Bocciare non serve

Lo sapevate che nel 2016 (ultimo dato disponibile) sono stati bocciati circa 220.000 ragazzi e che più di 150.000 di questi frequentano istituti tecnici o professionali? Quasi il 75% delle bocciature si concentra in queste scuole, che però sono scelte da poco più del 50% degli studenti. E se focalizziamo sull’anello più debole, sui professionali, sono scelti dal 20% della popolazione, ma collezionano il 28% delle bocciature. Ultimo dato, prima di qualche considerazione. Non abbiamo ancora i dati di quest’anno per un confronto preciso, ma l’Istat ci dice che nel 2014 frequentavano le scuole circa 188.000 ripetenti. Ma se i respinti ogni anno sono 220.000, dove sono finiti gli altri 700.000? [nota: conto solo quattro anni, perché le ripetenze in quinta sono poco significative].

Volete riconoscere un reazionario? Chiedetegli cosa pensa delle bocciature a scuola e lo smaschererete. La bocciatura non serve a nessuno, anzi è dannosa. Per il ragazzo, che raramente recupera le carenze. Per la società, che perpetua le proprie diseguaglianze. Per la scuola stessa, che ha classi più numerose. Per la finanza pubblica, che impegna ingenti risorse aggiuntive. L’alternativa? Discutiamone, ma solo se condividiamo l’assunto iniziale: bocciare non è mai la soluzione.

Comincio dicendo -in estrema sintesi- la mia, che è la stessa da molto tempo (per esempio questo articolo è di nove anni fa, quest’altro di poco dopo). Ah, dimenticavo: parlo ovviamente a titolo rigorosamente personale, sia mai che qualche idiota possa pensare che parlo a nome del Miur o del Pd.

  • Classi aperte, con corsi di livello differente a seconda delle competenze acquisite fino a quel momento.
  • A fine anno ti dico se puoi passare al livello successivo (in ogni materia, non in blocco).
  • Alla fine del ciclo unico della secondaria (che a mio avviso dovrebbe durare 7 anni) uscirai con alcune competenze certificate a livello VII e altre a livello inferiore.
  • Ottavo anno facoltativo dedicato a orientare al lavoro o alla formazione post secondaria (universitaria e non), recuperare le carenze là dove servono a seconda del percorso scelto ed eventualmente riorientare prima della scelta definitiva. Anno da svolgersi in stretto raccordo con le Università (che potranno fissare standard minimi ma dovranno collaborare al loro raggiungimento) e le diverse espressioni del territorio dove la scuola è inserita (amministratori, sindacati, associazioni di categoria ecc).
  • Per chi sceglie percorsi di Formazione Professionale, quinto e sesto anno con possibilità di introdurre nel curriculum percorsi di apprendistato e di ottenere una qualifica al termine del sesto anno.

Che ne pensate?

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