La scuola bene comune: il mio intervento

Due giorni fa ero a Torino per la conferenza regionale sulla scuola organizzata dal PD Piemonte. Di seguito il mio intervento.

Il mio ragionamento di oggi parte dalla lettura dei dati della spending review. Per dire una cosa sulla quale siamo tutti d’accordo: la scuola ha già dato, i saldi vanno lasciati invariati.

Ripassiamoli questi numeri: in vent’anni abbiamo avuto un aumento della spesa per la sanità (dal 32,3% al 37% del totale) e un’equivalente diminuzione di quella per l’istruzione (dal 23,1% al 17,7%). Che dire? Impressionante! Un travaso netto dal futuro al presente, dai nipoti ai nonni.

Lo si potrebbe spiegare con la diminuzione del numero dei nipoti, ma le cose non stanno esattamente così. I nipoti non so se siano diminuiti, certamente non lo è la popolazione scolastica che – ci dice sempre Giarda – “è aumentata lievemente”.

Ma non avremmo successo se impostassimo la discussione sul mero dato numerico del rapporto alunni/docenti. Sarebbe una scorciatoia. E le scorciatoie hanno un problema: in politica non esistono. Chi – tra un festino e l’altro – ha provato a farne un metodo di gestione del consenso si è visto dove ci ha portato.

Platone, nel «Fedro», lo aveva detto più o meno con queste parole: «Non meravigliarti se il giro è lungo, perché per i grandi fini il lungo giro è necessario».

Quello che propongo è quindi di cambiare punto di vista. Quando qualcuno di noi diceva, analizzando ad esempio i dati OCSE, “il problema dell’Italia non è che si spende più che altrove, ma che  si spende peggio” non lo faceva per buttare la palla in tribuna. Ma perché notava una irrazionale allocazione delle risorse esistenti.

Dall’analisi della spesa emergono ora due cose. Che non è più vera la prima parte della proposizione: oggi, infatti, spendiamo quanto altrove.  Ma anche che resta valida la seconda parte: si spende ancora male. Anzi, per colpa dei tagli lineari, si spende se possibile peggio. Ecco perché la richiesta di mantenere i saldi invariati non può saldarsi alle rivendicazioni di chi vuole conservare alcune rendite di posizione, che dobbiamo essere capaci di denunciare senza troppi equilibrismi. Anche perché scontiamo un pregiudizio: quello che vuole che noi si sia sempre dalla parte della conservazione.

In Italia si spende male. Come spendere meglio? Personalmente penso che responsabilizzare le regioni potrebbe aiutare ad allocare in modo migliore le risorse esistenti. Perché l’interlocutore regionale è più gestibile (proprio sul fronte della spesa) di migliaia di scuole, perché lo prevede la Costituzione e il suo Titolo V riformato (da noi, per chi se lo fosse scordato), perché consentirebbe di premiare i comportamenti virtuosi (il metodo dei tagli lineari invece com’è noto le penalizza).

E come individuare le regioni virtuose? Ad esempio proprio con la spending review (ricordo che anche questa è farina del sacco dell’Ulivo e il Libro Bianco di Fioroni ne è stato un caso significativo). Nell’ultima si legge, là dove si ricordano i ritardi nel dimensionamento:

Emergono significative difformità nella dimensione media delle istituzioni scolastiche tra le regioni, che non appaiono giustificate solo dalle peculiari caratteristiche territoriali e della popolazione.

Riprendo un solo indicatore, quello delle scuole con meno di 600 alunni: Lombardia 11%, Emilia 15%… Piemonte 21%… E poi Calabria 58%, Sardegna 60%… Altro che “significative difformità”, sono inaccettabili disparità!

La proposta concreta che avanzo (ma è solo un esempio) per allocare diversamente le risorse esistenti è, in sintesi, la seguente:

  1. Il MIUR assegni le risorse alle Regioni in base al numero teorico di autonomie previsto dal dimensionamento (con meno autonomie avrò più risorse): trovino Regioni ed Enti Locali il trade-off tra buon funzionamento della macchina, specifiche esigenze del territorio degli stakeholders e delle scuole autonome, gestione del consenso.
  2. Gli organici vengano assegnati alle scuole in base al numero di studenti e non al numero delle classi.
  3. Ogni risparmio di spesa (il MIUR ne individua alcuni: affitti di sedi ministeriali, informatizzazione, progressiva chiusura dei plessi con meno di 100 alunni) venga impiegato per coprire le maggiori spese a carico degli Enti Locali proprio a causa del dimensionamento (trasporto pubblico, mensa…).

Si andrà in questa direzione? Dipende da come vogliamo interpretare una frase di Giarda, volta a spiegare quella differenza ricordata all’inizio tra l’andamento della spesa sanitaria e quella per l’istruzione.

La sanità trova nei governi regionali potenti interpreti dei bisogni delle popolazioni interessate, ai quali fanno eco gli interessi delle ditte fornitrici di farmaci e di attrezzature sanitarie che incorporano l’innovazione tecnologica. La scuola trova invece la propria constituency in una successione di ministri tratti, negli ultimi 20 anni, da 13 diversi governi e in una burocrazia dispersa a governare un esercito di dipendenti pubblici che operano in strutture tecnologicamente molto arretrate.

Giarda conclude questo ragionamento con una considerazione un po’ sibillina:

La diversità di rappresentanza politica dovrebbe fare riconsiderare la saggezza di avere affidato a diversi livelli di governo i due compiti della tutela della salute e dell’istruzione.

Consiglio di leggere attentamente la premessa del Ministro, perché c’è tutta la complessità del tema. Le regioni hanno aumentato la spesa sanitaria, ma interpretano meglio “i bisogni delle popolazioni interessate” (che di per sé non è un disvalore, anzi); c’è la lobby farmaceutica, ma è questa che fa innovazione. Dall’altra parte, grazie al centralismo si è riusciti a ridurre la spesa, ma in modo iniquo, producendo un sistema burocratico e sclerotizzato, arretratezza tecnologica e disparità territoriali non più tollerabili. Nonché risultati per gli alunni preoccupanti in termini di dispersione, esiti, mobilità sociale.

Dalla “riconsiderazione” evocata da Giarda si può dunque uscire in due modi: centralizzando la sanità o decentrando di più e meglio l’istruzione. Come ho detto, personalmente trovo auspicabile la seconda strada. Chiaramente facendo tesoro degli errori commessi. E se non ci aiuteranno ad evitarli l’esperienza e la scarsità di risorse con le quali dovremo convivere per un bel po’, ci penserà il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio, che il Parlamento ha appena introdotto. Anche questo con il nostro assenso, determinante peraltro per impedire il referendum confermativo.

Ma noi, il PD, siamo ancora federalisti? Crediamo nella sussidiarietà? Se non in quella orizzontale, almeno in quella circolare del welfare civile tanto caro al Prof. Zamagni? A proposito anche del titolo di questa conferenza, rimando ad un suo scritto uscito lo scorso anno su ItalianiEuropei, in particolare per un passaggio dove spiega assai bene la differenza tra bene pubblico e bene comune: un’ambiguità sulla quale si è fatta – anche recentemente in occasione dei referendum sull’acqua – troppa brutta propaganda.

Parliamone, dunque. Male non farà. E parliamone con un linguaggio diretto con tutti i nostri interlocutori, anche quelli a noi tradizionalmente più vicini. La lingua biforcuta lasciamola ai visi pallidi. E ai politici pavidi o che hanno tempo da perdere. Noi non ne abbiamo: il nostro fine è grande, il giro sarà lungo, converrà mettersi in cammino senza ulteriore indugio.

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