A proposito dell’intervista di Andrea Orlando al Corsera

Ho puntualizzato su un’intervista al mio “idolo” Matteo Richetti, non mi tiro certo indietro per una ad Andrea Orlando.

L’intervista è questa. Complici forse delle domande un po’ stereotipate e senza un guizzo, un minimo di curiosità intellettuale, l’intervista non mi è proprio piaciuta. Di un politicismo “a vocazione minoritaria” che fa davvero spavento. Quello che intendo è ben rappresentato dalla risposta a questa domanda. Che è anche quella che mi preoccupa di più.

Sulla linea politica il Pd rischia un’altra rottura? «Il rischio più grande per il Pd è smarrire la sua funzione. Non abbiamo molto tempo e io vedo due strade. Attendere l’eventualità che Forza Italia sia dilaniata dall’opa di Salvini e capitalizzare l’uscita di parte di quell’elettorato, oppure provare a recuperare i milioni di voti popolari andati a Lega e 5 Stelle. Le due strade sono incompatibili. Io credo si debba seguire quella che evita che una parte dell’elettorato di sinistra sia consegnato a forze antisistema».

Immaginare che la discussione interna sia ridotta a quella descritta è davvero triste. Da un lato chi vuole recuperare il voto popolare andato a Lega e Cinque Stelle, dall’altro chi vuole i voti di un esercito in rotta perché in fuga da una Forza Italia dopo l’OPA leghista. Le due opzioni in campo a mio avviso non sono queste e se fossero queste sarebbe utile che tutti le combattessimo. Ridurle a due è certamente una semplificazione ma anche fare la caricatura delle posizioni altrui non è esattamente la strada migliore per impostare un confronto schietto, ma ordinato.

Poniamo anche (e vedremo che invece non è così) che davvero il popolo abbia votato Di Maio e Salvini ma non Berlusconi, anche fosse non sarebbe un buon modo per recuperarlo quello di far loro da stampella al governo, ma neanche su questo o quel provvedimento. A ben vedere è lo stesso schema (a parti invertite) che Bersani provò con i 5S e che loro rifiutarono, ponendo così le basi del loro successo attuale. Poniamo anche (e vedremo che invece non è così) che davvero il popolo abbia votato Di Maio e Salvini: quel popolo ha votato per chi non ha votato lo ius soli nemmeno temperato e propone di respingere i migranti.

Conviene che Orlando e la sinistra Pd abbandonino l’automatismo “tutto quello che vuole il popolo è cosa buona e giusta”. Il popolo vuole un sacco di cose impotabili per una forza che ha a cuore alcuni valori, faciamocene una ragione. Forse c’è un fraintendimento sul concetto di egemonia in Gramsci. L’intellettuale sardo intendeva capacità di guidare il popolo, non di seguirlo per prenderne i voti.

Ma soprattutto, come dicevo, l’analisi è sbagliata! Non è vero infatti che il popolo ha votato Lega e 5S, ma non Forza Italia. Prendiamo un caso numericamente e socialmente significativo, quello di Roma. Metropoli abbastanza vasta e composita da da dare indicazioni interessanti. A questo link trovate un sacco di dati interessanti e potete vedere che la coalizione più trasversale è quella di centrodestra, non i 5S, e che Forza Italia e Lega nelle tre periferie individuate dall’analisi (“storica”, “anulare” ed “extra-raccordo”) hanno andamenti analoghi. Altro elemento interessante è che il Pd recupera rispetto alle comunali nella prima fascia periferica (quella denominata “storica”), mentre il recupero del centrosinistra nel centro storico è per lo più imputabile a +Europa, che in quella parte della città prende il 9% a fronte di una media del 4,8%. Altra nota a margine, il Pd è in profonda crisi di consenso nella periferia più estrema (quella oltre il raccordo), ma LeU in quella zona va peggio del Pd in termini di consenso relativo (34% in meno della media cittadina il Pd, 40% LeU).

Tornando ad Orlando e alla sua intervista, ad inficiare il suo ragionamento per me è come ho detto l’eccesso di politicismo. Qui non si tratta di scegliere su quale fallimento dei nostri avversari scommettere (quello di Forza Italia o di Lega e 5S), ma di impedire il fallimento del Pd. E per raggiungere questo obiettivo bisogna innanzi tutto evitare analisi frettolose e tendenziose.

Le due strade sono incompatibili, dice il ministro. Ma non è vero. O meglio, lo è solo se si archivia l’idea di un partito a vocazione maggioritaria. C’è una scuola di pensiero nel Pd che vuole che questa impostazione in un sistema largamente proporzionale non ha senso. È un pensiero non solo legittimo ma anche con qualche ragione. Ma prima di sposarlo acriticamente credo si debba discuterne apertamente.

La domanda è quindi una sola ed è l’unica sulla quale valga la pena dividersi in uno scontro interno anche duro. È una domanda che come un fiume carsico ogni tanto riaffiora ed è la seguente: il Partito Democratico fondato al Lingotto da Walter Veltroni e realizzato compiutamente solo con l’arrivo del “barbaro” Matteo Renzi è ancora il partito che tutti noi vogliamo?

Dobbiamo urgentemente chiarire a noi stessi se ci tiene ancora insieme la visione di fondo: la società aperta, gli Stati Uniti d’Europa, il mercato (temperato e regolato), la modernizzazione del paese, la guerra alle rendite di posizione a prescindere da chi votino i beneficiari, la giustizia sociale, i diritti civili, l’eguaglianza delle opportunità… Questo ci dobbiamo dire con franchezza. E per questo genere di decisioni serve un Congresso. Altro che schieramenti e alleanze!

Spero che la minoranza interna cambi passo perché se va avanti così, con analisi raffazzonate e basate su luoghi comuni oppure tagliate con l’accetta col solo scopo di combattere l’avversario interno, se va avanti così l’unico modo che avrà per diventare maggioranza è quello di una alleanza tattica con pezzi di (ex) alleati di Renzi, il che sarebbe un suicidio. Per il Pd. Non mi spaventa infatti l’eventualità di perdere il prossimo congresso, mi spaventa invece che per vincerlo si svicolasse dalle domande fondamentali, mettendo insieme un cartello di correnti e correntine senza uno straccio di idea comune e leadership.

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