L’ennesima lezione (di stile e di politica) di @stefanoceccanti

Oggi Stefano Ceccanti, a detta di molti il miglior Senatore che il PD abbia avuto nella passata legislatura, ha spiegato le ragioni per le quali ha declinato l’invito del Prof. Monti di candidarsi nelle file neocentriste. Pubblico stralci della sua dichiarazione (la versione intgrale la si può leggere sul blog di Stefano) perché spiega in poche parole tutti i limiti dell’operazione montiana.

Le liste del PD al Senato sono in generale abbastanza deludenti. Lo dico ora per l’onestà intellettuale che ho sempre promesso ai miei 25 lettori, poi non lo dirò più perché siamo in campagna elettorale e perché non vorrei qualcuno pensasse che mi piacciono solo le liste che contengono il mio nome o quelle dei miei amici.

Sul perché alcune delle migliori teste democratiche siano state sacrificate avremo modo di tornarci a bocce ferme. Resto convinto sia un errore grave che il PD e Bersani pagheranno a caro prezzo, ma è anche vero – come ho già detto su Twitter – che questo esito è figlio di errori compiuti dall’area liberal e che nessuno è insostituibile. Le liste PD al Senato sono deludenti, dunque, ma il sostegno all’operazione montiana (unica alternativa razionale al PD) non rappresenta una risposta, perché rappresenterebbe il sostegno a qualcosa di molto poco definito.

Anche per le ragioni evidenziate dal Sen. Prof. Ceccanti. Eccole (grassetti miei):

Solo dopo che si è conclusa ieri sera in modo irreversibile la vicenda della mia esclusione dalle liste Pd, in coerenza col sostanziale silenziamento dell’area liberal, ho proceduto a una rapida verifica della condizioni politiche [per una mia candidatura con Monti], che però dal mio punto di vista non appaiono sufficienti. In particolare non è chiaro se l’iniziativa civica sia transitoria e trasversale per un reset dell’intero sistema dei partiti o se già ne prefiguri un esito, la sezione italiana del PPE. Scelte tutte e due positive per il Paese, ma la seconda delle quali mi vede comunque estraneo. In secondo luogo non è chiara la direzione che si vuole imprimere alla riforma delle istituzioni, se in chiave di una rinnovata democrazia competitiva oppure stabilmente bloccata al centro.

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