letto e non ho fatto male. Nel capitolo conclusivo contiene parole importanti che illustrano in cosa il punto di vista del leader di Lotta Continua si discosta da quello del regista. Non ho vissuto i Sessanta ed ero troppo piccolo nei Settanta, ma ho conosciuto molti dei protagonisti, come – pensateci – li abbiamo conosciuti tutti: è la generazione dei nati tra il 1940 e il 1950, i nostri genitori, i loro fratelli e le loro sorelle; è la generazione delle persone che leggiamo quasi tutti i giorni o guardiamo pontificare il lunedì sera in televisione; è la generazione le cui opere cinematografiche e letterarie apprezziamo o disprezziamo tutte le volte che ce ne danno l’occasione (e non sono poche). Un po’ li conosciamo quei protagonisti e quasi tutti hanno verso quel periodo l’atteggiamento che Sofri “imputa” a Giordana, che di quella generazione – dopo La meglio gioventù in modo particolare – è il cantore e un po’ il portavoce.

Proprio quella conclusione che addensa attorno alla trama di una “guerra appena cominciata”, dal 12 dicembre all’uccisione di Calabresi, una tal adunata di potenze nere e occulte – la cosa che probabilmente resterà più memorabile per i giovani che andranno a vedere il film – spiega lo stato d’animo dichiarato da Giordana, che “tutto passava sulle nostre teste”. Tutto quello che avvenne allora, tutto quello per cui la sua generazione pensò di battersi, fu giocato sopra la testa sua e della sua generazione da poteri troppo forti e ubiqui. Una piovra, diciamo. Io non sono d’accordo. Se fosse stato davvero così, se tutti, nelle fabbriche, nelle strade, nelle università, nelle galere, fossimo stati giocati da quell’onnipotenza tenebrosa, allora saremmo privati di tutto, anche dei nostri errori e delle nostre colpe. Il mio amico Mauro Rostagno andò a Trento, nel ventennale del ’68 e poco prima d’essere ammazzato. Ci andò e disse: «Meno male che abbiamo perso». Io sono d’accordo. Meno male che abbiamo perso. Però, Giordana, mi voglio tenere la coscienza di avere perso anche da solo, per mio conto, con le mie forze. Di non essere stato espropriato di tutto, anche della benedetta sconfitta, da quella tenebrosa cospirazione.

Leggendo questo passaggio ho capito a cosa fosse dovuta la sensazione di disagio che ho provato alla fine della visione del film di Giordana. Un film ben scritto e ottimamente interpretato – come questo è, indubbiamente – solitamente non mi lascia sensazioni negative. Questo invece sì. E grazie a Sofri ho focalizzato meglio perché: è un film autoassolutorio. E se ogni generazione che si autoassolve è da condannare, quella generazione in particolare dovrebbe evitare più di altre di farlo. Almeno questo ce lo deve. Almeno questo lo deve prima di tutto alle vittime, ma anche alle generazioni successive che pagano ancora oggi le conseguenze dei loro fallimenti.

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