Facciamo il punto, per punti

1. Il centrodestra chiude un accordo politico con i cinque stelle per le presidenze delle camere. Non da oggi penso che sarà anche la formula che sarà alla base del nuovo governo. Quanto avvenuto tra venerdì e sabato è solo un altro passo in quella direzione; vedremo se Di Maio, che in questo schema vede allontanarsi Palazzo Chigi (vedi punto 4), ha in animo qualche contromossa.

I presidenti di Senato e Camera della XVIII Legislatura

2. Al Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati diventa Presidente (auguri e congratulazioni!) ed è per la prima volta una donna a ricoprire il ruolo di seconda carica dello Stato: ci sono voluti settant’anni ma è un passo avanti verso la civiltà. Una donna vicinissima a Berlusconi, probabilmente la scelta che più lo garantisce tra quelle nel novero delle opzioni realistiche. Per essere il leader del partito dato da tutti i commentatori come destinato a sparire, il Berlusca incassa un bel risultato.

3. Alla presidenza della Camera arriva (auguri e congratulazioni!) Raffaele Fico, il leader della “minoranza” pentastellata. Probabilmente il Presidente della Camera più radicale (Berlusconi avrebbe detto, sbagliando, comunista) di sempre, fatto salvo forse -e sottolineo forse- Pietro Ingrao. Di Maio ottiene un buon punto perché con Di Battista fuori dalle istituzioni e Fico imbrigliato in un ruolo istituzionale e quindi di garanzia la minoranza interna (movimentista, social-fascista, delle origini, dei duri e puri… definitela come vi pare) avrà pochi riferimenti nel day-by-day parlamentare.

4. Come ho scritto venerdì sera, quando tutti davano per morta e sepolta la coalizione, la rottura del centrodestra era improbabile perché non conveniva a nessuno. Nemmeno a Di Maio, almeno fino a quando non avesse incassato la presidenza della Camera, cioè fino a sabato mattina. Da adesso in poi vedremo se e come Di Maio cambia strategia. E se ci tiene a fare il Presidente del Consiglio dovrà muoversi perché il centrodestra unito porta naturalmente ad un incarico a Salvini o a una personalità indicata da lui in quanto leader della coalizione che ha vinto le elezioni.

In basso, da sinistra a destra: Di Maio, Berlusconi e Salvini in una foto di repertorio

A differenza della partita a tre per i presidenti delle camere (nella quale come abbiamo visto lo schema era win-win-win) in quella per Palazzo Chigi il rapporto è in un equilibrio che assomiglia a uno “stallo alla messicana” e, salvo conigli dal cilindro da parte di qualcuno, i tre protagonisti sono legati: se Salvini molla Berlusconi viene fagocitato da Di Maio, perde la leadership del centrodestra e certamente non fa il premier; se Di Maio accetta di fare una maggioranza anche con Berlusconi, oltre che con Salvini, perde consenso e certamente non fa il premier; se Berlusconi molla Salvini rinuncia ad avere un ruolo se non per lui per Forza Italia e rischia di perdere pezzi. Attendiamo che finisca il primo giro del carillon delle consultazioni per capire se qualcuno cadrà per primo e sotto i colpi di chi. Io per ora scommetto ancora sul fatto che nessuno dei tre sparerà e si accorderanno (su Giorgetti?).

5. E il Pd? Il Pd per ora può solo lavorare di rimessa. È inevitabile quando sei la terza o quarta forza in Parlamento da che eri il perno di un quasi monocolore (attirandoti quindi l’ostilità di tutte le altre forze e lo scomodo ruolo di colpevole unico per ciò che non funziona e/o non piace). Il Pd può solo sperare che (e per le poche cartucce che ha anche lavorare perché) sia tutto il centrodestra ad andare al governo con i cinque stelle e non solo la Lega. Deve augurarselo per il paese per le ragioni che ho scritto qui, ma anche tatticamente pro domo sua, per avere qualche risultato sul breve periodo (per quelli sul medio periodo c’è solo da lavorare parecchio e avremo modo di parlarne). Perché per il Pd è tatticamente più auspicabile un governo con Forza Italia dentro? Perché Berlusconi è un fattore di disturbo per i nostri avversari: sia perché rappresenta una storia ingombrante e difficilmente digeribile per gli elettori di Di Maio, sia perché mandando una delegazione al governo questo ne verrebbe condizionato e avrebbe tutti i limiti di un esecutivo di coalizione. E infine perché in quel modo il Pd sarebbe l’unica opposizione.

6. Questo fine settimana (soprattutto per quanto detto nei punti 1 e 3) rappresenta un duro colpo per chi (LeU, ma anche pezzi di Pd purtroppo) auspica nel medio se non breve periodo un dialogo del Pd con Di Maio. Abbiamo infatti avuto la dimostrazione plastica che i 5S pur di arrivare al potere mettono in conto anche un governo a egemonia leghista, francamente inaccettabile per chi si dice di sinistra. Hanno inoltre portato alla ribalta il fatto che le tematiche che stanno a cuore ai “democratici de sinistra” nel movimento sono già rappresentate da personalità come Fico (il suo discorso di insediamento sembrava una piattaforma politica del grillismo di sinistra). Il dialogo da sinistra con i radicali del movimento può esserci, quindi, ma sarà sempre subalterno, sinceramente una prospettiva poco appetibile per chiunque faccia politica.

 

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5 pensieri riguardo “Facciamo il punto, per punti

  1. Io credo che sia importante e vitale per il Paese avere al più presto un governo organico. Ci deve essere, ci può essere. La responsabilità, tutta ed esclusiva, al formare un nuovo governo deve ricadere su chi ha vinto le elezioni. Non condivido affatto che il Pd debba…possa… occorre che… Il PD ha perso le elezioni. Le ha perso per varie ragioni. Era il perno fondamentale dei governi di centro sinistra e, di conseguenza, tutte le avversità sono ricadute su di esso. E’ il tratto di inevitabilità di chi governa. Adesso è necessario che stuia all’opposizione e che eviti del tutto, ribadisco del tutto che si possa configurare una qualsivoglia collegabilità di governo con il centro destra e con i cinque stelle. La respondabilità di guidare il Paese spetta a loro e a loro spetta attuare le …contrastanti politiche promesse a viso duto nella campagna ellettorale. Questa la mia opinione. In tal modo si porrà in essere la verifica della capacità di gover nate per intero la cosa pubblica e realizzare per intero il “bene comune”.

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